COMUNICATI STAMPA

andrea brusa,PUBBLICATO IL 14/11/2017 su GRANDANGOLARE... settimanale U.S.A. con oltre 10 milioni di lettori: http://www.grandangolare.com/ - NEL PAESE DELLA BUGIA, LA VERITÀ’ E’ UNA MALATTIA

PUBBLICATO IL 14/11/2017 su GRANDANGOLARE... settimanale U.S.A. con oltre 10 milioni di lettori: http://www.grandangolare.com/ - NEL PAESE DELLA BUGIA, LA VERITÀ’ E’ UNA MALATTIA

PUBBLICATO OGGI 14/11/2017 su GRANDANGOLARE... settimanale CANADESE rivolto alla comunità italiana all’estero ed in Italia con oltre 10 milioni di lettori alla settimana.
http://www.grandangolare.com/

Nel paese della bugia, la verità è una malattia.

Il titolo dell’articolo - per chi non l’avesse riconosciuto - è un celeberrimo aforisma di Gianni Rodari, grandissimo scrittore per l’infanzia che tanto ha lasciato nella memoria di intere generazioni. E per quanto dire e agire in virtù della VERITA’ dovrebbe essere la cosa più naturale del mondo, spesso si opta per la via della menzogna, della falsità, dell’ipocrisia. L’uomo ha paura della verità, di questa presenza silenziosa che lo attende fino all’ultimo perché questo metterebbe in discussione il senso della loro stessa esistenza e delle loro lotte. Ma non sarebbe forse meglio conoscerla la verità e vincere con essa le nostre paure piuttosto che crogiolarci dietro false credenze?!? Beh parlando di verità, ve n’è una sola: il mondo è popolato da vigliacchi, da coloro che non hanno la cosiddetta spina dorsale per prendere atto di ciò ch’è reale e vivono in un mondo illusorio.

