COMUNICATI STAMPA

andrea brusa,PUBBLICATO IL 03/01/2017 su GRANDANGOLARE... settimanale con oltre 10 milioni di lettori: http://www.grandangolare.com/  Dovete essere donatori di sorriso non ladri di sorrisi.

PUBBLICATO IL 03/01/2017 su GRANDANGOLARE... settimanale con oltre 10 milioni di lettori: http://www.grandangolare.com/ Dovete essere donatori di sorriso non ladri di sorrisi.

PUBBLICATO IL 03/01/2017 su GRANDANGOLARE... settimanale CANADESE rivolto alla comunità italiana all’estero ed in Italia con oltre 10 milioni di lettori:
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Dovete essere donatori di sorriso non ladri di sorrisi.

“On ne joue pas à être clown, on l’est! (Non si può fingere d’essere un Clown… lo si è)” - sostiene lo scrittore che ha ‘annunciato’ in abiti da Clown la Parola del Signore. Mi hanno distrutto l’esistenza… Ora la mia vita è improntata ad aiutare i diseredati, gli emarginati… soprattutto i più piccini, gli innocenti... e continua citando a memoria Luigi Pirandello: “Che mondaccio è questo! Che schifo! Ma perché si dev’essere così? Mascherati! Mascherati! Mascherati! Me lo dica lei! Perché, appena insieme, l’uno di fronte all’altro, diventiamo tutti tanti pagliacci? Scusi, no, anch’io, anch’io; mi ci metto anch’io; tutti! Mascherati! Questo un’aria così; quello un’aria cosà... E dentro siamo diversi! Abbiamo il cuore, dentro, come... come un bambino rincantucciato, offeso, che piange e si vergogna!”

Una performance ancora una volta in cui l’immagine evocata dalla parola risulta intrisa di eleganza, logos poetico puro e semplice, come poetica è l’essenza stessa dello scrittore piemontese Andrea Brusa. E proprio questo sembra essere il tema conduttore della serata: l’essenza del Clown. Non tanto la storia, il mestiere, le tecniche, ma l’anima vibrante che si nasconde dietro il naso rosso ed il sorriso spontaneo dell’amore di una creatura che ci somiglia perfettamente, pur essendo altra da noi, una figura magica che è noi stessi, ma che è tuttavia una figura ingenua, stilizzata, colorata, triste ed allegra, di una maschera che non è altro che una delle mille facce dell’uomo, un mito capace di dar voce ad ogni tipo di tendenza e d’idee.

“Il clown è un modo di essere nella vita, un modo di guardare la realtà, una sensibilità speciale, una sapienza profonda non fondata sull’istruzione ma sugli elementi della natura. È l’amore per le cose piccole, è avere sempre il sorriso sulle labbra. Sorridere è uno strumento ottimo per una buona convivenza. Il sorriso si ripercuote su noi stessi e su chi ci sta vicino… l’attenzione per la semplicità, la capacità di sorridere degli esseri umani e di noi stessi è fondamentale”, ribadisce Andrea Brusa.

