COMUNICATI STAMPA

andrea brusa,PUBBLICATO IL 27/02/2018 su GRANDANGOLARE... settimanale U.S.A. con oltre 10 milioni di lettori: http://www.grandangolare.com/ - FRAMMENTI DI UN CUORE SPEZZATO

PUBBLICATO IL 27/02/2018 su GRANDANGOLARE... settimanale U.S.A. con oltre 10 milioni di lettori: http://www.grandangolare.com/ - FRAMMENTI DI UN CUORE SPEZZATO

PUBBLICATO OGGI 27/02/2018 su GRANDANGOLARE... settimanale CANADESE rivolto alla comunità italiana all’estero ed in Italia con oltre 10 milioni di lettori alla settimana.
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Frammenti di un cuore spezzato

Voglio amarti adesso, prima che le luci spengano negli occhi la loro evanescenza, prima che l’inquieto fiume trasbordi e ammagli del tutto il cuore, prima che la pioggia tocchi la sabbia e sparisca come spariscono le urla nel deserto, prima che ogni lacrima abbia la sua croce. Voglio vedere il tuo respiro fermarsi, voglio dormirti dentro e sognarti, volare sulla tua immacolata pelle e sbottonarti l’ultimo pudore, fuggire dal mondo e dal suo rumore prima che gli inverni senza luce gelino le labbra prima dei baci, prima che il vento trovi spifferi in cui fischiare e mi distragga dal frumento dei tuoi occhi che diventi pane ogni giorno per sfamarmi, prima che il mare copra le nostre impronte, o un gabbiano si stacchi dal tramonto, o che i gigli diventino vermigli.
Donato di Pascuccio di Antonio, detto il BRAMANTE