Nel parco gli uccellini, felici, volando da un albero all’altro, come se stessero vivendo una gioia incontenibile, gorgheggiavano tra i rami l’ultimo saluto al sole morente. Il parco era quasi deserto se non fosse stato per una signora corpulenta di circa cinquant’anni, dai capelli ramati, con un grosso chignon e la pelle candida come il latte; staccava pezzi di pane da una pagnottella e li gettava ai cigni che nuotavano pigramente in un piccolo laghetto artificiale. Ed ecco che, al disparire del giorno, il cielo si rabbuiò, le nuvole cariche di tempesta si strinsero all’orizzonte ed uno scroscio di pioggia violento ed improvviso, impensabile nei mesi autunnali, si riversò su di noi. La signora coprendosi la testa con un giornale, corse via in cerca di un riparo. Io invece rimasi lì, come inebetito, sotto il diluvio sferzante, con i capelli fradici incollati al viso in ciocche flosce ed i vestiti zuppi d’acqua. Nel mio cervello c’era solo un gran vuoto. Trasalii non appena sentii qualcuno picchiettarmi sulla spalla, e quando mi girai vidi Andrea dietro di me. Mi guardava con degli occhi che non aveva mai mostrato, era disperato. Vedendomi in quello stato disse - “Ma sei tutto bagnato! Non preoccuparti. Ci penso io”. Dalla carne della sua schiena vidi così spuntare due ali luminose, dorate. Il loro luccichio sembrava racchiudere una sorta di promessa e come se fossi stato strappato via a forza dalle braccia di un sogno, percepii nitidamente la presenza di un Angelo enorme davanti a me che mi avvolse completamente con le sue ali piumate, fino a che non fui del tutto avviluppato nel suo abbraccio. Pochi secondi dopo ero completamente asciutto! Non ci potevo credere, era impossibile... “Ma come hai fatto? Dimmi che è uno scherzo” - ero sbalordito, eppure in qualche modo non ero affatto sorpreso. L’Angelo Custode di Chiara, sempre sorridendo malinconico, piegò la testa, ed una piccola lacrima bagnò la sua guancia d’alabastro. Stava piovendo a dirotto, ma la pioggia non mi bagnava più. In ogni caso, approfittando del buio e del temporale ancora in corso, non c’era più nessuno nei paraggi. D’un tratto notai qualcosa nelle sue mani. Era un ciondolo realizzato con un cammeo inciso a mano, io presumetti, su madreperla bianca, raffigurante un volto di donna… quello di sua moglie Chiara, su questo non ho dubbi. Ebbene, sembrava quasi pulsare di vita propria nel mezzo dei suoi palmi, al punto da ardere di un lucore morbido, organico, ondeggiante come un cuore che batte. Con destrezza di mano sopraffina afferrò poi un qualcosa d’invisibile dal cielo ritrovandosi, non so come, tra le dita una grande farfalla iridescente che prese a volteggiare intorno a lui alla luce filtrata della sera. Io lo seguii senza poter proferir parola, con le lacrime agli occhi ed il cuore che batteva con tanta frenesia da togliermi il respiro. A quel mio movimento lui mi fissò nuovamente, poi tornò a guardare il cammeo con l’effige di sua moglie. Il suo attimo di buonumore gli si congelò subito, un urlo disumano che mi raggelò il sangue sgorgò dalla sua gola squarciando il silenzio rotto fino a quell’istante solamente dal picchiettio incessante della pioggia. Cominciò a correre all’impazzata da un angolo all’altro del parco. Si sentiva una preda senza più alcuna speranza né alcuna consolazione. Tuttavia la forza del suo amore pareva esser capace d’incendiare il cuore degli umani con una ed una sola scintilla divina. “Ricordami esattamente come ho fatto a perdere la testa per te, amore mio” - disse, con la voce piena di rabbia e desiderio rivolgendosi idealmente alla sua Lei - “Sono solo un povero Angelo Custode. Non so dove andare, né cosa fare. Tu sei viva moglie mia, ma irraggiungibile”. Ed io pensai che come spesso accade, possedere fantasmagorici poteri a volte non serve a nulla se non si può salvare la persona a cui teniamo di più. “Scusami, Alberto” - aggiunse subito dopo con ritrovata calma, e si adagiò al suolo, rannicchiandosi. “Non mi sento bene!” Poi, non so come spiegarlo, in un impeto di orgoglio e ribellione, si alzò ringhiando e stagliandosi contro il cielo, come un angelo vendicatore, immerso in una luce sfolgorante. Aprì le sue ali d’oro e d’argento per permettere al vento di catturare il loro calore. Io chiusi per un istante gli occhi per proteggermi dalla luce accecante, e l’unico