COMUNICATI STAMPA

andrea brusa,PUBBLICATO IL 01/01/2019 su GRANDANGOLARE... settimanale U.S.A. con oltre 10 milioni di lettori: VORREI SENTIRE LA TUA DOLCE VOCE CHE MI DICE

PUBBLICATO IL 01/01/2019 su GRANDANGOLARE... settimanale U.S.A. con oltre 10 milioni di lettori: VORREI SENTIRE LA TUA DOLCE VOCE CHE MI DICE "TI VOGLIO BENE"

PUBBLICATO OGGI 01/01/2019 su GRANDANGOLARE... settimanale CANADESE rivolto alla comunità italiana all’estero ed in Italia con oltre 10 milioni di lettori alla settimana.
http://www.grandangolare.com/

Vorrei sentire la tua voce dolce che mi dice “Ti voglio bene”

“Sto cercando mia moglie... Un attimo. D’accordo, ok. Se deve succedere qui allora deve succedere qui. Non ti permetto di sbarazzarti di me. Cosa mi rispondi? Un tempo era la mia specialità, lo sai ero bravo nel salotto, mi mandavano a casa e io li convincevo. E ora io proprio, non lo so... Ma stasera, per il nostro progetto, per la nostra società è stata una serata molto importante, molto importante. Ma non era completa. Non era neanche lontanamente avvicinabile a una qualsiasi possibile completezza. Perché non potevo condividerla con te. Non sentivo la tua voce e non potevo ridere insieme a te. Mi manca mia moglie. Viviamo in un mondo cinico. E lavoriamo in un ambiente di persone fortemente competitive. Io ti amo. Tu, tu mi completi”
Dal film, Jerry Maguire (1996)