La trovata da parte dell’Autore piemontese? Portare la magia della Clown all’interno di una serata dedicata alla poesia ed alla cultura angelica di cui lui stesso è portavoce (con una serie di seminari al riguardo) mescolando le arti circensi come la giocoleria, l’equilibrismo e l’acrobatica con il teatro comico fatto di pantomima e commedia dell’arte a chi, grande o piccolo che sia, si accosta per la prima volta al gioco del teatro, fatto di finzione più vera d’ogni realtà, di vere e proprie illusioni, autentiche nell’al di qua della morte, permettendogli di non fossilizzarsi ... in una libertà appassionata, affrancata dagli inganni del SI, effettiva, certa di se stessa, di sogni che spariranno senza lasciare segno, dove il mondo magico del Teatro, con i suoi aneddoti, pettegolezzi, scaramanzie, piccole e grandi storie e con i suoi infiniti travestimenti, i suoi personaggi ed i suoi sorprendenti destini, diventa una straordinaria giostra, un caleidoscopio di colori ed immagini senza termine e senza inizio, dal quale guardare senza più smettere, mai più disillusi e nemmeno disincantati perché non avevamo prima d’ora mai avuto il tempo per autentiche illusioni né per alcun preliminare incanto come quello da lui stesso propostoci. È il Clown Apostolo del Signore - così come l’Angelo Custode da lui incarnato e protagonista dei sui due ultimi successi editoriali - che ha "proclamato", meglio, "gridato" la Parola di Dio per svegliarci dal torpore tipico delle feste di fine anno. Ed è così che lo scrittore Andrea Brusa ha richiamato la storiella del clown che, scoppiato un incendio al circo, corre al villaggio a chiedere aiuto e a dare l’allarme; ma la gente, che considera il clown un burlone, si è limitata a ridere e a ritenere l’allarme come un simpatico scherzo pubblicitario. Così, oltre al circo è bruciato anche il villaggio. Quale il senso di questa provocazione: “Noi cristiani, in particolare noi uomini, a volte siamo considerati alla pari del clown: ingenui di fronte a come va il mondo, romantici perché credono ad "un’isola che non c’è, illusi nel credere che certi messaggi possano veramente salvare il mondo, e quindi, spesso, ridicoli, ma simpatici. Ma quello che professiamo, Gesù - il Dio con noi - è tutto vero... e intanto il mondo brucia".

È lampante che quello dell’autore della LA VIA DEI MIRACOLI non è il clown dello sghignazzo, della satira che umilia, feroce: è invece il clown, che ha origini nella cultura del Vangelo - anche se questo non appare al primo impatto - dalla parte del cuore, dalla parte dell’uomo. Il clown che presenta al suo pubblico, e a quanti vogliono introdursi in questa arte antica, è l’uomo che sogna, aperto al nuovo, dagli occhi sgranati di meraviglia e stupore, che incontra le persone e contempla la natura. È un clown che non divide il mondo ma riconcilia gli animi, che non si sente padrone ma «servo», dono, contento di giocare e di divertirsi, capace di stare con tutti, senza fare differenza di sorta. È il clown che semina sorrisi di perdono e di pace e quando per strada trova una moneta e un fiore, raccoglie il fiore e lascia la moneta, non barattando mai la sua libertà per soldi e neppure per un pezzo di pane, contento di essere accolto e accettato com’è. C’è chi afferma che l’uomo è contento di sé, quando può dirsi amato sulla terra. Andrea Brusa direbbe che è contento quando ama, pur non riamato. Di questi clown ha bisogno il nostro mondo: clown che non fuggono dalla realtà e non evitano la via stretta, indicata dal Vangelo, che porta alla salvezza. Sono clown per onorare il loro corpo, che racconta, narra, danza, corre, ama, genera vita. Lo sono per vivere la perfezione dell’arte del sorriso, di cui il mondo ha estremamente bisogno. È dunque un santo il clown? Non lo è così come non lo è l’Autore/Angelo, anche se tende ad esserlo nel senso che è cosciente dei limiti della sua «professione». Nel libro di Arthur Miller, Un sorriso ai piedi della scala, si racconta di un clown che aveva una grande ambizione: quella di poter donare alla gente un sorriso, una gioia, che non finisse mai. Si rende conto di non poterlo fare perché la gioia senza fine è un dono che solo Dio può fare. Ma già tendere a questo, lo solleva “su ali d’aquila” da una terra, dove spesso la prima ambizione è il denaro, il potere, la ricerca di se stessi e dei propri interessi. Il clown punta in alto per non lasciarsi appesantire da una forza di gravità che mira a spegnere i nostri sogni. Essi non devono morire né all’alba né al tramonto per potere dare speranza a chi non ne ha, futuro a chi vive nel quotidiano, andare oltre a chi non si muoverebbe mai dall’uscio di casa, dal vicolo o dal pub del quartiere, dove sembra che la storia del mondo si sia arenata lì.
E così, al termine di una serata carica d’emozione è davvero tanta l’energia che pervade l’aria dopo aver sentito parlare ed esibire l’autore… che soprattutto quando parla di Angeli sembra realmente trasformarsi anche a livello vocale… La fede per lui è sicura, forte come l’ali del nostro Custode. Vivo è l’amore come il manto che ne orna le spalle. Ma ampia e splendente è la veste e ti dice: “Spera!”. Vedi che non sei mai solo? Lo vedi in ore di grande sicurezza nella tua condizione spirituale e di grande gioia. Lo vedi ora in cui gli eventi ti portano a dubitare completamente della tua missione e in cui la tristezza della solitudine spirituale ti accascia. Lo vedi perché c’è. Sempre. È l’angelo del tuo Getsemani. Amalo come un glorioso fratello che ti ama. Questo è, mi pare, il luogo dell’evangelizzare oggi: luogo di un vulnus (ferita) di fronte ad una civiltà per molti aspetti alienata e per tanti altri aliena nei confronti del Vangelo. Dice l’Autore: “Senz’altro non desidero negare i molteplici lati positivi di questo nostro tempo. Io stesso non saprei più vivere senza Internet o senza il cellulare o senza le medicine ed i mezzi di trasporto odierni, ma registro pure che il costo di tutto ciò sul senso della vita sia davvero alto, perché questi strumenti incidono non solo sul livello quantitativo dell’esistenza (possiamo fare più cose e più velocemente), ma sul livello qualitativo (affrontiamo diversamente la nostra vita). E quando tutto ciò viene vissuto, come normalmente capita, in modo frenetico, senza cautele e attenzioni, senza il riscontro di un’istanza critica, allora queste stesse positività degli strumenti e delle condizioni attuali rischiano di essere risucchiate nel cono delle energie negative pur presenti in essi. Ed è esattamente in relazione a queste ambivalenze che la parola del Vangelo, oggi, sarebbe tanto “utile”, eppure proprio essa resta “dis-attesa”. Ma non per lo scrittore Andrea Brusa che da VERO Angelo – sia che si trovi a ricoprire le vesti di Clown o d’Autore di prestigio – cerca di portare una parola di speranza a noi tutti, e lo fa con l’esempio suo personale nella sua stessa quotidianità.

