COMUNICATI STAMPA

andrea brusa,PUBBLICATO IL 05/06/2018 su GRANDANGOLARE... settimanale U.S.A. con oltre 10 milioni di lettori: http://www.grandangolare.com/ - NON POSSO PIU’ VIVERE SE NON NELLA VERITA’

PUBBLICATO IL 05/06/2018 su GRANDANGOLARE... settimanale U.S.A. con oltre 10 milioni di lettori: http://www.grandangolare.com/ - NON POSSO PIU’ VIVERE SE NON NELLA VERITA’

PUBBLICATO OGGI 05/06/2018 su GRANDANGOLARE... settimanale CANADESE rivolto alla comunità italiana all’estero ed in Italia con oltre 10 milioni di lettori alla settimana.

Non posso più vivere se non nella verità

Esiste una verità più profonda dell’esperienza, che sta al di là di ciò che vediamo, persino di ciò che sentiamo. È una categoria di verità che separa ciò che è profondo da ciò che è soltanto razionale: la realtà dalla percezione. Di solito questa categoria di verità ci fa sentire inermi, e capita che il prezzo da pagare per conoscerla, come il prezzo da pagare per conoscere l’amore, sia più alto di ciò che i nostri cuori sono in grado di tollerare. Non sempre la verità ci aiuta ad amare il mondo, ma senza dubbio c’impedisce di odiarlo.
GREGORY DAVID ROBERTS

