COMUNICATI STAMPA

andrea brusa,PUBBLICATO IL 24/01/2017 su GRANDANGOLARE... settimanale CANADESE con oltre 10 milioni di lettori: http://www.grandangolare.com/  PERLE DI SOFFERENZA

PUBBLICATO IL 24/01/2017 su GRANDANGOLARE... settimanale CANADESE con oltre 10 milioni di lettori: http://www.grandangolare.com/ PERLE DI SOFFERENZA

PARTE 1 - 2 e 3
PUBBLICATO IL 24/01/2017 su GRANDANGOLARE... settimanale CANADESE rivolto alla comunità italiana all’estero ed in Italia con oltre 10 milioni di lettori:
http://www.grandangolare.com/

Perle di sofferenza

Esistono ancora poeti che conducono uno stile di vita molto simile agli artisti di un tempo ed Andrea Brusa ne è un esempio. Se è vero che l’indifferenza riesce a far deporre le armi anche ai più combattivi ed inclini alla lotta è altresì risaputo che oggi un po’ tutti sono portati ad esprimere indignazione, sconcerto e giudizi sommari nei confronti del proprio prossimo. Ma subito dopo le stesse persone sono capaci di farsi prendere dall’indifferenza, dalla freddezza nei confronti del dolore altrui, dalla sofferenza e questo fa paura, spaventa più della violenza stessa. Non è difficile essere indifferenti verso qualcuno, ma ci vuole un coraggio leonino in modo particolare se si è consapevoli che CHI LA SUBISCE NON MERITA un simile trattamento… Ci sono silenzi intollerabili.

Essere umani è di per sé già abbastanza drammatico. Non è necessario essere un tossicodipendente o un poeta maledetto per vivere situazioni al limite. Basta amare profondamente qualcuno con coraggio, in modo tale che nulla, né ladri né influenze esterne né leggi umane o divine, possano interferire con questo sentimento. Il Poeta - ed Andrea Brusa ne è un esempio - certo ama e muore sconfitto come tanti altri - diceva Alda Merini - ma è così lontano dal nostro modo di vivere e di pensare, che lo osserviamo come una creatura da scoprire che al contempo ci intriga e ci lascia perplessi. Quello che ci attrae è il fascino del diverso, dell’eccesso: è più complicato penetrare nella sua mente e, in fondo, facciamo il tifo per lui.
Ma perché questo tema dei poeti maledetti? Perché rappresentano ancora oggi un vero fascino nella società attuale. Erano forse la miglior espressione del male di un secolo, delle angosce umane, delle cose che non vanno bene in questo mondo... Hanno offerto una soluzione di poesia senza sotterfugi, onesta con la realtà dura della vita però hanno mostrato, provato, che c’è bellezza in tutte le cose. Allo stesso tempo, soffrivano per questa vita, non erano capaci di vivere con la speranza che riuscivano ad insufflare nelle loro poesie e che era, è ancora oggi e sempre sarà utile ai loro lettori. Maledetti... per aver tentato di guarire il mondo in mancanza di aver saputo guarire loro stessi.
Mi viene in mente una poesia dal titolo LA SOLITUDINE di Leo Ferré - nome completo Léo Albert Charles Antoine Ferré deceduto nel 1993 - che è stato un cantautore, poeta, scrittore e anarchico monegasco: “Dobbiamo lavorare le nostre idee come se fossero dei manufatti. Io sono pronto a procurarvi gli stampi, ma ...la solitudine... gli stampi sono di una materia nuova, vi avverto. sono stati fusi domani mattina se voi non avete di questo giorno il senso relativo della durata, è inutile tramandare voi stessi… è inutile continuare a guardare davanti a voi, perché il davanti è il dietro… la notte è il giorno e… la solitudine”.

Dice lo scrittore Andrea Brusa: “Penso che tra i vari doni che Dio possa darci c’è anche quello delle lacrime. Tuttavia più che liberarci dal peso dei peccati ritengo che la capacità di commuoversi ci permetta di percepire maggiormente l’amore e la vicinanza di Dio; ci sentiamo nudi di fronte a Lui, ma al contempo accettati, accolti e consolati dal suo abbraccio. Quindi da un’apparente segno di debolezza il pianto può divenire momento di preghiera, d’incontro con Dio stesso e può quindi donarci forza. La vita da e la vita toglie. Un attimo si vola, un attimo si cade e si sprofonda. Se dovessi immaginarla su un grafico, avrebbe una forma simile ad un elettrocardiogramma. Alti e bassi. Le emozioni sarebbero direttamente proporzionate all’aumentare dei battiti cardiaci e funziona così, quando il battito è fortissimo e il cuore ti porta in cima alla montagna delle emozioni e non vuoi altro che vivere la vita sempre così. Quando ti accorgi che dall’alto di questo ripido monte si può solo scendere si inizia a ruzzolare per quella lunga discesa che ti fa cadere e sprofondare nel abisso dei ricordi”.

