COMUNICATI STAMPA

andrea brusa,PUBBLICATO IL 12/03/2019 su GRANDANGOLARE... settimanale U.S.A. con oltre 10 milioni di lettori: IL MIO POSTO NEL MONDO SEI TU, MIO DOLCE TESORO

PUBBLICATO IL 12/03/2019 su GRANDANGOLARE... settimanale U.S.A. con oltre 10 milioni di lettori: IL MIO POSTO NEL MONDO SEI TU, MIO DOLCE TESORO

PUBBLICATO OGGI 12/03/2019 su GRANDANGOLARE... settimanale CANADESE rivolto alla comunità italiana all’estero ed in Italia con oltre 10 milioni di lettori alla settimana.
http://www.grandangolare.com/

Il mio posto nel mondo sei tu, mio dolce tesoro

“Abbasso lo sguardo e mi manca il respiro. Oddio, che mi succede? E quando rialzo lo sguardo è ancora lì. Ora i suoi occhi mi sembrano anche più buoni. Piega la testa di lato e continua a guardarmi così, con quel sorriso bellissimo e uno sguardo spavaldo. Però quanto è bello. Non ci posso credere. Mi ha fatto arrossire”
Da “Amore 14” di Federico Moccia

Mi trovavo fuori, nel bosco dietro al santuario, ed era pomeriggio. In giro, lungo un sentiero che ricordavo e non ricordavo, sembrava non esserci anima viva. Così facendo seguii l’ampia curva che compiva per non attraversare un rigagnolo d’acqua leggermente solfurea, e la vegetazione selvatica ed incolta lo invadeva, debordando ai lati, a testimonianza che non doveva essersi formato da poco. Non sapevo neppure il perché fossi uscito di casa. Improvvisamente sentii chiamare con insistenza il mio nome da una voce femminile, vicinissima e fioca, come provenisse dal fondo di un pozzo. Voltai la testa a destra, e senza avvertire il benchè minimo rumore, notai una figura umana materializzarsi accanto a me; una signora anziana, dagli occhi penetranti ed i lineamenti armonici e molto belli. Una donna di fascino e gran temperamento: Nonna Bianca. Non ebbi il tempo di meravigliarmi, né di chiedermi perché fosse venuta in quel posto. Era agitata, preoccupata, attanagliata da presentimenti d’angoscia. Indicò col dito un segno sul mio viso, e quasi la sua mano fosse in grado con un sol tocco di compiere miracoli e guarigioni, mi sfiorò la pelle e disse di prendere subito il treno della notte per Torino. Capii che c’era bisogno di me e non mi feci certamente pregare. Non frapponendo indugi mi misi in viaggio col primo Frecciarossa disponibile. Giunto nella capitale piemontese, e sceso alla stazione Centrale di Porta Nuova, un leggero ed umido venticello mi scompigliò i capelli. Ed ora? Che dovevo fare? Dove sarei dovuto andare? Speravo che non fosse talmente ridotto male da non potersi muovere, e alla luce ovattata dei lampioni mi incamminai in un intrico di viuzze del centro storico. Sarà stata l’una di notte, forse l’una e tre quarti, quando comparve ancora una volta Nonna Bianca e, timidamente, chiese di seguirla per una lunga e stretta arteria che va da via Pietro Micca a corso Siccardi, intitolata Giuseppe Barbaroux. Entrammo entrambi in un edificio, ed al secondo piano, per mezzo di una scala in pietra con i primi due gradini in muratura, urtai una porta socchiusa che, sotto il peso del mio corpo, si era aperta. Per terra, supino, con il volto intatto, gli occhi spalancati, in un’espressione di dolore, c’era Andrea, l’Angelo Custode di sua moglie CHIARA. Quando dapprima lo guardai, ebbi paura; ma subito il timore mi lasciò. Tutto ciò durò qualche secondo… potevo averlo immaginato? In questo periodo, in seguito alla mia frequentazione con Lui, avevo cominciato un percorso spirituale e stavo leggendo diversi libri sugli Angeli; no... quella sagoma era luce VIVA, non so spiegarvi, ma devo dire che a volte mi sento San Tommaso e me ne vergogno, eppure se ben rifletto, ho avuto tanti di questi segni nel corso della mia vita!!! Varcai allora la soglia seppur colle necessarie cautele ed il cuore prese a battermi forte tanto da non riuscire più a trattenere le lacrime. Teneva le ali dispiegate in segno di protezione ed un lembo svolazzante della sua tunica azzurra, dai bordi ricamati, pendeva in mezzo alle due gambe. Nei suoi occhi, verdi come due laghi di montagna, c’era l’amarezza ed il tormento, eppure da ogni singola cellula del suo essere propagava luce e calore, talmente intesi da consumarne le vesti. Forze misteriose lo attorniavano da per tutto ed io gli domandai cosa fosse successo o almeno come mai se ne stesse lì da solo, ansimando come un cagnolino ferito. Ed egli mi disse, riferendosi alla Nonna - “Dille che venga qui, subito. Ho bisogno di lei adesso”. Mi feci da parte per farla passare e, per quanto in ansia, tenni