Camminavo a passo leggero su per la salita lastricata con bei ciottoli intorno all’abbazia dove vivo tutt’ora con la mia famiglia, quando intravidi un passaggio di rovi che conduceva all’interno di una piccola chiesa di campagna in rovina, talmente antica che la selva le era cresciuta intorno ed al suo interno. Non so perché, ma qualcosa mi spinse a fermarmi ed entrare. E che cosa vi trovo? Una stanza buia che sapeva di umido e di stantio come un giardino fiorito nella nebbia, impregnata dell’odore che esalava da essa e della tristezza di chi vi dormiva. Sul pavimento di legno cigolante, e nella scia di luce che mi lasciai alle spalle, vi erano alcuni pagliericci, uno dei quali era completamente disfatto. Sopra un tavolino circolare a tre gambe c’era una scacchiera con i pezzi disposti come se fosse in corso una partita. A questa vista, mi domandai come e con che cosa della gente potesse vivere così. Chi mai potesse essere il padrone di questa dimora lugubre e fatiscente ed abitarvici in condizioni tanto precarie per essere definite umane. Poi un rumore improvviso tra i rami attirò la mia attenzione e per un attimo mi sembrò di vedere un’ombra staccarsi dalla parete ed avanzare verso di me. L’ombra si fece più distinta su quello sfondo pesante, grigio e immutabile, ed io riconobbi chiaramente le di lui fattezze: un Angelo avvolto in una tunica di un delicato color azzurro-oltremare, che ondeggiava ad ogni suo movimento, ed un paio d’ali scintillanti ripiegate sulla schiena. La testa era china, il volto concentratissimo come in preghiera. Era Andrea, l’Angelo Custode di sua moglie CHIARA, che ormai da tre anni accompagnava le mie notti, passate nell’attesa dell’alba di un nuovo giorno, alla ricerca di una via personale di salvezza che desse un senso alla mia esistenza. Egli iniziò a guardarsi intorno, palesemente in imbarazzo; era come paralizzato da una sensazione di orrore e di impotenza. Aveva un nodo alla gola, mentre lentamente la sua aura divampò d’oro, per affievolirsi poi subito dopo fino a estinguersi del tutto, e della creatura celeste, che c’era pochi secondi prima, non rimase che un corpo umano, seppur provvisto di ali. Io fissai le sue stesse forme. “Niente più luce” - mormorai, mentr’egli cadde ginocchioni, ed i suoi begli occhi, molli di affettuose lagrime, si innalzarono al cielo ricolmi d’amore e d’infinite ricchezze spirituali. Evidentemente tutte le sue facoltà derivavano in maniera diretta da quel bagliore e senza di esso non poteva nulla, era divenuto miseramente vulnerabile, fragile ed indifeso e soggetto, come tutti gli altri, alle comuni leggi della natura. Il suo volto portava i segni evidenti di Memoria. Il sangue delle Storie spezzate aveva lasciato macchie sulle sue ali che presero a sbatter, poi si aprirono e si adagiarono a terra con un tonfo. Ma il suo cuore gridava, piangeva in silenzio, e la smania, la paura rimaneva in Lui come una costante di questa vita, ed io cercavo di affogare queste sensazioni, che di tanto in tanto in Lui riemergevano. Lo sentii così pronunciare tenere parole rivolte a sua moglie, ma quello non fece che peggiorare le cose perché le lacrime divennero un torrente in piena tanto che tutto il suo essere fu scosso dai singhiozzi; un pianto liberatorio che non liberava nulla in realtà, anzi, la malinconia della sua famiglia perduta strinse ancor più forte la presa intorno all’animo di Andrea, che si sollevò da terra. Tutto il suo corpo esplose in un urlo di dolore che lo distrusse, ma subito dopo la sua aura, carica di volute e striature di energia incandescenti, ritornò al candore abituale, ed i suoi occhi, lentamente, furono di nuovo verdi. Una folgore di luce leggera s’irradiò ravvivando la stanza. Quel fascio luminoso mi trasmise un senso di quiete. Sentii che i suoi poteri tornavano a Lui. Di lì a qualche secondo si librò in volo portandosi a qualche metro da terra, quindi con un forte battito d’ali venne accanto a me e disse, rivolgendosi idealmente alla sua compagna di una vita - “CHIARA, amor mio, conosco di te la tua disperazione, la tua stanchezza e, credimi, sono stanco almeno quanto te. Ma non è un buon motivo per arrendersi. Le tue sofferenze mi offendono e m’incantano in quanto Angelo tuo Custode e martire nel buon confronto. Tuo servo son io, e servo per condizione di nascita, son fiore di campo al tuo lenzuolo, son mani, quelle mie, che cercan di fermarti, di afferrarti. Mani che chiedono aiuto, tra gli smaniosi tuoi silenzi - che s’interrogano colpevoli dentro scuotendo le tue viscere - ed i miei, capaci ogni quel tanto, d’aver voce. Tutto quello che sono è qui, a combattere, a resistere, a persistere. Ma è dura, è faticoso. Tuttavia non posso che continuare ad essere tutto quel che sono. Ho il compito di accompagnarti verso la vita, verso il tuo futuro, e lo assolverò. Oh, se sapessi quanto t’amo… penderesti dalle mie labbra solo per ascoltare la mia voce, non diresti che io sono indifferente... io che in tutt’i