COMUNICATI STAMPA

andrea brusa,PUBBLICATO IL 05/09/2017 su GRANDANGOLARE... settimanale U.S.A. con oltre 10 milioni di lettori: http://www.grandangolare.com/ - Volo d’Amore sulle ali d’un Angelo

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PUBBLICATO OGGI 05/09/2017 su GRANDANGOLARE... settimanale CANADESE rivolto alla comunità italiana all’estero ed in Italia con oltre 10 milioni di lettori alla settimana.
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Volo d’Amore sulle ali d’un Angelo

Quando si ama non vi è nulla di meglio che dare sempre, tutto, la propria vita, il proprio pensiero, il proprio corpo, tutto quel che si possiede; sentire quel che si dà; mettere tutto in gioco e poter dare sempre di più.
(G. de Maupassant)

L’ottimismo risplendeva nel mio sguardo. Vidi che sul litorale era scomparsa ogni impronta, come se nessun piede prima del mio avesse importunato l’arenile. La sabbia era fine e pulita, bianca e soffice come borotalco ed il mare sembrava una tavola piatta. Con il rapido sollevamento di morale, che è solito seguire ad un periodo di profondo scoraggiamento e di perdita di fiducia in sé e nel valore di ciò che si fa, avvertii un insolito senso di benessere, quale mai avevo provato, se non da fanciullo. La nostalgia, come sempre, aveva cancellato i brutti ricordi impressi nella mia memoria e magnificato quelli belli. Se non fosse stato per il lento sciabordio delle onde sulla battigia ed il chiacchiericcio di qualche pescatore solitario intento a sistemare la propria barca in lontananza, sulla spiaggia avrebbe regnato il silenzio assoluto. Mi sentii ricolmo di pace come se con la mano qualcuno o qualcosa mi attraversasse il torace e rilevasse la sporcizia che avevo dentro e le mie inquietudini. Mi domandai se fosse questa la sensazione che si prova nell’essere in paradiso. Niente fiamme e zolfo, questo è certo. Credo dovesse essere fresco, calmo e tranquillo. Era così che amavo immaginarlo. Fu allora che all’improvviso comparve una luce abbagliante come se una colonna di fuoco calda ed accogliente fosse emersa dal suolo. Una sorta d’abbraccio da parte di un’energia d’amore infinito che mi attirava a sé. “Ciao Alberto” - esordì la creatura. I suoi occhi marmorei mi fissarono, sembrava quasi potessero vedere attraverso il mio corpo. La sua voce era profonda e cordiale ed adesso sembrava molto più sicura di sé. Telefonai a Lauren, mia moglie, senza mai lasciare l’Angelo con lo sguardo, e le chiesi di raggiungerci quanto prima. Lei arrivò di corsa, trafelata, con qualche minuto di ritardo, di cui si scusò. Le sue mani erano inquiete e si vedeva che era molto nervosa, del resto era la seconda volta in assoluto che lo vedeva in mia presenza. Andrea, ovvero, l’Angelo Custode di sua moglie Chiara, stava singhiozzando, tenendosi il viso fra le mani. Le lacrime si mischiavano con gli schizzi delle onde. Notai che l’ala sinistra aveva un’angolazione differente rispetto alla destra. “Ti fa male quella? Lascia che ci dia uno sguardo” Lauren allungò una mano, ma quando fu sul punto di toccarlo, egli si ritirò di scatto, si guardò alle spalle ed aiutandosi con l’ala sana, fece un balzo in aria di alcune decine di metri. Lei rimase estasiata. Aveva volato. La creatura aveva volato! Per me era cosa normale ormai, ma lei doveva ancora farci l’abitudine. Ora comunque anche mia moglie finalmente sapeva cosa Lui stesse cercando; voleva librarsi in volo, in alto, sempre più su, oltre le nuvole per arrivare là dove solo i figli del cielo possono giungere, voleva ritrovare la pace e la tranquillità perduta, voleva sfogare la sua rabbia ed andar via da quella terra lorda e fangosa. Ad un tratto fece lei il primo passo e disse rivolgendosi a Lui: “Perché fai avanti e indietro come un animale in gabbia? Ho già visto mio padre soffrire le pene dell’inferno e quasi morire con mia madre, struggersi fino alla consunzione come un malato che non sperava più di guarire. No, non tollero il pensiero di non saperti al sicuro o che tu debba soffrire altrettanto. Io stessa, detesto essere sconfitta, ma mi tocca ammettere, con rammarico, d’arrendermi alla tua essenza. Lo vedi… avverto il dolore che provi. Voglio che tu continui a vivere. Io credo in te. Ti prego, realizza il tuo sogno anche per me!”