Presto o tardi non ci sarebbe stato più un solo locale aperto; gli empori dei commercianti più zelanti avrebbero abbassato le saracinesche e la città si sarebbe così addormentata in attesa del sorgere del sole. Telefonai ai miei per avvertirli che, avendo perso l’ultimo treno, sarei rientrato l’indomani mattina, e decisi di trascorrere la notte alla stazione andando a rifugiarmi in una caffetteria aperta. Ma, non appena realizzai dov’io fossi a quell’ora insolita ed il perché, una sensazione di disagio si impossessò del mio animo e mi indusse ad alzarmi, e ad uscire. Voltato l’angolo - e fermo sotto alla palina del semaforo - iniziai a vedere un chiarore assai vivo e sfavillante proprio di fronte a me e sentire strani lamenti provenire dal vicino rigagnolo, alla distanza forse di duecento passi, come se l’acqua amplificasse delle voci querule di lamenti, lacrime e singulti. A quell’ora non c’era nessuno in giro; c’ero solo io, le note d’una dolce melodia nella mia mente - che per tutto il giorno non mi aveva mollato un solo secondo - e le stelle moltiplicate all’infinito nel buio, come piccole lucciole. Quand’ecco un’ombra improvvisa mi costrinse a fermarmi di colpo e mi predisposi in posizione di difesa. Strillai dentro di me, mentre una luce bianca mi avvolse a proteggermi da ciò che mi stava intorno, e ne avvertii il calore e la forza che emanava. Una figura estranea a quei luoghi - dapprima evanescente, poi via via sempre più definita e riconoscibile - prese forma, dimensione e colore, e le parole mi morirono sulle labbra. Sembrò uscire timidamente dal nulla ed avanzò fino a rivelarne il corpo al quale si congiungevano due splendide ali, dalle tonalità di fondo avorio intenso, che lo sostenevano. Era l’immagine dell’Angelo Custode di sua moglie CHIARA, avvolto in una fluttuante tunica di lino di un azzurro brillante, ricamata con una frangia d’argento, ed un mantello di velluto formato d’un gran pezzo di stoffa ornata, con semplicità, di passamanterie. Iniziò a muovere con rapidità le spalle in avanti ed indietro. Le ali si dispiegarono e d’un tratto si distesero; una polvere argentea si diffuse nell’aria sino quasi ad abbracciare le nubi autunnali. La stanchezza gliela si lesse sul viso ed egli si elevò dal suolo di alcuni metri. Con la sola forza del suo pensiero, mi ritrovai dunque nel centro di una barriera d’energia violacea ed un vento gelido mi penetrò nelle ossa resecando la pelle della mia giacca al pari di un coltello. Pose poi le sue mani sulla mia testa e permise al suo subconscio di entrare nel mio, in modo ch’io potessi rivivere i suoi ricordi. Vidi così, con gli occhi della memoria, Andrea e CHIARA abbracciati felici, distesi uno accanto all’altro, persi ciascuno nelle proprie emozioni. Si scambiavano coccole ed effusioni in gesta reciproche di affetto. Baci e parole dolci. Ormai il loro amore era enorme, grande quanto il mondo, e fortunatamente nessuno sembrava essersene accorto. Purtroppo non sempre le cose vanno come si crede, ed in pochi attimi furono accerchiati e divisi. Presi alla sprovvista i due non poterono fare nulla e solo l’Angelo Custode - che già allora presiedeva gli spiriti più severi e propensi a fare per conto loro - riuscì a scamparla, destinato però a vivere tra i dolori di un’esistenza qui sulla Terra, piegato in due sotto il peso di un enorme fardello: l’assenza della sua amata sposa e di sua figlia BIANCALAURA. In quel mentre Andrea si allontanò da me ansante e senza fiato. Quelle visioni, analogamente ad un canto incantato e suggestivo, ebbero il potere di ammaliarmi al punto da farmi dimenticare le più elementari precauzioni. Certo, comprendevo il suo sentirsi sconquassato; il suo essere sembrava fosse andato in mille pezzettini che non ritrovavano più il giusto incastro tra loro, ed io non riuscivo a credere che il suo amore ne avesse passate così tante. Non volevo convincermi che fosse stato abbandonato a se stesso per tutto quel tempo a combattere e ad entrare in una guerra non solo necessaria ma giusta, e che dei meriti e delle fatiche sue non avrebbe affatto ricevuto riconoscenza. Sapeva di essere l’ultima speranza per la di Lui compagna e che doveva farcela a tutti i costi. Non poteva arrendersi o avrebbe decretato l’inizio di un’era eterna dominata da sedicenti maghi, credenze fasulle, e presunte divinità stracolme di vizi. Poi, ad un tratto - ad interrompere le mie riflessioni - successe l’impensabile, ed una freccia dorata lo colpì in pieno torace senza preavviso alcuno, quando forse meno se l’aspettava. Una presenza sinistra lo aveva nuovamente ferito, più e più volte, in una sorta di sadico gioco, ed ora sembrava deciso a portare l’affondo. Spossato dal dolore l’Angelo ruzzolò sul marciapiede; intrepido trasse dalle carni il dardo e ritornò più coraggioso che mai allo scontro. Il Demonio era ciò che lo stava inseguendo. Una creatura antica che stava appostata lì, da qualche parte, seppur noi non la percepissimo con gli occhi. Era ormai chiaro che la nostra presenza stava diventando scomoda. Oltre a provare una sofferenza lancinante, una copiosa quantità di sangue gli fuoriusciva dalla ferita, zampillando di un rosso quasi luminoso. Ed ecco che, come già capitato in passato, la lesione si rimarginò con stupore e scomparve, dapprima lasciando i segni di una profonda cicatrice, poi spianando anche quella, e al suo posto si andò a riformare normale la pelle. Non sapevo cosa fare, che dire. Lui faceva del suo meglio per consolarmi, dicendo di essersi ripreso e che i suoi sentimenti avevano trionfato sul dovere, sull’onore e perfino sul Male, e non solo per sua moglie CHIARA, ma