momenti penso a te”. A quel punto mi fece cenno di seguirlo all’esterno ed indicò le torri più alte che sovrastavano lo sperone roccioso su cui sorgeva l’abbazia: sulle torri, cinque croci alla greca con altrettanti cinque nomi di santi in latino e la figura di un angelo, con una lunga tromba dorata, nell’atto di librarsi in volo da un globo raffigurante la volta celeste. Non si poteva dire che avesse vera e propria nostalgia del suo mondo, ma certo alcune cose gli mancavano. Cominciò dunque a camminare sempre più veloce, fino a correre a perdifiato - come un maratoneta olimpico in sfida con se stesso ed il resto del mondo - precipitandosi lungo il selciato per poi spiegare nuovamente le ali e planare su di una corrente d’aria. Continuò a volare finché non sentì i muscoli della schiena dolere per lo sforzo, incapaci di reggere un minuto di più. Fu preso dallo sconforto e la disperazione si fece largo nel suo animo. Tra i singulti causati dal pianto profondo, cavernoso - un pianto che pianse tutti i mali del mondo - subentrò in Lui la collera, alla collera la vergogna, e alla vergogna un’emozione generica di terrore; un dolore pieno di incredulità davanti a cosa sarebbe stata la sua vita. Ancora un istante per riflettere, abbassò la faccia compassionevole ed allargò le braccia, e Lui, leggero, si innalzò progressivamente nel cielo. Ci fu un fulmine ed il tuono che seguì rimbombò sopra le nostre teste facendo tremare il terreno. Da lì in avanti ebbe inizio un susseguirsi di lampi che illuminarono una notte senza luna. Le sue ali divennero sfocate ed indistinte, come se si trovassero al di là di una finestra rigata dalla pioggia. Qualche secondo dopo scomparve e tutto venne ricoperto dall’oscurità. Rimasi a fissare il tremulo firmamento, con appena qualche stella… e mi accorsi che non avevo più forze, sembravo un albero cui un giardiniere crudele avesse estirpato le radici. Non volevo tornare a casa ancora una volta assorto ed assente, e continuai a pensare stupidamente che dovevo aiutarlo... Dalla costernazione scivolai, caddi all’indietro, sbattei leggermente la nuca sull’erba bagnata. Provai subito a rialzarmi, ma capitombolai ancora su di un fianco. Stetti immobile alcuni istanti: forse pochi, forse molti, in realtà non so quanti. Chiusi gli occhi e cercai un ricordo, un ricordo qualsiasi, di quella notte. Mi addormentai di quel sonno calmo che risana. Dormii come un sasso fino al mattino. Tornai all’abbazia abbattuto con le lacrime che mi ballavano agli angoli degli occhi. Ora dovevo solo scrivere questo articolo e pubblicarlo sulla rivista. Seduta stante mi misi al computer e cominciai a buttar giù di getto poco meno di quattro pagine riepilogative di quanto fosse accaduto. Sentii lo scorrere del tempo amplificato, vibrare nel petto. I rumori diventarono presenze ingombranti ed un diffuso senso di panico iniziò a diffondersi salendo dalle mie caviglie. Presi un lungo sospiro per mantenere i nervi saldi, e andando tosto in camera all’inginocchiatoio, mi misi ad invocare il Signore Iddio innanzi al crocifisso. Pregai per Lui, per l’Angelo Custode di sua moglie CHIARA - qualora ne avesse bisogno - e anche per me, in ringraziamento dei benefici ricevuti - “Hai detto, o Gesù: «Qualunque cosa domanderete nella preghiera, abbiate fede di conseguirla e l’otterrete». È la condizione per godere dei tuoi benefici: credere nella tua potenza e nella tua bontà. Io ho questa fede, o celeste Bambino. Per questo mi rivolgo a te nelle angustie che mi affliggono e non dubito di ottenere la grazia implorata, qualora non sia di ostacolo al mio vero bene e contraria al tuo beneplacito. Sono ancora tue, o Gesù le parole: «Domandate e riceverete; bussate e vi sarà aperto». Fiducioso nella tua promessa, non mi stanco di bussare alla porta del tuo amore. Non tardare, o mio Signore, ad aprirmi i tesori del tuo cuore per far gustare anche a me quell’effusione di bontà e di potenza che consolò tanti altri. Accordami presto la grazia di salvare uno dei tuoi Angeli, Andrea, da te inviato qui sulla terra per qualche motivo di cui noi appartenenti al genere umano non siamo a conoscenza. Salva Lui e sua moglie ed io canterò i trionfi della tua misericordia. Così sia”. Non mi sentivo molto utile in quel momento e pregare mi sembrò l’unica cosa sensata da farsi. Ero lì, a pensare a Lui e a Lui soltanto. Non vedevo l’ora di rincontrarlo quella stessa sera pur consapevole di dover affrontare ancora una volta il dolore, la sofferenza che avrei provato guardandolo in faccia; stava morendo per amore di sua moglie CHIARA, rinunciando così ai suoi sogni per consentire a Lei di vivere e di far crescere la loro figlia BIANCALAURA. E sapevo che, in quanto giornalista, se non avessi trovato il coraggio di portare avanti questa inchiesta, io per primo non avrei più potuto avere rispetto di me stesso. Percorsi poi il corridoio e mi sedetti su una delle poltrone, in attesa del pranzo ed essendo rimasto solo, mi misi a riflettere.