L’Angelo cercò allora di chiarire la sua posizione e, perso tra i suoi pensieri, disse: “Sapete, non si ama per dare l’esempio, per soccorrere l’altro, ma per mettersi a servizio. Se l’amore del prossimo deve veramente avere i lineamenti caratteristici dell’agape - ovvero dell’amore disinteressato, smisurato - occorre anzitutto che sia spontaneo e senza motivo. Ma quando mai potrebbe esserlo se non quando ci si rivolge proprio al nemico? Solo allora apparirà chiaro che non si tratta solo di amore umano, ma un amore nato dall’agape di Dio. L’amore è una parola che nella vostra cultura ha quasi perso il suo significato. C’è una storia molto interessante al riguardo. Tratta di un uomo che incontrò un ragazzo intento a godersi il suo bel piatto di pesce e disse al fanciullo “Perché stai mangiando quel pesce?” - ed egli rispose “Perché amo il pesce”. Il vecchio replicò “Oh, ami il pesce?! Ed è per questo che l’hai tirato fuori dall’acqua e l’hai ucciso e l’hai bollito? Non dirmi che ami quel pesce, tu ami te stesso e visto che ti piace il suo sapore allora l’hai tirato fuori dall’acqua, l’hai ucciso e l’hai bollito”. Molto di quello che le persone ritengono essere amore è in realtà amore per il pesce. Un amore vero non si basa su ciò che si sta per ricevere, ma su quello che si è in grado di dare. La gente commette un grave errore pensando che si debba donare a chi si ama. La verità è che si amano coloro a cui si dona. Se do qualcosa a te io sto dando me stesso a te e, dato che amare se stessi è un dato di fatto… ognuno ama il proprio io… ed ora che quella parte di me fa parte di te… è una parte di me in te che amo. È strano sapete, a volte a noi angeli le persone pensano come se fossimo delle creature magiche, anche se in realtà non possediamo alcuna magia, più che altro piccoli espedienti che riescono a sortire un grande effetto sulla vita dei nostri protetti. Di solito il nostro compito è riuscire a mantenere un protetto già buono sulla strada della luce, ma raramente, come nel mio caso, può succedere di dover portare una persona che si è persa sulla via del bene e della salvezza”. Aprì dunque le sue immense ali, bianche come le decine di gabbiani che, in picchiata, spazzavano i motopescherecci nel porticciolo. Allo sfiorar delle sue mani, tutto intorno cambiò d’aspetto: ciuffi d’erba fresca come la rugiada spuntarono d’ogni dove ed un caleidoscopio di fiori e frutti multicolori presero il posto di quella spiaggia tra i1 mare ed il monte, arsiccia, nuda, sterile e deserta. L’orizzonte era puro, ma verso lo Zenith vi erano alcuni ammassi nuvolosi; un venticello debole, e variabilissimo, cominciò a spirare pian piano sfilacciando le nubi fino a renderle una foschia ed increspando così la superficie del mare... finché l’acqua non cominciò a zampillare. Fu allora che una creatura mai vista prima in vita nostra, interposta fra il mondo del divino e quello dell’esperienza sensibile, partecipe e dispensatrice di passioni imperiture ed impure, apparì al suo fianco stupendosi nel vedere il corpo dell’Angelo, così debole, galleggiare nel cielo, risucchiato da uno strano vortice d’energia di luce come una città accesa di notte. Si scagliò con ferocia contro di Lui per finirlo, ma una forza tremenda lo respinse scaraventandolo lontano di diversi metri. Il cielo oscuro fu squarciato all’improvviso da una cicatrice bianco-azzurra. Un misterioso fascio di luce proiettato dall’alto, come un riflettore da palcoscenico, ruppe l’oscurità colpendo l’Angelo indifeso ed a mezz’aria al torace, come se volesse accarezzargli il cuore, avvolgendo la sua già splendente sostanza spirituale in una sorta di bozzolo luminoso. Il suo antagonista da sempre - almeno dal giorno della nascita di Chiara di cui l’Angelo era il suo Custode - per la prima volta si era palesato al nostro cospetto. Percepì con avversione la presenza dell’autorità celeste discendere inesorabile su di uno dei sui messaggeri alati, ed il fetore di zolfo che, guarda caso, ammorbava l’aria fino a quel mentre, svanì sostituito da una forte fragranza di fiori, che fece a noi tutti lacrimare gli occhi. Il Maligno contemplò quella scena e ne fu atterrito mentre la rabbia prese a montare in lui, ardente, turbolenta e rossa come la lava. Con lo sguardo stordito non poté far altro che retrocedere cercando presto rifugio nella familiare e rassicurante tenebra. Per diversi minuti, l’enorme bozzolo di energia che avvolgeva l’Angelo Custode seguitò a pulsare emanando scariche luminescenti. Infine la luce s’attenuò come quella di una lanterna quando vi si preme la leva che fa serrare i suoi sportelli ed Andrea calò verso il basso posandosi sulla sabbia. Si sentiva esanime come se avesse camminato per ore ed ore e le sue membra erano del tutto prive di forza. A quel punto si avvicinò a noi e come se cantasse una salmodia, si inginocchiò e, sempre a mani giunte, cominciò: “Io amo mia moglie CHIARA… smetterò di amarla solo un attimo prima che l’eterno finisca...!” Poi spiccò il volo attraverso gli spazi e scomparve!
E dunque non potei che ricordarmi una riflessione di un grande filosofo tedesco, F. W. J. Schelling da me letta all’interno della “Grande Antologia Filosofica” (Marzorati, Milano, 1971, vol. XVIII, pagg. 245-246) in cui egli spiega il perché il MALE sia necessario all’amore: “Non può esservi alcun dubbio che il male è stato necessario per la rivelazione di Dio. Infatti, se Dio come spirito è l’unità indivisibile dei due principi, e se questa stessa unità è reale solo nello spirito dell’uomo, nel caso che questa unità fosse nello spirito umano altrettanto indissolubile quanto in Dio, l’uomo non sarebbe per niente diverso da Dio: l’uomo si risolverebbe in Dio, e non ci sarebbe né rivelazione né moto d’amore. Infatti ogni essere può rivelarsi solo per mezzo del suo contrario: l’amore solo nell’odio, l’unità solo nella lotta. Se non ci fosse separazione dei principi, l’unità non potrebbe mostrare la sua onnipotenza: se non ci fosse la discordia, l’amore non potrebbe diventar reale. Insomma, perché non ci fosse il male, bisognerebbe allora che Dio stesso non ci fosse”.