anche per tutti quelli che le stavano a fianco. “Non devi esserne stupito, Alberto. In fin dei conti è tutto molto più semplice di quello che credi. Non è stregoneria; è il Potere dell’Amore che è veramente infinito e permette di aumentare il nostro potenziale mentale, fisico e spirituale, consentendo ai nostri desideri più nascosti di manifestarsi concretamente” - disse l’Angelo Custode ed aggiunse - “L’amor mio per mia moglie CHIARA e mia figlia non ha limiti, e non posso se non amare loro: l’amor mio è puro, semplice e netto, né posso amare se non con quell’amore. Mi manca la loro presenza costante, mi manca mia moglie. Mi manca correrle incontro con un sorriso. Mi manca a tal punto che ne avvertirei l’assenza anche se non ci fossimo mai conosciuti”. A quelle parole dolcissime seguì un lungo silenzio imbarazzato, e non appena le lacrime scivolarono giù dal suo viso, lo abbracciai stretto. Ma non piangeva per il dolore patito, al contrario - il suo cervello continuava a ripeterselo, forse più per convincersene che per altro. Piangeva bensì per la propria impotenza, per la propria terribile solitudine, per la crudeltà degli esseri umani. Piangeva perché Lui, pur non facendone parte, non poteva assolutamente opporsi. Piangeva perché gli avevano strappato dalle braccia anche l’unica persona che forse, per un attimo, aveva riposto la massima fiducia in Lui, avendo saputo guardare oltre la sua maschera, oltre i limiti della visione ordinaria, al di là dell’apparenza, scorgendovi tutto fuorché bassezze, inganni, invidie, ingratitudine e cattiveria. L’unica donna che in quei pochi istanti, gli aveva voluto davvero bene per quello che era! Lo fissai sgomento; ammiravo la semplicità di quell’anima candida venuta su questa Terra per mano di Dio, e che ora sembrava risplendere quietamente, di una luce più mite, velata di tristezza e di commozione; poi tornò a sfoggiare uno sguardo innamorato, facendomi fermare il cuore e togliendomi il fiato e, come uno spettro in un castello, svanì. Che dire… ero fuori di me. Non mi ero neppure reso conto che non sapevo dove andare a dormire, così girovagai senza una meta, con quella poca forza che mi restava. Alla fine decisi di sedermi sulla scalinata della piazza, vicino al Duomo, ed iniziai a scrivere come al solito sul mio computer portatile. Erano le 04,00 della mattina e la stanchezza cominciò a farsi sentire e, per quanto sapessi alla perfezione come gestirla, quello a cui ambivo erano riposo ed una tregua; allora misi il PC nella borsa a tracolla e chiusi gli occhi cercando con la mente di estraniarmi dai messaggi che il mio corpo mi inviava. Ma non ci riuscii. All’alba presi il primo treno e tornai all’abbazia dove dimoravo con Lauren e le mie due bambine, riprendendo la mia solita vita d’uomo di un tempo: allegro e spensierato. Anche se quella spensieratezza non faceva più parte di me da molti anni. In ogni caso mi misi subito al lavoro. Mentre redigevo quest’articolo - che voi lettori state ora leggendo - fuori prese a piovere prima impercettibilmente, poi sempre più forte. Assorbito da quell’atmosfera irreale che mi fece venire i brividi sapevo di non dovermi lasciar distrarre o abbattere; nessuna indecisione mi doveva ostacolare; era necessario ch’io scrivessi d’un Angelo, che si è fatto tutto a tutti. E così feci. Per diverse ore lavorai quasi senza interruzione. Riversai su un dischetto tutti i documenti relativi a quella nottata con Andrea; il video, le fotografie e naturalmente questo editoriale. Riguardai il filmato da me realizzato con il mio telefonino. Come poteva essere - mi chiesi - e come mai nessuno, fino ad ora, l’aveva mai fotografato? Come dubitare della coerenza delle mie parole e delle prove da me prodotte, finendo con il sospettare di tutto ciò che dico? Non capivo come fosse possibile arrivare a tanta cecità, nella moltitudine immensa di uomini di ragione dotati, da poter negare anche l’evidenza! Allora, mi ricordai di quanto dicesse Franz Kafka riguardo il dono della FEDE: “A ogni uomo, in questo mondo, vengono proposte due domande, la prima circa la credibilità di questa vita, la seconda circa la credibilità del suo fine. A entrambe queste domande il semplice fatto della vita ciascuno di noi risponde con un «sì» così forte ed esplicito, che potrebbe sorgere il dubbio se le domande siano state intese a dovere. Ad ogni modo, ora bisogna che ognuno vada conquistando pian piano questo suo «sì» fondamentale, perché, molto al di sotto della sua superficie, le risposte sono confuse ed evasive”. Capii quanto avessi ancora da imparare da Lui e quanto poco progredissi, nonostante la voglia e l’entusiasmo che ci mettevo. Un attimo dopo la porta si aprì, Lauren entrò con una tazza di tè caldo e me la porse. Era proprio quello che ci voleva per attenuare quel malessere che continuava a martellarmi lo stomaco. Mi accomodai così accanto a lei sul divano e le tenni una mano. No, non ci siamo capiti, non sto scherzando, ascoltatemi; quanto avete appena appreso in queste pagine è esattamente ciò che è accaduto in data venerdì 18 ottobre 2018 tra le 00,40 e le 04,15. Vi assicuro che era lì, l’Angelo Custode di sua moglie CHIARA era innanzi ai miei occhi in piena luce, in tutta la sua realtà, e nel suo autentico poter essere, ed era uno spettacolo da togliere il respiro. Le sue ali bellissime sembrarono palpitare creando una miriade di riflessi abbaglianti: la sua bionda chioma, senza studio inanellata, gli scendeva fin sul dorso. Aveva l’estasi della dolcezza nello sguardo, incrociando al petto sussultante le braccia come chi non si fida di sé, e tutto nel Signore Iddio si raccoglie.