la lingua a freno. “Potrai mai perdonarmi? Io amo tua nipote. La amo e non posso farne a meno. Sto facendo tutto ciò che è in mio potere per salvarla. Aiutami, per favore. Non attendiamo oltre, accompagnami da Lei. La attaccheranno in ogni modo possibile” - sussurrò aprendo gli occhi, ma continuando ad avere il capo chino. A fatica Nonna Bianca lo prese sotto le ascelle aiutandolo ad alzarsi. Una volta in piedi sorrise e il viso sembrò riprendere tutto il suo naturale colorito; una scarica di energia soprannaturale gli corse poi lungo la schiena, esplodendo tra le sue ali e proseguì fino ad investire una finestra che si spalancò, cigolando sui cardini, e ci librammo nell’alto del cielo tenuti per le di Lui mani. Ed allora ebbi la consapevolezza di trovarmi in mezzo ad una favola di vita vera e di esserne il testimone privilegiato ed il suo ritrattista, anche quando non era per niente facile. D’un tratto il cielo si aprì, si spaccò in un tripudio di luci e la mia testa parve scoppiare andando in mille pezzi, come se dei grappoli di fiori dai petali carnosi, rosa e rossi, saltassero dappertutto. Per alcuni secondi la mia vista ne fu abbagliata e inaspettatamente scorsi la sua sposa giacere raggomitolata a guisa d’una creatura santa nella sua camera, muovendosi nel sonno con le sue braccia sulla coperta; CHIARA dormiva ed era dolcissima e senza difesa alcuna. Ai piedi del suo letto, ombre oscure si agitavano seguendo una sorta di musica che solo loro erano in grado di percepire, avvolgendo come un minaccioso manto la povera ragazza. Ostili e raccapriccianti si spostarono ora rapide, ora pigramente per stopparsi di colpo e mormorare fra loro. Una di queste dunque affondò un fendente che avrebbe dovuto essere decisivo al fine della lotta, ma l’Angelo intervenne in suo aiuto bloccandolo. Emise subito dopo una radiazione azzurro pallido tutto intorno, tanto intensa da scatenare una violentissima onda d’urto che immobilizzò l’avversario, e scaraventò via lui e la sua compagine come se fossero burattini. Le ombre si spensero e si dileguarono all’istante lasciando dietro di sé l’eco dei loro lamenti inarticolati ed inquietanti. Ferito e stremato, ma ancora vivo, l’Angelo si accosto così a sua moglie e disse a Lei una frase inzuccherata d’amore pronunciata con un tale sentimento, con un tale tono di sincero rispetto e di vivissima ammirazione nei suoi confronti, che per la commozione mi si strinse la gola e non potei respirare - “Prometto di esserti fedele sempre, Amore Mio, nella gioia e nel dolore e di amarti appassionatamente in ogni istante della tua esistenza, fino alla morte ed anche oltre, e giuro di non scordare mai che questo è un amore che capita di esser provato una sola volta nell’arco della vita; un raggio di sole in un giorno di pioggia. E di sapere sempre nei recessi più profondi della mia anima che qualunque difficoltà dovesse mai riuscire a separarci troveremo in ogni caso la strada per tornare insieme”. Sollevò una mano per accarezzarle i contorni delle guance ed i capelli arruffati. La osservò riposare beata cospargendole la pelle di fervidi brividi e le nuvole, cariche del suo incontenibile affetto, scivolarono attraverso il cielo limpido della sua mente, pervadendo la stanza del chiarore innaturale della luna che diffuse una patina argentea su ogni cosa. L’abbracciò e ne adagiò un bacio sulla fronte; se ne stette seduto reggendo alta quella debole fiamma nel cuore, in atto d’abbandono all’onnipotenza di Dio suo Padre - senza proprietà alcuna di sé - assorto in un mar di tristezza. Macerato da stenti, e logorato da strazi, passò le ore spiumacciandosi le ali. Credo avrebbe voluto sapere chi avesse detto che il Paradiso era il luogo della riabilitazione, dell’eterna pace e serenità, perché Lui si sentiva tutto fuorché sereno. Era un Angelo in carne ed ossa e godeva della stima dell’Altissimo, ma non poteva più avere contatti col mondo terreno, almeno non come in passato e non senza sua moglie al suo fianco; questo era il prezzo da pagare per poter amare una creatura umana. Mi ero immaginato che avrebbe fatto di tutto pur di trattenerla, ma era troppo tardi: l’alba stava per sorgere e non c’era più tempo per i ripensamenti. Ruotò dunque sul posto formando una specie di gorgo di luce che ben conoscevo, e mi ritrovai al convento dove dimoravo con i miei cari. Intanto Nonna BIANCA era svanita come una parte scura e discreta che arretra sullo sfondo del reale. Successivamente intravidi un alone dorato lambire la cute