COMUNICATI STAMPA

andrea brusa,PUBBLICATO IL 21/11/2017 su GRANDANGOLARE... settimanale U.S.A. con oltre 10 milioni di lettori: http://www.grandangolare.com/ - SONO QUI PER CHIEDERE LA RESA ALL’INFERNO!

PUBBLICATO IL 21/11/2017 su GRANDANGOLARE... settimanale U.S.A. con oltre 10 milioni di lettori: http://www.grandangolare.com/ - SONO QUI PER CHIEDERE LA RESA ALL’INFERNO!

PUBBLICATO OGGI 21/11/2017 su GRANDANGOLARE... settimanale CANADESE rivolto alla comunità italiana all’estero ed in Italia con oltre 10 milioni di lettori alla settimana.
http://www.grandangolare.com/

Sono qui per chiedere la resa dell’inferno!

“Missione mia è di difender, aiutante la divina misericordia, e all’esterno colle armi la santa Chiesa di Cristo contro ogni attacco de’ pagani ed ogni guasto degli infedeli, e consolidarla nell’interno colla professione della fede cattolica; obbligo vostro è d’elevar le mani a Dio, come Mosè, e sostener colle vostre preci il mio servizio…”
CARLO MAGNO

Era mattino presto e una dolce brezza, di quelle appena percettibili, mi soffiò una ciocca di capelli negli occhi. Svuotata la mente da ogni affanno e patimento che mi affliggeva, rimasi col naso all’insù a rimirare il fantasmagorico spettacolo del cielo, quando la città stava ancora dormendo ed il silenzio notturno iniziava ad infrangersi al passaggio dei primi rumori del giorno. Tutto ancora apparve sospeso in una sorta di calma apparente. Fu un momento magico nel quale il Creato, nella sua interezza, sembrò trattenere il fiato. Aveva il sole cominciato con i suoi vigorosi raggi a disciogliere l’oscura nebbiolina del primo mattino riversando una luce candida e calore su tutto il paesaggio, ma mi resi subito conto che quella non sarebbe stata una giornata come le altre sebbene, almeno sulla carta, mi toccasse un lungo, noioso lavoro di quelli che non vale la pena parlare la sera con gli amici.
Notai che il tavolo era sì apparecchiato per la colazione, quantunque non ci fosse ancora nulla di pronto in cucina. Ad un tratto, mentre ero davanti ai fornelli, una voce dolcissima, come controllata da qualcuno, emerse con prepotenza dalla mia mente facendosi largo per inerzia, quasi a volermi rivelare un segreto inconfessabile e nello stesso tempo mostrarsi a me fin nella più segreta intimità, dicendomi le testuali parole: “non ho ceduto al male perché nel mio cuore vi è vero amore, ed il malvagio non può vincere su di me. Il male può avere la meglio solo su questa terra, ma non può nulla contro il cielo, e lui lo sa bene. La differenza tra l’abbandonarsi volitivamente al male ed il donarsi con fiducia e amore nelle braccia di Dio è data dal livello di coscienza individuale fino alla consapevolezza divina pienamente sviluppata, condizione assolutamente necessaria affinché si possa scegliere il bene”. Qualunque cosa stesse succedendo, si interruppe di colpo allorché udii un frastuono di vetri rotti nella stanza a fianco. Un solo urlo in risposta da parte di mia moglie che mi procurò un brivido freddo ed istantaneo, poi tutto tacque. Oltrepassata la soglia, misi a fuoco una figura a cui i miei occhi stentavano a credere, per quanto dovessi esserne abituato. Per un momento temetti di essermi davvero sbagliato e che tutto fosse opera di uno scherzo della mia immaginazione. E invece no… era Andrea, l’Angelo Custode di Chiara. Un vero e proprio inviato del Signore per salvare l’anima di sua moglie ed assicurarle così il Paradiso. Un angelo in carne ed ossa di portentosa dignità. Avete capito bene, signori miei. Era lì, vicino a me, ma quello che mi sorprese di più, furono i suoi gesti. Avevano un che di stranamente meccanico; teneva tra le mani con delicatezza una bambola di porcellana dai capelli castano scuri ed un vestitino in taffettà rosa. Dietro la di Lui schiena vi erano due bellissime ali bianche, con la punta argentea, come solo i serafini solevano avere - lo so perché me lo raccontò lui stesso un giorno - e tutt’intorno s’irradiava una luce che lo rendeva talmente evanescente da non poterne più identificare nessun altro tratto distintivo. La sua pelle era del color del miele e la sua figura era tanto sottile da renderlo quasi irreale. Avrei dovuto mettermi a strillare, eppure mi sembrò tutto naturale. Del resto questo sono io. Poi, mentre cominciavo a pensare cosa stesse accadendo lo scenario cambiò. La vista cominciò ad annebbiarsi, mi fermai un secondo, percepii un senso d’ansia. Le perplessità divennero timore ed il timore divenne preoccupazione. Svanirono le stanze di casa mia, sparì il paesaggio autunnale ed io mi ritrovai in un luogo che non saprei in nessun modo descrivere, ma nel quale, con grande tenerezza e meraviglia, vi erano tantissimi bambini che giocavano spensierati e liberi rincorrendosi l’un