Come dice Fabio Mandato in un suo celebre libro - “un buon giornalista non è solo un reporter, non fotografa solo l’istante, ma riesce a collocare l’attimo all’interno di un più ampio ed articolato discorso, aiutando il suo lettore a fare questo stesso itinerario”. Ebbene, io credo di aver fatto e fare esattamente questo, e non posso che condividere quello che ancora viene sostenuto da Beppe Giulietti (presidente della Federazione Nazionale Stampa Italiana) in un editoriale in ricordo di Pippo Fava ucciso dalla mafia (di cui uno stralcio già citai in precedenza) e che qui di seguito riporto - “Un giornalista incapace - per vigliaccheria o calcolo - della verità si porta sulla coscienza tutti i dolori umani che avrebbe potuto evitare, e le sofferenze, le sopraffazioni, le corruzioni, le violenze che non è stato capace di combattere. Il suo stesso fallimento! Dove c’è verità, si può realizzare giustizia e difendere la libertà! Se l’Europa degli anni trenta-quaranta non avesse avuto paura di affrontare Hitler fin dalla prima sfida di violenza, non ci sarebbe stata la strage della seconda guerra mondiale; decine di milioni di uomini non sarebbero caduti per riconquistare una libertà che altri, prima di loro, avevano ceduto per vigliaccheria. È una regola morale che si applica alla vita dei popoli e a quella degli individui. A coloro che stavano intanati, senza il coraggio di impedire la sopraffazione e la violenza, qualcuno disse: «Il giorno in cui toccherà a voi non riuscirete più a fuggire, né la vostra voce sarà così alta che qualcuno possa venire a salvarvi!»”. Penso che il giornalismo non sia un lavoro qualunque; è un mestiere difficile, carico di responsabilità. Per questo sono grato di esercitare questa professione che da sempre svolgo con passione, trasparenza ed etica professionale. Non mi ritengo certo il migliore in assoluto, so bene che c’è sempre da imparare, ma mi sento un buon cronista con una maturata esperienza sul campo. Ho trascorso molti anni della mia vita a redigere articoli di cronaca nera con orrori indescrivibili. La dove non si poteva procedere solo con l’attività di polizia giudiziaria, ho fatto la mia parte, combattendo camorra, terrorismo e mafia, ed i loro illeciti, con impegno, rischiando molte volte la vita per un’ideale di giustizia e libertà. Ho visto la morte in faccia, come quella di alcuni miei colleghi. Mi sono occupato di terrorismo nero e rosso, Anonima sequestri ed omicidi plurimi. I miei reportage sono apparsi su tutte le principali testate. L’invidia però è una “carie dell’anima” che divora chi la nutre, e ritengo sia questa la ragione per cui tanti mi guardano con sospetto. Non è stata facile la scelta di celare la mia reale identità dietro l’anonimato e lo pseudonimo di ALBERTO DE PRA, ma ne sono stato costretto a tutela dell’inchiesta che sto portando avanti, e sono fiero di quanto da me svolto finora. C’è chi ha osato considerarmi al pari di uno “scrittore fantasma”, termine che io stesso detesto. E mai mi sarei permesso di fare di queste porcate. Sono un cronista, nient’altro che un cronista; per questo quanto da me scritto dovrebbe essere tenuto nella giusta considerazione. Non ho mai sentito di reporter che raccontassero favole a mezzo stampa e di certo non ho bisogno di farlo io per primo; raccontare, ordire, tessere cose non vere spacciandole per reali… no, non fa per me. È questa la verità, e chi ha paura di riconoscerla non può rappresentare nessuno. Si vergognino chi dubita dalla autenticità delle vicende da me relazionate, chiedano scusa e la smettano di fare danni: per loro sarebbe la cosa “migliore” da fare. Centinaia e centinaia di ore di video filmati, da me copiati su CD e secretati per ragioni di sicurezza presso un notaio a Torino, non lasciano spazio a dubbi. Sono prove inconfutabili che confermano l’esistenza di un vero Angelo Custode in carne ed ossa, tutto suoni puri e divini, un astro luminoso del Cielo. Si chiama Andrea e rivive nel mio narrare, un narrare che si fonde nella realtà. Tanto reale che - come disse Leonardo Sciascia - “a un certo punto è arrivato a sdoppiarsi, ad assumere una duplice esistenza: personaggio reale e personaggio fantastico, come quelli di Unamuno e di Pirandello”.