Non era ancora l’alba, ma non ci mancava molto. Stavo passeggiando per una delle vie del centro quando udii echeggiare una voce nella mia mente, che mi ripeté - “Segui l’unica strada disponibile e, in breve, troverai una piazzetta quadrangolare con una fontana sormontata da una colonna sulla quale vi è una statua di un angelo che impugna una croce. Ci sarò io ad attenderti”. Mi guardai attorno, disorientato, in cerca di stabili punti di attracco con la realtà. Con la gola secca ed il cuore che pulsava impazzito, feci alcune centinaia di metri a piedi. Poi, ad un tratto, lo vidi, ne scorsi il profilo, i capelli scolpiti, le spalle. Se ne stava lì, immobile, con la testa che pareva infossata tra le ali dispiegate a metà. Per un istante, restammo a guardarci ed io non riuscii a coordinare i miei movimenti né tantomeno a parlare. Andrea, l’Angelo Custode di sua moglie CHIARA davanti a me, in carne ed ossa, si avvicinò cauto e delicato, quasi non volesse spaventarmi ancor di più, sfiorandomi timidamente la nuca e provocandomi un senso di vertigine. Respirava con affanno cercando disperatamente di tenere sotto controllo il dolore che provava. Lo sforzo di contrastare i pensieri e i sentimenti suscitati a quella vista mi fecero rabbrividire e allo stesso tempo gelare il sangue. “Non ti allarmare Alberto, non volevo stare solo stasera… tutto qua. Ti va se trascorriamo un po’ di tempo insieme?” - mi domandò con tono gentile scandendo bene ogni singola sillaba. La tensione in me si allentò e la preoccupazione si affievolì gradualmente. Ritrovai così la calma, la tenerezza e la dolcezza dei pensieri. Poi il corpo dell’Angelo emise, sul terreno gravido di ombre, una luce abbagliante; fu un’istante molto intenso in cui sembrò per una frazione di secondo essere arrivato il giorno. Ed io gli chiesi - “Non hai paura che ti vedano? A breve arriveranno qui molte persone”. E lui a me - “Nessuno può vedermi né sentirmi, eccetto te!”. Ci incamminammo lungo le strade ancora buie e con le serrande dei negozi abbassate. Tra un passo e l’altro le sue parole iniziarono a fluire come gocce e finirono come una vera e propria cascata, prendendo sempre più una piega a dir poco a me sconosciuta - “Un cuore fatto a pezzi, un cuore distrutto, un cuore strappato via con forza dal petto, un cuore pugnalato e sanguinante, un cuore andato in frantumi, è un cuore a cui è stata negata la possibilità di battere. Sarebbe sbagliato dire che fa male, in quanto il cuore è l’organo da cui hanno origine sentimenti e passioni. È il luogo in cui risiede l’anima, dove nascono le emozioni, l’allegria, la sofferenza, l’angoscia, l’amore. Essere privati del cuore vuole dire essere privati di tutto. Eppure, nulla è perduto, nulla ha una fine e tutto è per sempre, si evolve soltanto e ritorna: ogni sua parte, per quanto distrutta, vinta e disfatta nel suo cordoglio, è ancora viva e non attende altro che essere ricomposta insieme alla altre, non aspetta che un’incantevole e delicatissimo filo sopraggiunga per poterla ricongiungere alle altre parti. Questa è la meravigliosa speranza che cammina fianco a fianco con la mia tristezza. Le mie lacrime non sono segno di debolezza Alberto. Ci sono avvenimenti ai quali l’unica risposta che si possa dare sono soltanto le lacrime, ed io, per quanto sia un Angelo, porto soltanto i miei pianti e le mie paure alla mia famiglia, ma le porto per mia moglie CHIARA e mia figlia BIANCALAURA, alle quali donerò tutti i fiori che incontrerò sul mio cammino, e sono veramente tanti. Voglio che loro stiano bene con me. Amo mia moglie più di quando l’ho ammesso a me stesso la prima volta che la vidi il giorno della sua nascita. La desidero ancora di più e so che, qualsiasi cosa succeda, lei c’è”. Si coprì dunque gli occhi con le mani e finalmente due grossi lucciconi sgorgarono davvero ed abbassò le braccia. Il suo viso si contorse in una smorfia di agonia. Rosso, bagnato di lacrime, e sofferente. Ruotò il polso e lo lasciò cadere morbido ai sui fianchi, cercando di catalizzare il flusso di energia che premeva dentro di lui. Uno scintillio di scaglie dorate si sprigionò dal nulla, diffondendosi nell’aere intorno ai polpastrelli delle sue dita. Fece un sorriso amaro. Fu come cercare di rabbonire una belva. Sollevò la mano e la distese in avanti. Spalancò poi la bocca ed emise un urlo in crescendo; quel momento assunse una sconcertante chiarezza. Il grido lancinante mandò in frantumi, come un martello, tutti i suoi sensi di colpa, il suo dolore ed il vuoto che aveva nell’anima; quello che era certo non sarebbe mai stato colmato. Lo guardai commosso come si guarda un amico in cui si ha piena fiducia e, come se sapessi già tutto, gli feci una carezza. L’angelo cambiò dunque posizione, e l’ondata di energia proiettata dalle sue ali fluì ad avvolgerci entrambi. Mi sentivo stranamente euforico all’idea di avere Andrea accanto, ed almeno agli inizi non capii cosa stesse succedendo, ma poi compresi; mi parve stesse creando un collegamento con me, poiché ben sapeva che ero preoccupato per Lui. Fui preso da una grande pietà della mia miseria di creatura umana, ma anche dalla sensazione precisa di una disfatta che fino ad allora non avevo ancora percepito. Ricordo soltanto ch’egli mi chiese come mi sentissi ed io risposi che era stato solo un momento di grande emozione. In quel preciso istante mi prese in braccio e cominciò ad alzarsi in volo, ed io con Lui. Vedevo la città dall’alto che svaniva dalla mia vista man mano che seguitavamo a volare. Il cielo era di un azzurro limpido e morbido, con qualche sfumatura rosa pallido interrotta solo da qualche lieve nuvoletta, ma nonostante tutto, si scorgevano dei lampi in lontananza. In quel momento mi resi conto di quanto gli mancasse casa sua e la sua famiglia. Per la prima volta da quando lo conoscevo riuscivo, non so come, a leggergli nell’anima - era Lui a permettermelo. Capii quanto il legame con sua moglie CHIARA non potesse essere cancellato solo con il tempo. Niente e nessuno sarebbero stati in grado di farlo. Gli chiesi che intenzioni avesse, e Lui mi disse che era ormai giunto il momento di salutarci. Dopo avermi sballottato un pezzo fra le nubi, mi riportò a terra tanto dolcemente che mi trovai a sedere, senza farmi male, ai bordi della vasca della fontana al centro piazza dalla quale ero partito. L’Angelo Custode di sua moglie CHIARA si voltò verso di me e si asciugò una lacrima. Forzò un sorriso e scosse la testa e disse - “Paura e fede sono due colossi che si sfidano in