COMUNICATI STAMPA

andrea brusa,PUBBLICATO IL 12/09/2017 su GRANDANGOLARE... settimanale U.S.A. con oltre 10 milioni di lettori: http://www.grandangolare.com/ - Una storia d’amore che cambierà’ il mondo

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PUBBLICATO OGGI 12/09/2017 su GRANDANGOLARE... settimanale CANADESE rivolto alla comunità italiana all’estero ed in Italia con oltre 10 milioni di lettori alla settimana.
http://www.grandangolare.com/

Una storia d’amore che cambierà il mondo

“Si dice che spesso tutto si rompa con la morte, che quando la signora in nero, con i suoi occhi spietati, si avvicina a noi lascia solo aridità e lacrime; sì, convengo con questo ma non sempre però, o meglio dire, mai la morte l’ha realmente vinta. Se è vero che molto cambia in noi, che un senso di vuoto ci svuota di tante cose, un’ancora di salvataggio c’è sempre ed è quello scoglio duro, ostinato ed indistruttibile che si fa chiamare amore. Sì. Perché esso - o meglio egli - non cessa di esistere con la morte, ma diventa il fulcro al quale la nostra vita si stringe e cerca quella riscossa, quel lento ma stabile risalire dall’inferno”.
Da “Le ali dell’amore” di Mimma Pascazio

L’alba non era ancora sorta, il cielo era buio e senza luna. Mi alzai dal letto e mi affacciai alla finestra. L’afa della sera si era placata, e l’aria del mattino era fresca e piacevole. Tornai in camera, presi una camicia color carta da zucchero, una giacca blu ed un paio di jeans. Adoro l’estate, il caldo, il profumo inebriante delle rose, dei fiori di campo e l’odore dell’abbronzante sulla pelle. La candela era rimasta accesa, e non avevo intenzione di spegnerla. Mia moglie Lauren era coricata nella camera da letto e dormiva con le bimbe. Avrei continuato per tutta la notte ad osservare quel volto dolce incorniciato da morbidi capelli castano chiari, grandi occhi azzurri del color del mare e quel corpo candido, all’apparenza insensibile allo scorrere del tempo. Mi chinai verso di lei e le carezzai una guancia, sorridendole amorevolmente. Poi indossai i miei abiti, mi rinchiusi nel mio studio ed incominciai a lavorare. Dovevo scrivere di quello che conoscevo più a fondo oltre me stesso: Andrea. Fu allora che sentii fiorire una voce dentro di me sussurrarmi qualcosa. Mi ripeteva costantemente che per nessuna ragione al mondo avrei dovuto riportare anche una sola parola in cui non credessi. E così feci. All’improvviso mi vennero meno le forze come una marionetta a cui abbiano tagliato i fili ed in quel momento vidi un cielo fitto di stelle come mai l’avevo visto. Quindi Andrea comparve accanto a me, come se si fosse aperto un varco nella parete piena di libri per lasciarlo passare. L’Angelo Custode di Chiara era lì, come lo ricordavo. Mi sorrise e mi ordinò di seguirlo, mentre le sue immense ali bianche screziate d’oro, scintillando come le braci di un fuoco morente, continuarono nel loro lento movimento ondeggiante. Ma prima ancora che potessi fare un passo verso di lui l’Angelo ribadì: “Tutto ciò che ti farò qui vedere stanotte, e tutto quello che avrai modo di sentire, rivelalo sulla terra per così come è stato. Senza esagerazioni o manchevolezze”. Mi mise dunque energicamente un braccio intorno al fianco e mi portò con sé in volo, levandosi in alto nella volta celeste; arrivati a destinazione osservammo lo spettacolo del panorama per poi guardarci intorno e ritrovarci all’interno di un monastero. “Lo riconosci?” - mi domandò l’Angelo. “Non ne sono certo” diss’io. “Siamo nel chiostro del monastero di Santa Rita, di fronte a questa vite rigogliosa diventata un po’ il simbolo dell’obbedienza della Santa e della sua fecondità spirituale” - aggiunse. “Perché siamo qui?” - chiesi, ma non feci in tempo ad ultimare la frase che esplose in un pianto dirotto. Un pianto che non aveva niente di liberatorio. Nelle sue lacrime bruciava una sofferenza lungamente esacerbata dalla disperazione, ed il cui solo pensiero m’oppresse il cuore, prima chi’io potessi riprendere a parlarne. Un dolore che mi parve proprio senza speranza, come non gli accadeva da anni, che lo portò ad accartocciarsi su se stesso per la vergogna. “Non ce la faccio, non sto bene!” - sussurrò sommessamente, con le labbra tremanti. Poi cercò di riprendersi e disse: “La badessa del monastero mise a dura prova la vocazione e l’obbedienza di Rita, sai Alberto… facendole annaffiare questa vite che allora era niente più che un arbusto rinsecchito. Il legno, dopo un po’ di tempo, riprese vita e dette frutto e come vedi…” poi si interruppe e dopo proseguì tra un singulto e l’altro: “Anch’io aspirerei ad avere una seconda possibilità, e tornare mortale almeno per una vita, ma non è questa la mia natura… Se non fossi stato un Angelo Custode non avrei perso la mia famiglia. Del resto sono solo un semplice ed umile lavoratore nella vigna del Signore, nient’altro. Come disse il Padre… beato il servo che è disposto a sopportare così pazientemente da un altro la correzione, l’accusa e il rimprovero, come se li facesse a sé. Beato il servo che, rimproverato, di buon animo accetta, si sottomette con modestia, umilmente confessa e volentieri ripara. Beato il servo che non è veloce a scusarsi e umilmente sopporta la vergogna e la riprensione per un peccato, sebbene non abbia commesso colpa. Non dimenticare caro Alberto che per obbedire - ripeto - ci vuole umiltà. Considera l’esempio di Gesù stesso che obbedì, ed obbedì a Giuseppe e a Maria. Lui che era ed è il figlio di Dio venne su questa terra per sottomettersi a delle creature. Certo, è vero, due creature di grande perfezione: Maria Santissima, Madre nostra, la regina di tutti noi Angeli… più di Lei c’è solo Dio; e san Giuseppe, uomo castissimo. Ma sono pur sempre creature. E Gesù si pose nei loro confronti con grande umiltà. In fin dei conti un servo di Dio non può conoscere quanta pazienza ed umiltà abbia in sé finché gli si dà soddisfazione”.