È tutto vero, CHIARA! Quello che mi è successo in questa notte magica è davvero incredibile, ed io preferirei rischiare e soffrir tutto, ogni pena possibile, anzi che vedere disonorato tuo marito. Questa non è coincidenza, non è un caso, è il tuo Angelo Custode che ti sta parlando attraverso la mia testimonianza di vita vissuta. Ed io mi avvalgo delle parole di Charles Baudelaire, per farti percepire quanto egli ti ama - “Vieni dal cielo profondo o esci dall’abisso, Bellezza? Il tuo sguardo, divino e infernale, dispensa alla rinfusa il sollievo e il crimine, ed in questo puoi essere paragonata al vino. Racchiudi nel tuo occhio il tramonto e l’aurora; profumi l’aria come una sera tempestosa; i tuoi baci sono un filtro e la tua bocca un’anfora che fanno vile l’eroe e il bimbo coraggioso. Esci dal nero baratro o discendi dagli astri? Il Destino irretito segue la tua gonna come un cane; semini a caso gioia e disastri, e governi ogni cosa e di nulla rispondi. Cammini sui cadaveri, o Bellezza, schernendoli, dei tuoi gioielli l’Orrore non è il meno attraente, l’Assassinio, in mezzo ai tuoi più cari ciondoli sul tuo ventre orgoglioso danza amorosamente. Verso di te, candela, la falena abbagliata crepita e arde dicendo: Benedetta la fiamma! L’innamorato ansante piegato sull’amata pare un moribondo che accarezza la tomba”. Stai attenta CHIARA, tu che sei così; perché Dio fa e farà giustizia. Stai buttando via la tua vita, la tua giovinezza, la tua felicità. Dimmi, dov’altro troverai un amore infinito come il suo che sappia amarti come tu meriti?

ALBERTO DE PRA
Giornalista e Capo Ufficio Stampa

  • 01 January 2019
  • 14

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Andrea Brusa

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