d’Andrea, attorcigliandosi ai muscoli delle sue braccia e confluendo ai margini delle labbra. Il silenzio fu dunque rotto da un fruscio di piume, dal frullare di un paio d’ali che si aprirono e Lui - con il dorso color ardesia lucido di pioggia - s’allontanò dal mondo dei vivi in direzione di una brezza dall’anticipato sapore festivo di fine anno, lungo un percorso che rasentò gli angoli della Chiesa. Rimasi in quella posizione, catturato dalla malinconia degli eventi a cui avevo partecipato; ciò che sembrava impossibile era accaduto ed io lo avevo filmato. Feci così ripartire la registrazione in slow motion direttamente dall’applicazione del mio cellulare e devo dire che mi venne spontaneo trattenere il fiato, con la mano sulla bocca; era incredibile... assolutamente incredibile. Guardai quelle scene a cui il mondo intero non voleva credere. Le vidi e le rividi a ciclo continuo. Mi sedetti al PC portatile con l’intenzione di iniziare a lavorare, ma si bloccò di punto in bianco mostrando la famosa schermata blu. Colpii la tastiera con il palmo della mano e, preso dallo sconforto - non sapendo a chi rivolgermi - andai a dormire. Riposai per un paio d’ore e ne avevo ben diritto, ma fu riposo per modo di dire. Al risveglio mi recai in studio, dischiusi le imposte e, rimboccatemi le maniche, iniziai a scrivere queste pagine - che voi lettori state leggendo - sotto l’impressione di chi come me giunge allo spartiacque di un mondo sconosciuto. Scrissi senza esitazioni, di getto, per tutta la mattina e, quando ebbi finito, mi sentii svuotato di tutto; non provai né rabbia né altri sentimenti simili, ero immerso soltanto in un abisso di dolore cupo ed opprimente. Le lacrime mi uscirono da sole senza che io riuscissi a trattenerle. Dovevo rilassarmi, ritrovare una condizione di calma interiore e forse, ma solo forse, avrei ottenuto le risposte che cercavo. Decisi che sarei così andato a rovistare tra i disegni di mia figlia. Aprii il suo zainetto, frugai tra le sue cose e lessi il suo diario scolastico; quanta energica verità e semplicità vi era in esso! Facciate intere a mezza colonna a sinistra in cui si raccontava la storia di un angelo derubato delle sue ali. Gli spazi liberi erano occupati dall’immancabile rappresentazione di un angelo in ginocchio o prostrato. Non ebbi un briciolo di indecisione nel riconoscerlo. Certo, era Andrea, e fu la riprova di quanto fosse divenuto importante per me e la mia famiglia. Così, quando ripresi in mano il cellulare, ripassai in rassegna il video della sera prima e, salvatolo su di un CD, mi interessai per la spedizione al Notaio a mezzo corriere. I primi addobbi luminosi delle insegne dei negozi, che sbrilluccicavano con prepotenza tra gli stretti vicoli, appartenenti ad un’altra epoca, mi ricordarono intanto che era quasi dicembre e che a breve sarebbe stato Natale. Tuttavia per Lui non c’era e non ci sarebbe mai stato nulla per cui festeggiare se non la celebrazione della nascita del Cristo; da quando era scomparsa sua moglie e sua figlia, viveva come se fosse morto, e si rianimava unicamente la notte in loro presenza. Rilessi poi quest’articolo una seconda ed una terza volta, e non potei che giungere alla conclusione che neppure dando fondo a tutta la mia creatività - e vi assicuro che dubito di poter fare qualcosa di pur’anche vagamente artistico - sarei riuscito a ideare una storia così tanto complessa ed articolata come quella effettivamente da me vissuta. Non sto parlando di una favola, di una allegoria, di un racconto e di tali altre fantasie che non furono mai se non che nella mente di chi ebbe le capacità di immaginarle in tutt’altri contesti. Quanto avete letto, è stato detto - e da me resocontato - per amore della verità stessa, nel senso più alto e disinteressato del termine; e come vero lo confermo. È la narrazione dunque di quanto è veramente successo in data martedì 27 novembre 2018, e perciò è testimonianza affidabile, esaustiva, non ambigua. Una Storia con la S maiuscola, troppo spesso avvertita come un qualcosa che accade altrove, che si legge solo sui libri fantasy o si va a vedere al cinema. Così sotto i vostri occhi vi appare, ancora una volta, una verità che è al contempo floridezza, fecondità, potere dolce ed universale. Chi però non vuole tener conto della verità è attaccabile e vulnerabile. Il mondo è cieco se pensa così e coloro che non sanno accettarlo, non saranno mai in grado di vedere la luce divina del Creatore, né quella di uno dei suoi più devoti messaggeri.