In quel mentre si sprigionò da Lui un’intensa luce di color rosso ranciato ed avvertii una forte energia. Mai avrei pensato di poter scorgere la vera essenza di un’anima vivente così profondamente. Vidi la luce più bella che giammai potessi godere e riuscii a rendere più nitida la sua sagoma con un’enorme e bellissima apertura alare, anche questa luminosa. Sentivo serenità e tanto calore, ma poi ad un tratto cominciò a sentirsi male; La nausea lo prese con violenza e gli torse lo stomaco. iniziò a contorcersi, lamentarsi e vomitare sangue, come un ferito al fronte che abbia ingerito una carica esplosiva. Il sangue fuoriusciva dalla sua bocca sempre più copiosamente, tratteggiando un macabro disegno sul suo mento. In preda al panico, lo afferrai per un braccio e lo scossi quando la sua testa ricadde inerte, poi mi sforzai di stare immobile e di mettermi in ascolto. Piangeva come un bambino. castigato dai genitori, piangeva come un uomo abbattuto, come un marito che non aveva trovato conforto nel matrimonio, come un padre mancato. Piangeva per sua moglie Chiara e per sua figlia Biancalaura. Quasi senza fiato disse: “Vorrei ancora sentire la tua voce, amore mio, mentre ride ad una mia battuta, sentire le tue mani sul mio corpo e vedere che tutto questo non è un sogno. Un giorno ti dissi che non abbiamo sogni da sognare, ma non è così. È ora che dobbiamo incominciare a sognare, a creare la nostra vita. Non è la lontananza, non è la vita, non sono le tue paure che riusciranno a tenere lontano il mio cuore dal tuo. Piano piano rientrerò nella tua anima e allora insieme gioiremo; ti insegnerò ad avere fiducia nella vita, quella vita che ti ha fatto provare il dolore dell’abbandono, ma io sono qui ad aspettarti, ad amarti”. Le sue ali sembrarono vacillare per un istante, diventarono rossicce ed incandescenti: ma subito si ripresero, avvampando furiose. La luce che emanava prese poi a languire e a perdere d’intensità... era la prima volta che vedevo una cosa simile. L’angelo levò lo sguardo su di me ammiccando. Quindi tutto cessò, le sue forze vennero meno e si ritrovò seduto per terra, inerme, vulnerabile a qualsiasi attacco. “Mi dispiace Alberto, però non posso accompagnarti a casa questa volta. Adesso non ho più molte energie da consumare, potrei diventare persino un peso. Ho solo bisogno di riposo. Credo dovremo prendere il treno per il ritorno”. “Abbiamo bisogno di riposo tutt’e due: d’un riposo completo” - replicai io. Ma devi portarci fuori da questo monastero prima che si faccia giorno e le suore Agostiniane si accorgano della nostra presenza. E facendo allora un ultimo sforzo raccolse le energie rimastegli, mi prese gentilmente la mano e volammo via da quel luogo a lui tanto caro. Giunti alla stazione prendemmo d’assalto il primo treno per Torino, che era posto sul primo binario… si aprirono le porte e salimmo in vagone, prendemmo posto e via in partenza. Ci guardammo intorno: lo scompartimento era deserto. Eravamo soli. Per un attimo provai la sensazione acutissima e dolorosa di essere l’ultimo uomo sulla terra. Mi volsi a guardarlo e lui fece altrettanto nello stesso istante... Il pulsare dei suoi palmi si fece violento e dunque in uno sbatter d’ali, scomparve nel nulla come se non fosse mai esistito, in un fumo verde, per rivelare quello che era stato lì tutto il tempo: una corrente di energia. Lui non era apparentemente importante per nessuno, era soltanto un povero Angelo Custode smarrito che vagava per il mondo, trascinandosi in cerca dei segni di Dio.