Scrive Liliana Dell’Osso e Luciano Conti sul libro “La verità sulla menzogna”: “L’ottavo Comandamento, NON DIRE FALSA TESTIMONIANZA, ha sempre goduto, nella cultura popolare, di un atteggiamento tollerante, quasi fosse un peccato minore, anche se, talora, usato come strumento per raggiungere obiettivi moralmente più gravi, come la calunnia o il tradimento. Certamente la menzogna era ufficialmente condannata tanto nella cultura greca quanto in quella latina. Sant’Agostino l’aveva codificata nel cristianesimo in base non alla falsità in sé del contenuto, ma all’intento: Il bugiardo [...] si propone d’ingannare [...] ed è questa la sua colpa. San Tommaso distingueva le bugie utili e giocose da quelle pericolose e i gesuiti le bugie maligne (peccatum) da quelle a fin di bene (peccatillum). Machiavelli riconosceva ai governanti il diritto di mentire, ma già Platone aveva concesso loro tale possibilità, paragonando le loro menzogne a dei farmaci che, se ben usati, potevano essere di grande vantaggio per i sudditi. Kant, invece, rigettava qualsiasi giustificazione o eccezione: la veracità nelle dichiarazioni [...] è il dovere formale dell’uomo nei confronti di tutti, per quanto grave sia il danno che ne possa risultare per lui”. È una storia incredibile, questa appena raccontata, di quelle su cui, negli anni, si sono ricamate leggende… eppure tanto vera, e tanto facile ad esser dimostrata, quanto dall’altra parte non è ricevuta e creduta. A tal proposito già l’apostolo Paolo disse che in questo mondo la luce è fioca e noi vediamo solo una parte della verità come se guardassimo in “uno specchio, in modo oscuro”. Il giornalismo è una professione, come fare l’architetto, come fare il magistrato o l’elettricista. Non metterei mai in mano il mio impianto elettrico di casa ad un elettricista della domenica, così come non lo farei con una notizia. Stephan Russ-Mohl - direttore dell’EJO, professore di giornalismo e media management - sul Corriere del Ticino dell’11.04.2012, dice: “All’interno del sistema mediatico c’è ancora chi sostiene che i professionisti cadano dal cielo, senza alcun bisogno di formazione, il talento basta e avanza. Anche la ricerca sui media è ritenuta superflua perché è nel lavoro di redazione che si impara tutto ciò che serve. Con tali premesse è difficile riuscire ad imporre il controllo sulla qualità, nonostante ce ne sia estremamente bisogno. La strada verso la vera qualità giornalistica è lunga, pietrosa e per ampi tratti persino scoscesa”. Mettiamo dunque in chiaro, una volta per tutte, la mia posizione: io, Alberto de Pra, sono un Giornalista d’INCHIESTA da 22 anni ed esamino i fatti e la loro importanza in maniera ampia ed approfondita. La linea editoriale che io do non è basata su che cosa vorreste vedere voi lettori, ma su cosa voglio comprendere io. Il mio lavoro è faticoso, anche perché comincia un giorno e finisce magari dopo anni, ma resta il modo migliore per conoscere la realtà da vicino e appaga la mia curiosità di sapere, di approfondire. Delle cose narrate in questo articolo, come sempre, io sono stato testimone oculare. Sono un GIORNALISTA vero, e nella mia vita ho visto e vissuto così tante cose che sono pronto a tutto, ma non ho ancora imparato a comandare le emozioni e a mentire. Non ho mai fatto un altro lavoro, a differenza di tanti miei colleghi. Non sono uno scrittore, e pongo questa premessa non per paura di essere ritenuto un mediocre giornalista, bensì per respingere in anticipo accuse diffamatorie sulla mia persona. Questa non è una fiaba per bambini, è una storia vera, una storia di discesa all’inferno e ritorno da parte di un autentico Angelo Custode. È tutto vero. Tutto documentato. Sì. Non ho mai mentito a questo riguardo, e non intendo cominciare adesso, ma se continuate a mettere in dubbio quello che vi dico, tra noi non potrà mai esserci fiducia. Questa inchiesta mi è costata molto e sto correndo dei grossi rischi, ma anche se inizio ad avere paura, per una serie di buone ragioni, non mi tirerò indietro. Vi sbagliate se pensate che sia tutto un castello di bugie, e poi io non scrivo romanzi; lo dico con un certo orgoglio. È per me e la mia famiglia un’avventura che ci ha cambiato la vita: la storia di un Angelo Custode in carne ed ossa, sceso dal cielo sulla terra con tanto Amore, catturato da una si melodiosa voce, quella della sua amata CHIARA. Un Angelo venuto dal paradiso, una cosa celeste, una cosa buona; una creatura pronta a combattere una guerra personale contro il MALE. In conclusione ti posso assicurare CHIARA che è tutto vero ciò che hai letto, che non sei mai stata sola e che gli angeli esistono da sempre; eccome se esistono, ed io ne ho avuto le prove… pure tante!!! Per avvicinarti a Lui, ad Andrea, al tuo Angelo Custode, devi solo aprire il tuo cuore!!!

ALBERTO DE PRA
Giornalista e Capo Ufficio Stampa

  • 05 June 2018
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Andrea Brusa

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