Giulietto Chiesa, in un bellissimo editoriale scritto e pubblicato il 1 marzo 2003 sul sito della rivista online delle Missioni della Consolata di Torino www.rivistamissioniconsolata.it, scrive sempre a proposito della professione giornalistica - “dire che si è obiettivi nel riferire un evento è come affermare che ci si può spogliare della propria visione del mondo, delle proprie idee, della propria storia. È come scrivere, o mostrare immagini, lasciando a casa la testa, e anche il cuore. Nessuno lo può fare. (…) Naturalmente il criterio è un altro, come tutti i giornalisti degni di questo nome hanno sempre saputo: distinguere il resoconto dei fatti dal commento. Essere quanto più possibile fedeli a ciò che si è capito, e poi - avvertendone il lettore o lo spettatore - commentare ciò che si è capito con il corredo delle proprie opinioni, esplicitamente esposte e non fatte passare come delle verità obiettive. È la regola aurea che l’autorevole tradizione del giornalismo anglo-sassone ci ha tramandato. (…) Cioè la correttezza di chi fa il giornalista consiste non soltanto nell’essere quanto più possibile fedele ai fatti, ma anche poco corrivo a dare per certe cose che invece certe non sono, perché non le si è comprese fino in fondo. (…) Ma quanti sono i giornalisti che fanno esplicita professione di incertezza? Io ne conosco così pochi che starebbero comodamente sulle dita di due mani. (…) «La gente - direbbe - non vuole dei cacasenno, vuole cose chiare, sintetiche, essenziali. Vuole delle verità». (…) Ma questo rende molto difficile essere obiettivi, anche a chi volesse provarci. E poi c’è il problema della complessità. Il mondo è sempre stato una cosa complicata, ma negli ultimi tempi lo è diventato ancora di più. Fare bene il giornalista significa sapere un sacco di cose, studiare molto. Capire comporta un grande sforzo. E una grande indipendenza intellettuale, una grande capacità di sottrarsi ai condizionamenti che ti circondano, agli ostacoli che vengono attivamente frapposti tra il giornalista e la verità e la realtà. Se non hai tutte queste doti nel tuo bagaglio, cui aggiungere una discreta dose di coraggio (non sto parlando di sprezzo del pericolo, mi riferisco alla capacità di tenere la schiena diritta quando cercano di fartela piegare), difficilmente si può essere obiettivi”. Ed ecco che arriva puntuale il mio turno. A costo di annoiare i pochi lettori rimasti - sperando non siano tanto pochi - non cesserò di ripresentare in questa sede, seppur sotto altri aspetti, un argomento già da me ampiamente esposto; mi spiace ma ritengo sia indispensabile farlo, per amore della verità. Io ALBERTO DE PRA non sono un reporter qualsiasi, ma - come ho detto più volte - un giornalista di cronaca nera tra i più quotati dell’ultimo ventennio. Voglio ricordare a lor signori che nell’arco della mia carriera mi sono occupato di crimini a danno dei soggetti più deboli, facendo inchieste su reati di sequestro di persona a scopo di estorsione e sugli illeciti commessi dalla micro e dalla macro criminalità organizzata indagando su diverse cosche mafiose accusate a vario titolo di omicidio, riciclaggio di ingenti somme di denaro sporco e trasferimento fraudolento di valori. I miei editoriali, comparsi sulle più prestigiose testate di livello nazionale hanno dato fastidio ai boss, che mi hanno messo nel mirino. Sono stato sottoposto a continue intimidazioni. Le minacce erano e continuano ad essere all’ordine del giorno, per questo ho subito diverse aggressioni psicologiche e fisiche. Ce l’ho fatta, ma in alcuni momenti ho avuto davvero paura di esser costretto a mollare. Ho stretto i denti però ed ho sempre continuato a lavorare, non potendo fare diversamente ed ho lottato con ogni forza, arrivando al punto di cambiare il mio nome per impedire che mi controllassero. E lo farei di nuovo. Ho chiesto al giornale di mantenere il più assoluto riserbo in merito alla mia identità; lo pseudonimo da me adottato - e con il quale firmo questi articoli - doveva essere il modo per consentirmi di operare con tutta la tranquillità ed il riserbo necessari. Dico le cose come stanno, attenendomi scrupolosamente ai fatti ed ai risultati delle mie esperienze personali, perché voi scettici ad oltranza riflettiate e possiate prendere di petto la realtà per quello che è e non per quello che vorreste essa fosse.