campo aperto, nel groviglio delle emozioni. Gesù stesso sa che la paura è sempre in agguato ed è un nemico ingannevole, terribile, onnipresente: non colpisce l’uomo nella sua corteccia cerebrale, ma lo sfianca dal di dentro”. Certo, Andrea non era un uomo, ma un Angelo del cielo, tuttavia da quando era giunto su questa Terra anche i suoi timori si stavano acutizzando. Ma non ci fu tempo di pensare a queste cose. Lo vidi distendere le ali con un fremito frusciante, simile a quello di uno stormo di uccelli di passaggio, che solcano l’aria con le loro piume. Una forte luce tornò a circonfonderlo e a sprigionarsi dal suo corpo e dal suo volto - un volto che rinfrancava per la profonda sua dolcezza. Con un balzo che fece tremare il terreno, schizzò verso l’alto e si librò in aria. Io lo guardai un’ultima volta con le lacrime agli occhi, prima che Lui scomparisse tra un bagliore e l’altro, come un fantasma nel buio. Pensando all’infinta grandezza di nostro Signore Iddio, mi sentii totalmente inadeguato per qualsiasi compito avessi dovuto svolgere. Continuavo ad essere percosso da brividi che non riuscivo a controllare, ma non potevo mollare proprio ora. Non ero mai stato così vicino alla verità. Fumai una sigaretta ed aspettando l’alba mi vennero in mente alcuni versi di una poesia di S. Teresa di Lisieux che secondo me riassumevano il vero significato della parola amore vissuta dallo stesso Andrea - “Viver d’amore non è già piantar sulla terra, sulla vetta del Tabor, la propria tenda: ma salire con Gesù sul Calvario, ed ambire il tesoro della Croce! Vivrò in cielo esultante quando ogni prova sarà per sempre trascorsa. Ma quaggiù voglio viver d’amore nella sofferenza. Vivere d’amore, quaggiù, è un darsi smisurato, senza chieder salario; senza far conti io mi dò, sicura come sono che quando s’ama non si fanno calcoli. Io ho dato tutto al Cuore divino che trabocca di tenerezza! E corro leggermente... Non ho più nulla, e la mia sola ricchezza è vivere d’amore. Vivere d’amore è bandire ogni tema, ogni ricordo dei passati errori. Non vedo nemmeno l’impronta d’uno dei peccati, ciascuno è svanito nel fuoco divino. Fiamma sacra, dolcissima fornace, del tuo focolare io fo la mia stanza. E qui a mio piacere canto, Gesù, e vivo d’amore! Vivere d’amore è custodire nel vaso mortale di sé un tesoro”. Mi sentivo senza forze e non avevo voglia di far nulla. Salii su di un bus, e tra il ronzio dell’impianto di riscaldamento, il vociferare delle persone, il fetore del gas di scarico, mi sentii inondare da un sentimento di pace, di libertà, impastato a speranza. Non riuscii a usare la faccia seria che mi ero preparato per quando lo avrei rivisto ed il mio viso si trasformò lasciando che un sorriso tenero ed affettuoso apparisse.
Nel libro di testo per le scuole “Lezioni di storia della filosofia” di De Luise, Farinetti - Zanichelli editore - è scritto: “Si può mostrare che tutte le teorie soggettive della verità […] tentano di definire la verità in funzione delle fonti o dell’origine delle nostre credenze, o in funzione delle nostre operazioni di verificazione, o di qualche insieme di regole di accettazione, o semplicemente in funzione della qualità delle nostre convinzioni soggettive. […] La teoria oggettiva della verità dà origine ad un’attitudine molto differente. Ciò lo si può vedere nel fatto che essa ci permette di fare asserzioni come la seguente: una teoria può essere vera anche se nessuno la crede, e anche se non abbiamo alcuna ragione per accettarla, o per credere che sia vera; e un’altra teoria può essere falsa anche se abbiamo ragioni relativamente buone per accettarla. È evidente che queste affermazioni sembrerebbero contraddittorie dal punto di vista di qualunque teoria soggettiva o epistemica della verità. Al contrario, in una teoria oggettiva esse non sono solo coerenti, ma sono anche ovviamente vere. Un’asserzione simile, che la teoria oggettiva della corrispondenza renderebbe estremamente naturale, è questa: anche se ci imbattiamo in una teoria vera, in generale potremo solo congetturare che sia vera, e può ben darsi che sia impossibile per noi sapere che è vera”. Credo fermamente che rifuggire dalle proprie responsabilità e sottrarsi volontariamente ai doveri professionali che siamo chiamati ad assolvere sia una forma di svalutazione verso se stessi e verso la propria capacità di affrontare la realtà. Ricordo anni fa Indro Montanelli dire al riguardo dell’etica giornalistica: “La deontologia professionale sta racchiusa in gran parte, se non per intero, in questa semplice e difficile parola: onestà. È una parola che non evita errori: essi fanno parte del nostro lavoro. Perché è un lavoro che nasce dall’immediato e dà i suoi risultati a tambur battente. Ma evita le distorsioni maliziose quando non addirittura malvagie, le furbe strumentalizzazioni, gli asservimenti e le discipline di fazione o di clan di partito. Gli onesti sono refrattari alle opinioni di schieramento - che prescindono da ogni valutazione personale - alle pressioni autorevoli, alle mobilitazioni ideologiche. Non è che siano indifferenti all’ideologia, e insensibili alla necessità, in determinati momenti, di scegliere con chi e contro chi stare. Ma queste considerazioni non prevalgono mai sulla propria autonomia di giudizio. Un giornalista che si attenga a questa regoletta, in apparenza facile facile, potrà senza dubbio sbagliare, ma da galantuomo. Gli sbagli generosi devono essere riparati, ma non macchiano chi li ha compiuti: sono gli altri, gli sbagli del servilismo e del carrierismo - che poi sbagli non sono, ma intenzionali stilettate - quelli che sporcano”. Ed io ALBERTO DE PRA non ho mai infranto le regole, mi sono sempre attenuto alle procedure che ho imparato e non ho mai sgarrato dal primo giorno di lavoro. Sono un giornalista serio io e faccio inchieste giornalistiche da una vita. E posso affermare senza timor di smentita che quanto io ho detto e scritto è tutto vero e che non vi è alcunché di inventato o superfluo. La verità pura e semplice è questa. Questo che avete letto non è una storia fantasy, ma un’inchiesta giornalistica da me svolta con tanta dedizione, e nella quale io per primo ho solo tutto da perderci. È un vero e proprio atto d’amore - e l’ho dico in un soffio - verso una creatura celeste reale tanto quanto me e voi; un essere di luce disceso sulla terra per fare la propria esperienza di vita in un corpo umano, per difendere la propria protetta a lui affidatagli dal Signore il giorno della di lei nascita.