l’altro. “Sono anime nuove, le anime di coloro che devono ancora venire al mondo; a breve toccherà a loro” - disse l’Angelo Custode. Per la prima volta, le note celestiali di una sinfonia senza pari nella storia della musica si levarono alte e dolcissime nell’aria ed io rimasi estasiato ed incantato, come non lo ero mai stato in vita mia, da ciò che le mie orecchie percepivano. Solo un bambino fra tutti se ne stava in disparte e guardava il gruppo con un’aria un po’ annoiata e triste, con gli occhi rivolti in basso. Il suo nome era Gabriele, mi disse l’Angelo aggiungendo, con le lacrime agli occhi e nel cuore il pianto di una perdita luttuosa - “Doveva essere l’altro mio figlio, sai Alberto… il fratellino di Biancalaura. Non nascerà mai, credo”. L’immagine del fanciullo iniziò poi a sbiadire. La disperazione trasfigurò il volto d’Andrea facendosi largo nel suo animo. E in quel momento, tutto mi parve chiaro. Lui, l’Angelo Custode di sua moglie Chiara, era giunto su questa terra per vincere il Male, per chiederne la resa, per sconfiggere il demonio. Al solo pensiero mi sentii quasi venir meno ed emozioni mai provate prima d’allora inondarono la mia mente. Ed ecco che tutto si fece buio intorno a noi e Lui biascicò in un impeto di vera passione - con una voce che sapeva di sonno e con le lacrime che gli rigavano il volto - dei versi in rima così struggenti da far rivoltare nella tomba, in un colpo solo Baudelaire, Prévert e Shakespeare. Si trattava di una poesia, una dolcissima poesia d’amore, evidentemente ispiratagli da sua moglie in cui manifestò tutto il suo ardore, supplicandola che di lui volesse aver pietà ed accettarlo per servitore. Come egli ebbe terminato, il suolo si squarciò sotto i nostri piedi e ci ritrovammo a casa mia, Lui davanti a me nuovamente con la bambola in mano di cui ora comprendevo il significato.
Bastarono pochi secondi, ed ancora una volta la forza primigenia del legame mentale che ineluttabilmente si andava ad instaurarsi tra l’Angelo e sua moglie, al solo pensarla, fece Lui avvertire un moto d’orgoglio. Allargò, come in un sogno, le sue bellissime ali piumate, occupando con un movimento silenzioso tutta la lunghezza della stanza ed ipnotizzandomi. Erano ali simili a grandi vele bianche gonfie di vento, magnifiche, morbide come i petali dei fiori d’arancio e candide come dei gigli. La luce che da esse si emanava era tale da impedire di scorgerne il profilo nei dettagli, ma tanto concreta da formare una sorta di aurea scintillante attorno a sé. Era dunque giunto il momento di salutarsi, mi dissi reclinando lo sguardo per celare la commozione. Non sapevo che fare, del resto non immaginavo fino a poco tempo fa potesse esistere un sentimento così forte; non sapevo che ci fosse qualcuno in grado di farmi scoprire la vita insegnandomi ad amarmi e ad amare davvero. Intanto che pensavo mi accorsi dello sbatter delle sue ali. Lui si allontanò di diversi metri ed il suo corpo, dopo un tempo indefinito che a me sembrò eterno, si dissolse come neve al sole in mia presenza.
Dopo quello che era successo non avevo più voglia di stare in casa. Quella mattina andai così in chiesa per confessarmi. Mi misi seduto su di una panca di legno, collocata in fondo ad una saletta adiacente alla sacrestia completamente rimessa a nuovo, e rimasi in attesa che arrivasse padre Stefano, il decano dei sacerdoti del Santuario. Avvertivo l’esigenza insopprimibile di raccontare questa storia per quanto folle ed incredibile potesse sembrare. L’inizio non fu dei migliori. L’imbarazzo era tanto, nessuno dei due parlò. Poi, preso il coraggio a quattro mani, gli dissi proprio tutto, tutto di un fiato. Lui annuì, per nulla stupito. Il viso gli fu attraversato da un’emozione che io stesso non riuscii a decifrare. Era visibilmente turbato: rosso in viso e con gli occhi che gli brillavano dietro le lenti spesse. La voce gli tremò mentre mormorava: “Intende forse dire che…”. “Proprio così” - diss’io.
Appena dopo terminata la confessione uscii dalla porta maggiore sul sagrato, e chi ti incontro? Andrea. Già appena due ore prima ci eravamo visti ed era di nuovo dinnanzi a me, ma questa volta congiunto alle sue spoglie mortali. “Senti, mi dispiace” - disse Lui scuotendo la testa - “So cosa tu stia provando. Ti prego, non ti logorare la salute e di non ti stillare il cervello per me, non vorrei mai essere la causa delle tue lacrime. Ti comprendo se mi dici di sentirti impotente di agire, ma sappi che questa mia storia non rappresenta che un momento dell’immenso dramma umano della lotta tra il bene e il male, dove il male non conosce regole e utilizza qualsiasi strumento per avere il sopravvento. Sono un Angelo Custode, un guerriero a difesa dell’Amore, che crede nella giusta causa e