Tornato alla realtà con un sussulto violento cominciai a pensare a quello che i miei occhi avevano visto. Non riuscivo a immaginare come avrei potuto aiutarlo. Mi tremavano le gambe. Tutto quel dolore non era certo riuscito a cancellare la nobiltà del volto dell’Angelo Custode di Chiara... L’inferno, è già qua - pensai alzando le spalle - e rimane una parola vuota quando si è bruciati nel rogo della vita. Lui è un uomo di Dio che appare con la radicale consapevolezza di essere destinato alla sofferenza che lo condurrà sino alla morte… una morte che lo porterà via nella completa solitudine. Che almeno tutto quel soffrire potesse servire a qualcosa. Ma cos’è la solitudine se non una dimensione eroica del saper vivere la riflessione ed il pensiero che richiede? Lo avevo paragonato ad un eroe di altri tempi, ad un guerriero nobile, coraggioso, stile un cavaliere della tavola rotonda. Tuttavia mi sentivo impotente, avrei voluto far qualcosa per alleviare il suo dolore… ma solo sua moglie avrebbe potuto salvarlo dalla fine.

Ma veniamo a noi cari lettori. Noi tutti siamo invitati a parlare della verità. È importante che si sia stati invitati, perché la cosa peggiore è voler parlare della verità. Ma cos’è la verità soprattutto per uno che come me svolge il mestiere del cronista? Ve lo spiegherò dandovi un esempio. Ad una semplice domanda a vostro figlio, per esempio “cosa hai fatto all’asilo oggi?”, potreste sentirvi rispondere con un aneddoto verificatosi tempo addietro. Certo sono bambini ed in quanto tali giustificabili. Ma ricordiamoci sempre che il Signore stesso ci ha indicato qual sia la cosa più giusta da fare. Egli Disse: ‘La vostra parola Sì significhi Sì ed il vostro No, No; poiché qualsiasi altra cosa è dal malvagio’. Vi siete mai chiesti cosa volesse dire Gesù? Ebbene voleva dire che dobbiamo essere sinceri. E tanto più lo deve essere un giornalista per il quale il dovere più pregnante e caposaldo del diritto di cronaca da lui esercitato è il dovere di verità, considerato sia dalla L. n. 69/1963 che dalla stessa Carta dei Doveri quale “obbligo inderogabile”. Gli organi di informazione sono l’anello di congiunzione tra il fatto e la collettività. Essi consentono alla collettività l’esercizio di quella sovranità che secondo l’art. 1 Cost. “appartiene al popolo”. Pertanto un’informazione che occulta o distorce la realtà dei fatti impedisce alla collettività un consapevole esercizio della sovranità. Io mi limito alla rappresentazione del fatto così come esso è da me percepito e vissuto curandomi di renderlo inequivoco al lettore destinatario della comunicazione. Ed in ogni caso riguardo l’importanza di discernere dove risieda la verità amo citare Blaise Pascal - noto matematico, fisico, filosofo e teologo francese - il quale scriveva: “Noi uomini conosciamo la verità non soltanto con la ragione, ma anche con il cuore. In quest’ultimo modo conosciamo i principi primi; e invano il ragionamento che non vi ha parte, cerca d’impugnarne la certezza. Noi, pur essendo incapaci di darne giustificazione razionale, sappiamo di non sognare; e quell’incapacità serve solo a dimostrare la debolezza della nostra ragione, e non come essi pretendono, l’incertezza di tutte le nostre conoscenze. Infatti, la cognizione dei primi principi - come l’esistenza dello spazio, del tempo, del movimento, dei numeri - è altrettanto salda di qualsiasi di quelle procurateci dal ragionamento. E su queste conoscenze del cuore e dell’istinto deve appoggiarsi la ragione, e fondarvi tutta la sua attività discorsiva. Il cuore sente che lo spazio ha tre dimensioni e che i numeri sono infiniti; e la ragione poi dimostra che non vi sono due numeri quadrati l’uno dei quali sia doppio dell’altro. I principi si sentono, le proposizioni si dimostrano, e il tutto con certezza, sebbene con differenti vie. Ed è altrettanto inutile e ridicolo che la ragione domandi al cuore prove dei suoi primi principi, per darvi il proprio assenso, quanto sarebbe ridicolo che il cuore chiedesse alla ragione un sentimento di tutte le proposizioni che essa dimostra, per indursi ad accettarle”.

Siete ancora sicuri che sia solo opera della mia fantasia? Dietro a tutto c’è una storia molto più semplice di quello che si possa pensare, poggiata sulla quotidianità, seppur non facile da raccontare, perché proprio come in una fiaba d’altri tempi c’è dolore, sofferenza, e come una favola non conosce la fine e sopravvivrà al tempo.

ALBERTO DE PRA
Capo Ufficio Stampa

  • 12 September 2017
  • 14

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Andrea Brusa

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