risultato che ottenni fu di vedere, con chiarezza ancor maggiore, la scena. Furono parole strane quelle dell’angelo: “Se le visioni del sonno vanno oltre la semplice lusinga, allora i miei sogni mi preannunciano una notizia colma di gioia... ho sognato che la mia donna mi ha trovato morto (curioso sogno quello che concede ad un morto la capacità di pensare!) e bacio dopo bacio riversava nelle mie labbra un tale alito di vita, che io tornavo in vita, ed ero imperatore. Ahimè! Quanto deve essere dolce il reale godimento dell’amore, se è sufficiente solo sognarlo per ricavarne così tanta gioia”. Ciò che mi sorprese era che quella frase mi ricordava qualcosa… ma sì… la riconobbi… stava ripetendo a memoria un pezzo del Romeo e Giulietta di Shakespeare. Improvvisamente ebbi un brivido gelido lungo la schiena. Mi chiesi il perché di quella citazione, che cosa volesse lasciarmi intendere. Ad ogni buon conto non ebbi modo di replicare o di cercare di ottenere delle spiegazioni, che la paura, lo sgomento ed il terrore si impossessarono di me. Il suo sguardo divenne del colore del fuoco. Lo osservai sfregarsi la fronte e portarsi una mano alla guancia, costretto da un bruciore che stava iniziando a lacerarne la carne tant’era intenso. Quando abbassò la mano destra vidi con una certa apprensione ch’era imbrattata di un liquido denso, caldo ed appiccicoso: sangue… simbolo di vita e di morte. Quel pensiero mi colpì con la forza di un martello. In quel mentre cadde in ginocchio e si mise a pregare sottovoce, nascondendo il più possibile la testa tra gambe e braccia, come un qualsiasi umano. Peccato solo che Andrea non fosse umano... era, ed è, un angelo vero. Mi accostai a Lui, ancora di più, e lo guardai a lungo. Sentii salire alle stelle la temperatura interna ed una preghiera, così soave e seducente, si elevò al cielo. Era l’Angelo che si rivolgeva direttamente al Signore: “Padre mio, voglio che tu torni ad affidarmi mia moglie Chiara perché io me ne possa prender cura, nel modo migliore, senza che lei debba mai preoccuparsi di nulla. Ma vorrei anche che tu arricchissi con il suo splendore e le sue qualità di sposa, di madre, di donna molto laboriosa, la mia vita. Per questo sono più che consapevole che fosti tu a far sbocciare nel di lei cuore l’amore suo per me, come le rose selvatiche che d’estate ricoprono, con i loro tralci, le mura di un giardino soleggiato. Era il modo tuo più dolce per dirmi; «Eccola, mio messaggero alato, la affido a te». E quando al tuo cospetto, all’altare in Chiesa, io pronuncerò il mio giuramento di matrimonio: «Prometto di esserti fedele amore mio, di amarti e di rispettarti per tutta la vita», sarà come se io, Padre mio, ti controbattessi dicendoti che sono felice di accoglierla nella mia vita e di prendermi cura di lei. Da quel momento saremo in due ad amarla. Ti prego Padre… esaudisci le preghiere di un tuo Angelo… Mi rendo conto che ti sto chiedendo molto e ti chiedo scusa, ma non so che altro fare. Credo tu pensasti che questa dolce creatura fosse tutta e solo tua, ed ora invece ti sto dando sentore ch’io, suo Angelo Custode, intenda in un qualche modo spartirla con te. Non è così”. Assunse poi un’espressione più severa e, deglutendo a fatica, si spezzò in mille scintille, in ogni goccia di pioggia, scomparendo senza lasciar tracce alcuna. L’esperienza che avevo appena avuto era stata davvero diversa da qualsiasi altra cosa mi fossi aspettato, o da qualsiasi cosa avessi vissuto prima d’allora. Avevo bisogno di prender tempo per riflettere, anche se alla fin fine tutto questo rifletterci su non mi fu d’aiuto. Ero, per il momento, l’unico spettatore e testimone di una disperazione abissale e di una sofferenza prepotente ed inguaribile, come quella di bambino che scopra col primo dolore fisico il suo esser solo al mondo attraverso l’impotenza del papà e della mamma. Ma la cosa più triste era per me assistere ai suoi pianti ogni volta. L’impressione era quella di osservare un rapace prigioniero, una creatura maestosamente fiera, forte e libera che si mostrava, senza pudore ne ritegno, umile e ferita. Un’immagine non certo facile da digerirsi.