Ed io domando a lui: C’è un aspetto della povertà da lei stesso sperimentata sulla propria pelle a seguito della perdita della sua famiglia, il 5 di dicembre 2104, che la poesia le consente di tratteggiare meglio di altre forme artistiche?
Lo scrittore risponde: “Molti in verità. La poesia mi permette di usare le loro parole. Divento scrittore non di coloro che fanno la storia bensì di quelli che la subiscono. In caso contrario, mi ritroverei solo e privo della mia arte. Mi piace fermare un’emozione utilizzando le espressioni di coloro che mi parlano facendo in modo che queste rimangano impresse in una piccola poesia come in un fotogramma, un sogno che diventa colore ... una suggestione, un sentimento, una sensazione. Il saggio ponderoso di uno studioso, non avrebbe la stessa valenza. La poesia funziona meglio là dove serve per immortalare la realtà. Vivo con loro, nomadi e senza fissa dimora, come uomo, ma mi prodigo nello scrivere come poeta. Piango per mia moglie e mia figlia che son per lasciare in così orribile stato, che non sono io il motivo del loro dolore… non aspiro che finire il sogno della vita che per me è stata pur affannosa.
Chi vuol venire dietro di me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua (Mc 8,34 )… è quello che hanno fatto i Santi. Ma quale se stesso è da rinnegare? Ovviamente quell’io nemico che cerca di impedire al mio Dio di liberarmi e riavermi con Sé per farmi vivere finalmente da figlio. Solo se ho incontrato il Signore e ho intravisto la meta sfolgorante della mia vita, posso e voglio rinnegare quel me stesso che mi tiene in catene, e solo se l’ho rinnegato posso prendere quella croce, nel Divino Volere la Croce di Luce, e seguire Gesù senza timore. Se la presenza del Signore mi spaventa, so che ancora non mi sono rinnegato, si spaventa il mio egoismo. Se ho rinnegato il mio io nemico, il Signore è venuto ad abitare in me, e il mio Gesù riconosce e ama la Sua presenza dovunque si trovi, e nulla di me teme di morire perché tutto in Lui vive”.

D’improvviso l’autore Andrea Brusa si interrompe e lo osservo mentre riprende a camminare per strada. Accade, quasi per caso, che venga accolto in un gruppo di persone. In questi pochi anni (ne ha quarantasette) gli amici suoi se ne vanno: chi con l’ultima dose, chi per Aids, chi per malattie causate dall’alcol. Finisce per isolarsi, vive in uno spazio solo suo, evitando così il confronto con gli altri eccezion fatta per quando ha degli spettacoli da mettere in scena. È di nuovo il dolore e le prevaricazioni da parte della gente, che lo fa sentire sbagliato e fuori posto. La vita, da fuori, scorre apparentemente tranquilla: nessuno può sospettare chi egli sia. Ad ognuno degli artisti è stata data l’assoluta e libera possibilità di identificarsi nell’Angelo che nel suo caso sembra quanto più reale possibile. Questa magica “prefigurazione” ha avuto un’identità certamente sperimentale, quindi con nessuna pretesa di essere total¬mente intellegibile, senza avere cioè una traccia sola, univoca; l’accasciarsi dell’Angelo che certamente sgomento del suo crescente esistere creativo, ha frantumato anche la sua più candida, se pur smessa, forma di Custode… e questo lo si vede nella sensazionalistica immagine ch’egli da, seppur involontariamente di sé, alonando di mistero tangibile e reale la figura del poeta Torinese innamorato follemente di sua moglie Chiara. Allora se “l’Arte è il grido d’allarme di coloro che vivono in sé il destino dell’umanità” come ha scritto Stefan A. George, il carme si esprime nell’etereo comune all’Angelo/poeta Andrea Brusa e al Suo¬no delle sue parole, entrambi incorporei, entrambi “presenti” quando noi lo vogliamo; i componimenti della sua storia sono lì a dire la bellezza della parola quale presenza trascendente quanto l’Angelo, senza perciò una essenziale preoccupazione della struttura compositiva, sensazione stilnovistica, donna angelicata ideale, sua moglie, e irraggiungibile, umana e presente. In questa quasi trascendentale emozione artistica ove il linguaggio universale, per ora utopico, tentato in un cielo torinese (ma che più in alto diviene appunto un cielo di ovunque) si annienta innanzitutto quello che è un quasi irrinunciabile ed atavico atteggiamento di un inesistente riscatto che porrebbe le nostre creative fatiche in una sorta di competizione geografica che con la cultura vera e con l’arte in special modo non sposa.