combatterò con tutte le forze disponibili per l’affermazione del bene. E mi dispiace così tanto di averti coinvolto in tutto questo, mi dispiace da morire. Ricorda quanto ti dico… Il Demonio non si vince con armi, non si vince con dispute, e sottili argomenti, ma con virtù. Ed un Angelo Custode non può odiare, un angelo non può fare a meno di amare. Giovanni Paolo II in un suo messaggio disse: «Nessun uomo, nessuna donna di buona volontà può sottrarsi all’impegno di lottare per vincere con il bene il male. È una lotta che si combatte validamente soltanto con le armi dell’amore. Quando il bene vince il male, regna l’amore e dove regna l’amore regna la pace». È solo una questione di Fede, Alberto”. E così dicendo se ne andò lasciandomi solo a meditare, incerto sul da farsi.
Scrivere raccontando storie di vita non è certo un’attività facile per un buon giornalista, soprattutto negli ultimi anni. Il mio è un lavoro molto più complesso e partecipato di quello richiesto in passato e certo non offre tutto il successo e la visibilità che si meriterebbe. E allora capita che se sei un giornalista e documentarista, capace e competente, che sceglie di narrare certi temi o misteri, immediatamente si viene messo a tacere e si è tacciati di ciarlataneria. Qualche volta, credetemi però, è necessario fidarsi di qualcuno. Io, come al solito, non derogo mai ai miei doveri deontologici. Un giornalista deve essere prima di tutto un cronista, assolutamente un cronista. Per quanto mi rendo conto io per primo che la verità non è per tutti. La verità piuttosto spaventa tutti e siamo ormai in pochi a patteggiare con lei. C’è solo una cosa più dolorosa della verità, ed è la bocca di chi la pronuncia.
Ricordatevi sempre cari miei lettori che è la tensione alla conoscenza del vero che fa il giornalista non il tesserino, e quando questa tensione ci conduce in situazioni rischiose mettendo a repentaglio la nostra credibilità, dovrebbero essere i colleghi che hanno l’opportunità di proteggerci a sostenerci, come una sorta di ‘scorta mediatica’: ce ne fossero altri di giornalisti come me a continuare la mia opera per portare sempre più allo scoperto, con inchieste serie, la verità. In tutti questi articoli, non si tratta di storie inventate piene di fatti campati in aria. Si tratta bensì di qualcosa di spaventosamente reale e nello stesso tempo inspiegabile. Niente di quanto narrato è frutto della mia fantasia malata, ma è tutto, sfortunatamente, accaduto e che nessuno pensi che io abbia esagerato nel descrivere alcune situazioni calcando la mano su questo e quell’altro particolare. Nulla di più sbagliato. Quanto ho descritto in questo resoconto giornalistico - come in tutti gli altri su Andrea - è quello che ho vissuto ed assistito in prima persona.
Scriveva Giovannino Guareschi, giornalista, umorista, caricaturista ed uno degli scrittori italiani più venduti nel mondo: “La verità non si insegna; bisogna scoprirla, conquistarla. Pensare, farsi una coscienza. Non cercare uno che pensi per voi, che vi insegni come dovete essere liberi. Qui si vedono gli effetti: dagli effetti risalire alle cause, individuare il male. Strapparsi dalla massa, dal pensiero collettivo, come una pietra dall’acciottolato, ritrovare in se stessi l’individuo, la coscienza personale. Impostare il problema morale. Domani, appena toccherete col piede la vostra terra, troverete uno che vi insegnerà la verità, poi un secondo che vorrà insegnarvela, poi un quarto, un quinto che vorranno tutti insegnarvi la verità in termini diversi, spesso contrastanti. Bisogna prepararsi qui, liberarsi qui in prigionia, per non rimanere prigionieri del primo che v’aspetta alla stazione, o del secondo o del terzo. Ma passare ogni parola loro al vaglio della propria coscienza e, dalle individuate falsità d’ognuno, scoprire la verità”. Ed ancora Egidio Sterpa, giornalista, politico italiano e firma storica del IL GIORNALE di Indro Montanelli, in un libro dal titolo “Il mio giornalismo” afferma che “un buon giornalista deve stare lontano dalla ciarlataneria e dalle illusioni, praticando invece l’imparzialità e la chiarezza, doti che il pubblico apprezza più di altre. Un buon giornalista deve sapere fotografare i fatti, distinguendoli sempre dalle proprie opinioni personali, alle quali si capisce, non deve rinunciare, dicendo però lealmente al lettore che sono tali”.
La verità per me è sacra, ve lo assicuro; ma è pur vero che se dici la verità - come nel mio caso - troppo spesso, nessuno ti crederà. Io non vi offro che verità, e se la verità vi spaventa è forse colpa mia?

ALBERTO DE PRA
Capo Ufficio Stampa

  • 21 November 2017
  • 14

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Andrea Brusa

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