Commoventi, per non dire struggenti, le parole pronunciate al momento dell’accomiatarsi dai presenti, e tutte rivolte alla sua compagna di vita nonché Compagna di Volo Chiara: “Adesso voglio solo piangere e morire. Voglio morire mentre piango, affogato dalle mie stesse lacrime, per celebrare nella maniera più degna la fine della mia vita. Mancando le persone che piangono attorno al mio letto, al funerale, piango da solo, per me stesso, per ricordarmi che è stata una perdita davvero dolorosa, che adesso il mondo rimpiangerà di non avermi dedicato più attenzione. Devo per forza iniziare a piangere un poco prima di morire, perché dopo sarebbe impossibile; appena morto il pianto cesserebbe, allora inizio prima. È un buon modo di morire, perché quando si piange si è sinceri, i sentimenti sono puliti, lavati dalle lacrime; in questo modo posso andarmene con l’animo in pace. Oppure voglio piangere mentre muoio, perché così sono occupato a fare altro e tengo lontani i pensieri dal fatto che tra un po’ muoio, che sto morendo. Voglio piangere lacrime copiose, voglio che tutta la faccia finisca per essere completamente bagnata, mi ci voglio lavare la faccia con le lacrime calde e salate, e poi le gocce voglio che si facciano strada attraverso i peli della barba, poi scavalchino il rialzamento del labbro superiore, e arrivino alla bocca, perché voglio sentirne il sapore salato. Mi piace l’idea di morire col sapore delle mie lacrime in bocca, perché così posso abbracciare un po’ di ricordi importanti; l’acqua del mare che mi inzuppa le scarpe per non essermi accorto di un’onda più forte delle altre. Assaggiare l’acqua nella pentola col cucchiaio di legno, per vedere se è giusta di sale prima di buttare la pasta, che poi l’acqua sa quasi sempre del legno del cucchiaio. Quella volta che tu piangevi e io ti abbracciavo, e assaggiavo il sapore delle lacrime tue, che assomigliavano al mare e all’acqua per la pasta. Vedi? Quasi me lo dimenticavo che sto morendo. In alternativa voglio che mi ami, amore mio, moglie mia!”

ALBERTO DE PRA
Ghostwriter e Scrittore Freelance

  • 03 January 2017
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Andrea Brusa

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