L’opera di Andrea Brusa - LA VIA DEI MIRACOLI - in un qualche modo è una parafrasi del Vangelo, redatta alla luce dell’Antico Testamento. Il personaggio del libro, un ANGELO CUSTODE appunto, non segna un capitolo della storia, sia pur fascinosa e benefica, né tanto meno è il fondatore di una religione. Rappresenta altresì la “crisi” dell’uomo, cioè colui nel quale l’essere umano è giudicato, misurato, capito; è la convergenza dei desideri, della storia e delle aspirazioni del nostro animo: è il senso, il principio e la fine della creazione. La contemplazione di Andrea Brusa oscilla tra due abissi: la divinità del verbo e la sua umanità, cioè la sua umiltà. Colui sul quale Mosè non avrebbe potuto levare lo sguardo senza morirne, per venire in mezzo a noi ha scelto uno stato di annientamento. E si mette a nudo tra le nostre braccia, questo fragile uomo dal quale san Paolo dice derivare ogni paternità. Non comanda più. Chiede. Ci fa sapere che ha bisogno di noi, che la sua debole mano cerca come può il nostro cuore. Cerca di risvegliare in noi una parentela indispensabile, irresistibile. Si direbbe che abbia dimenticato di essere un Angelo Custode, proprio come il personaggio del suo libro, e che solo sulle nostre labbra voglia farselo dire.

Al termine dell’intervista allo scrittore Andrea Brusa il mio cuore era colmo di gioia, avevo delle emozioni fortissime. In quel luogo ho riscoperto l’Amore di Dio e della nostra madre Celeste, mi sentivo veramente protetto ed amato come non mai, finalmente non ero più solo e non avevo più paura. Mi aiutò proprio un messaggio dell’autore, conosciuto alcuni mesi orsono in occasione di una prima teatrale, in cui diceva che il mio cuore non era affatto malato, ma che era il mio centro vitale che si doveva aprire per fare da canale all’energia bloccata che doveva poter scorrere liberamente, poiché avevo una missione da compiere, dovevo usare questa energia per aiutare altre persone. Ho provato una emozione grandissima, però avevo mille dubbi, mille pensieri per la testa, per come avrei dovuto mettere in pratica il tutto.
Dice l’autore parlando della moglie per la quale non cessa un secondo di versare lacrime: “Sono giorni che resto chiuso qui.... ma non importa. Questa semi-oscurità mi protegge dal dolore... dal dolore... non essendo riuscito a proteggere la mia famiglia. Sono proprio un idiota…”. Si passa una mano sul volto e si alza dalla sedia, a fatica raggiunge la finestra. Si lascia cadere a terra, in un angolo dietro alla porta ormai serrata da tempo. Non esce più da qui dentro. “Per cosa poi?? Per morire ogni attimo del giorno vedendo i luoghi che frequentavamo insieme??”. Si porta le ginocchia al torace, e le stringe fortemente, cerca di calmarsi ma non serve a niente.... Allora lancia un grido, un urlo straziante. Non posso descriverlo. Sente gli occhi colmi di lacrime. E con un gesto veloce se le asciuga. “IO AMO E SONO FIERO DI STARE DONANDO LA MIA VITA ALLA MIA FAMIGLIA. Già... IO AMO ma gli altri possono dire altrettanto? Io ho rischiato, io ho avuto, io avrò... Guardo con occhio diverso quelle persone che non credono nell’amore, io ci ho creduto e ci credo! Ma io, io e la mia famiglia non meritiamo tutto questo! Loro sono parte di me. Io sono stanco di svegliarmi con gli occhi gonfi... sono stanco di aspettare... cosa aspettate adesso... io cosa aspetto... Mia moglie se nessuno mi aiuta forse non saprà mai quanto per me è stata importante, che è stata il mio primo bacio, ma io lo so e lo tengo dentro. Vorrei che un giorno lei mi possa dire “Sono fiera di te... della tua forza, del tuo coraggio... del tuo non arrenderti mai... dei tuoi sacrifici per non perdere le cose in cui credi... del tuo andare avanti, passo dopo passo, cocciuto più di un mulo, malgrado tutto ti venga contro... Sono fiera di te... perché ancor oggi a distanza di anni riesci a sorprendermi ancora per il tuo carattere... per come sei, per ciò che riesci a fare... per non mollare mai quando tanti lo avrebbero già fatto... e credimi tesoro mio, non importa il risultato finale in certe cose, può andare bene, può andare male... ma conta l’anima con cui ci si prova... e tu ce la metti sempre tutta... Sono fiera di te... perché sei così forte... così dolce... sono fiera di te... perché ancor oggi riesco (non so come) a tenerti stretto a me... Vai sempre avanti nelle cose in cui credi... non mollare mai... io sono sempre con te... sempre ...”.
E secondo voi come dovrei concludere? NON HO PAROLE!! Una famiglia distrutta solo per il fatto che lei, la donna angelicata dal poeta, la sua Chiara, non sa e non si rende conto di cosa sia realmente successo. Mi vien solo voglia di piangere.

ALBERTO DE PRA
Ghostwriter e Scrittore Freelance

  • 24 January 2017
  • 14

Contattami

Andrea Brusa

Il tuo messaggio è stato inviato!