Se solo tu sapessi CHIARA quanto soffre Andrea con te dell’amaro della vita... Vorrebbe accarezzarti con mani di carne... ma lo sussurra a chi ti sta accanto… vorrebbe dirti le parole più vere dell’amore, ma le suggerisce a chi ti regala una parola. Vorrebbe vederti raccogliere tutto l’amore che semini per sentirti soddisfatta della tua vita, ma come ogni cosa… il tempo lascerà crescere il frutto che tu stessa hai fatto nascere. Gioisci perché attraverso le sue mani Lui regala l’amore a chi ha la fortuna di incontrarti. Tu non lo sai forse, ma Lui è DAVVERO il tuo Angelo Custode... quello che mai ti abbandonerà e che è qui solo per te… e come disse un tempo William Blake “Serba - dolcissima CHIARA - nel tuo cuore la pietà, per non scacciare un angelo dalla tua porta”, potresti pentirtene amaramente, un giorno. “Meglio vivere di rimorsi che di rimpianti”, recita un’antica e famosa massima popolare. Non credo esista frase più efficace per sintetizzare il concetto di rimpianto in questo momento della tua vita. Non ti sto mentendo. So bene cosa ho visto. Credimi.

ALBERTO DE PRA
Capo Ufficio Stampa

  • 27 February 2018
  • 14

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Andrea Brusa

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