Non vi pare una bella favola quella che vi ho raccontato? Peccato che non si tratti di una storiella fantasy ma di quello che io e mia moglie abbiamo vissuto insieme ad Andrea. Giusto un appunto al riguardo. Tenete presente che chiunque pubblichi o diffonda notizie false, esagerate o tendenziose, è punito, se il fatto non costituisce un più grave reato, con una pena detentiva e/o con un’ammenda pecuniaria. Siete dunque davvero certi che non si tratti di semplice cronaca giornalistica? Pensate dunque che abbia mentito in qualcosa o esagerato in qualcos’altro? Ebbene sappiate che, “mentire significa trattare se stessi come individui privi di dignità, abdicare alla propria Menschenwürde, reificarsi”. Così dice Kant nello scritto <>: “così, per esempio, per sapere se davanti al tribunale devo dire la verità nella mia testimonianza, non occorre che io cerchi quale fine potrei eventualmente conseguire con la mia dichiarazione o col mio atteggiamento, perché qualsiasi fine in questo caso non costa nulla; anzi se qualcuno cui sia stato legittimamente chiesto di pronunciarsi, ritiene necessario cercare un buon motivo per farlo (cioè, perseguire un qualche fine con la sua dichiarazione), allora, già solo per questo, costui è un essere indegno. La menzogna è l’avvilimento, anzi l’annientamento della dignità umana. Un uomo, che non crede egli stesso a ciò che dice a un altro, ha un valore ancor minore che se fosse una pura cosa, perché dalle qualità di uso di questa cosa qualcuno può comunque tirare qualche utilità, visto che essa è qualche cosa di reale e di dato, mentre se, per comunicare a un altro i propri pensieri, l’uomo si serve (con intenzione) di parole che significano proprio l’opposto di quello che pensa, egli persegue un fine contrario al fine naturale della facoltà di comunicare i propri pensieri ed in conseguenza abdica alla sua propria personalità, ed è per questo che il mentitore è piuttosto l’apparenza ingannatrice di un uomo che un uomo vero. La veracità nelle dichiarazioni si chiama lealtà, e quando queste sono nello stesso tempo delle promesse, si chiama onestà, ed in generale sincerità. La menzogna come falsità volontaria in generale, non ha bisogno di essere dannosa agli altri per essere considerata condannabile, perché in questo caso sarebbe una violazione del diritto degli altri. La causa di essa può anch’essere semplicemente leggerezza o magari bonomia, o addirittura possiamo avere in mente di servircene per un fine realmente buono; epperò la maniera di perseguirlo è per la sua sola forma un’offesa fatta dall’uomo alla propria persona, ossia è una indegnità che deve renderlo disprezzabile ai suoi stessi occhi”. Spero dunque che non pensiate che io - in quanto Capo Ufficio Stampa - sia una persona indegna. Io sono un professionista ed una persona sincera che riporta verità scomode e come tale non ho bisogno di nascondermi dietro un comportamento finto e costruito e non cerco in alcun modo di usare “trucchi” o false parole di apprezzamento solo per compiacere qualcuno. Del resto se libertà di stampa significa qualcosa, significa anche il diritto di dire alla gente ciò che non vuol sentirsi dire… o preferisce non credere. Ed io avrò molti difetti, Signori miei, ma non quello di mentire e di turlupinare il prossimo. E credo che su questo la famiglia di Andrea e sua moglie Chiara dovrebbe farci una riflessione.
Dalla mia, carissima CHIARA, posso solo dirti che il tuo ANGELO CUSTODE ti sta dando la vita e tu lo stai ripagando con indifferenza e disgusto. Non vorrei mai essere nei tuoi panni il giorno in cui scoprirai la verità. quando i rimpianti, i rimorsi ed i sensi di colpa ti lacereranno l’anima.

ALBERTO DE PRA
Capo Ufficio Stampa

  • 05 September 2017
  • 14

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Andrea Brusa

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