A un certo punto vidi tra l’erba qualcosa di colorato con una forma bombata. Mi avvicinai per capire di cosa si trattasse: era il cammeo raffigurante sua moglie Chiara, che l’Angelo teneva stretto tra le mani. Doveva averlo perso. Lo raccolsi da terra e lo ripulii dagli insetti. Poi un bagliore lunare, opalescente, urtò il mio viso ed un piccolo passerotto grigio chiaro, con le ali grigio brune ed alcune striature bianche poste in orizzontali sulle penne, si librò nell’aria, attraversando quel lampo di luce come una saetta. Aveva un becco robusto, compresso lateralmente, carenato sopra, ristretto verso la cima, da cui si dipartivano piume anch’esse colorate che disegnavano una macchia sormontante gli occhi ed una piccola parte della testolina, quasi fosse una sorta di cappuccetto calato sulla fronte di una nobil donna del primo rinascimento.
Solo pochi secondi dopo scomparve. A quel punto un suono sordo proruppe poderoso e quel fascio luminoso divenne ancor più intenso. Il cammeo non c’era più, anche se lo sentivo ancora tra le mani. Di colpo mi fu tutto chiaro. Mi feci il segno della croce e mi misi a pregare anch’io con le braccia aperte per Lui. Mi sentivo morire dentro. Anche questa volta nessuno mi avrebbe creduto a raccontarlo. Ed io non sapevo più che fare.
Manly Palmer Hall, scrittore e mistico canadese, scrisse: “[…] L’individuo che dice una bugia è convinto di farla franca, ma in realtà mette in moto una conseguenza. Gli effetti di tale conseguenza sono l’unico sistema attraverso cui esso potrà imparare a non mentire. Il fatto stesso che il suo comportamento errato abbia innescato questa soluzione, vuol dire che si trova già sulla strada verso la luce, verso qualcosa di migliore. Tuttavia la maggior parte delle persone preferiscono eludere ogni responsabilità in ogni modo possibile, perché la responsabilità interferisce con il regolare svolgimento di una vita inutile. Ma questo è il problema: non può esistere crescita nell’ignoranza. Non può esistere successo nella stupidità. Non può esistere pace costruita sulla violenza. Non può esistere saggezza basata sul principio di follia. Tutte queste cose devono essere elaborate dalla propria natura. […]”
Essere giornalisti è scrivere quello che si vede, senza omissioni di comodo. Parlo del cosiddetto tritacarne del mondo dell’informazione mediatica da un punto di vista di chi, come me, ALBERTO DE PRA, esercita la professione giornalistica da ormai quasi ventisei anni ed ha intrapreso questa strada spinto da una forte passione per la scrittura, in quanto non ho mai aspirato far altro (stavo per dire: ho scelto questa professione, ma per me il giornalismo è sempre stato molto di più di una pura e semplice professione; è la mia stessa ragione di vita, tanto che non mi potrei mai immaginare in altri vesti se non in quelle del giornalista… e sottolineo… giornalista d’inchiesta). Io sono più che convinto che coloro che esercitano un ruolo determinate nel campo dell’informazione, lavorando per più o meno grandi testate, debbano mantenersi intellettualmente onesti con se stessi rispettando la verità e l’obiettività di quanto vanno a scrivere. L’obiettività è fondamentale. Esiste sempre - nei miei articoli sicuramente - una spiccata tensione verso l’obiettività dei fatti e guai se non ci fosse! È precisamente questa tensione che anima ogni mio resoconto scritto che poi vado a pubblicare, ben consapevole che la mia - me lo disse una mia insegnante quando, al liceo, le confessai di voler diventare giornalista - è una funzione di servizio. La mia è una missione civica, un impegno civile che offro a voi lettori, è un bisogno viscerale di scrivere e battagliare per la verità. Il mio è un mestiere interamente consacrato alla ricerca del VERO. Ma in quanto giornalista, so che è sempre meglio avere le prove di ciò che si dice. ... Ma io ho le prove di ciò che dico! Ne dubitavate, forse? Si tratta di file depositati presso un ufficio notarile di Torino che, attraverso video ed immagini fotografiche, documentano senza timore di smentita, con limpidezza ed onestà, quanto da me vissuto con Andrea.
Aprite gli occhi che il mondo non aspetta voi... il mondo corre, cresce, sbaglia, impara... ma voi... restate statici nei vostri crucci senza alcun miglioramento n’è mutamento... Affrontate la VERITÀ e fate che quest’ultima sia la normalità e non la particolarità...

ALBERTO DE PRA
Capo Ufficio Stampa

  • 14 November 2017
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Andrea Brusa

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