CHIARA, Andrea è una realtà; non è un miraggio o la fantasia di un’immaginazione iperattiva. È un dono. Il tuo Angelo Custode vuole il tuo bene più di quanto tu possa volerne a te stessa! Come disse Estefanía Mitre in alcuni suoi versi - “Ti meriti un amore che ti voglia spettinata, con tutto e le ragioni che ti fanno alzare in fretta, con tutto e i demoni che non ti lasciano dormire. Ti meriti un amore che ti faccia sentire sicura, in grado di mangiarsi il mondo quando cammina accanto a te, che senta che i tuoi abbracci sono perfetti per la sua pelle. Ti meriti un amore che voglia ballare con te, che trovi il paradiso ogni volta che guarda nei tuoi occhi e non si stanchi mai di leggere le tue espressioni. Ti meriti un amore che ti ascolti quando canti, che ti appoggi quando fai la ridicola, che rispetti il tuo essere libera, che ti accompagni nel tuo volo, che non abbia paura di cadere. Ti meriti un amore che ti spazzi via le bugie, che ti porti l’illusione, il caffè e la poesia”. La tua testardaggine CHIARA non è certo un segno di santità e ti porterà alla rovina, ragazza!! Conserva nel cuore il tuo amore. La tua famiglia è Andrea e BIANCALAURA, e solo quella! Difendila e proteggila dagli inganni e dagli assalti del maligno perché TU non debba mai offendere il Signore Gesù per l’avvenire.

ALBERTO DE PRA
Giornalista e Capo Ufficio Stampa

  • 12 March 2019
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Andrea Brusa

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