COMUNICATI STAMPA

andrea brusa,PUBBLICATO IL 08/08/2017 su GRANDANGOLARE... settimanale U.S.A. con oltre 10 milioni di lettori: http://www.grandangolare.com/ - IL CAMMINO VERSO IL SOLE

PUBBLICATO IL 08/08/2017 su GRANDANGOLARE... settimanale U.S.A. con oltre 10 milioni di lettori: http://www.grandangolare.com/ - IL CAMMINO VERSO IL SOLE

PUBBLICATO OGGI 08/08/2017 su GRANDANGOLARE... settimanale CANADESE rivolto alla comunità italiana all’estero ed in Italia con oltre 10 milioni di lettori alla settimana.
http://www.grandangolare.com/

Il cammino verso il Sole

“C’è un solo e unico scopo nella vita: testimoniare e comprendere, per quanto possibile, la complessità del mondo, la sua bellezza, i suoi misteri, i suoi interrogativi. Più si cerca di capire, più s’indaga, e più si apprezza la vita e ci si sente in pace col mondo. È questa la sostanza della vita. Tutto il resto si riduce a vacui passatempi. Se un’attività non si basa sull’amore o sulla conoscenza, non ha alcun valore. [...] Ci si può chiedere perché bisogna amare ed imparare o perché sarebbe questo lo scopo della vita: voglio dire, come mai è stato deciso di fare solo queste cose e con la massima dedizione? Una domanda stupida, non importa perché sia così. È così: lo scopo della vita è amare ed imparare”.
ANNE RICE

Ero seduto su di una panchina piuttosto scomoda all’ombra della prima falce di luna nuova sotto un enorme albero fitto di foglie, un tiglio, o forse un ippocastano, comunque ero seduto su una panchina. Volevo stare un po’ da solo per pensare. Avevo bisogno di prender fiato, fermarmi non solo fisicamente; avevo bisogno di uno spazio tutto mio. Con le gambe incrociate e la chitarra posata su di esse, iniziai a scaldarmi le mani con scale ed arpeggi preparandomi a suonare. A strimpellare la chitarra, ed a leggere uno spartito, ho imparato da autodidatta. Non ho mai avuto la pazienza di prendere lezioni. Era una cosa che non faceva per me. Ho appreso molto di più osservando gli altri. Non sono mai riuscito a fare quelle scale velocissime che tanto mi sarebbero piaciute! Così ho finito per abbracciare quella massima che cita "è molto importante cosa si suona, ma è molto più importante cosa non si suona!”. La musica per me fin da ragazzo è stata quel luogo immateriale in cui ho sempre trovato ricovero quando mi sono sentito triste o felice, è quel territorio in cui niente e nessuno mi infastidisce e sono pienamente libero di esprimere me stesso… una sorta di passatempo… il modo migliore, l’unico, che avevo per riempire tutti gli spazi vuoti della mia vita. Mentre stavo dando il meglio di me nell’interpretazione di una dolce melodia di sapore popolaresco sentii un click e notai che la corda in alto si era allentata. Purtroppo però, la corda non era liscia, ma aveva una lieve piegatura, probabilmente corrispondente al punto in cui la stessa girava dentro il forellino. Ecco… pensai che fosse stata montata male. Mi accesi una sigaretta. Nel mentre il vento continuava a mandare sferzate che mi scompigliavano i capelli e mi frustavano il viso… i pensieri ed il fumo volavano via come dei palloncini al di là degli occhi. Mi alzai dalla panchina, afferrando lo zaino, dopo aver dato un ultimo sguardo alla città. Voltai le spalle alle luci e alle loro promesse e mi trascinai con la mia solita vitalità da bradipo verso casa. Avvertii un rumore. Svoltai a sinistra e mi ritrovai in uno spiazzo circolare. Notai che non potevo proseguire; c’era qualcosa o meglio qualcuno che mi sbarrava la strada. Qualcuno che brillava rischiarato dalla luce di un lampione. Non ero impaurito, una voce dentro di me diceva che potevo fidarmi, ma quello che vidi mi fece morire il respiro in gola e per un attimo il mio cuore perse un battito. Davanti a me c’era la mia ragione e la mia follia, colui che ha cambiato la mia vita facendomi diventare quello che sono. Davanti a me c’era Andrea. “Cosa ci fa qui?” - sibilai. «Una passeggiata» - rispose innocentemente. “Non dire assurdità” - replicai - “Tu non dovresti essere qui a quest’ora della notte. E sai perfettamente a cosa io mi stia riferendo”. Il suo sguardo fisso nel vuoto come se io non esistessi, perso nei suoi pensieri. come se fosse altrove. Guardava l’infinito difronte a sé e pian piano ne era assorbito. Scrutava il paesaggio con fare meravigliato, ma allo stesso tempo il velo di tristezza non l’abbandonava un istante. Fece qualche passo verso di me, e crollò sulle sue stesse gambe. Il volto gli si fece serio ed il tono solenne. “N-non farmi male…” - riuscì a sussurrare. Era irriconoscibile. Perché mai aveva così tanto timore di me? Perché? Perché in tutta la mia vita, senza problemi o particolari preoccupazioni, e spesso senza grosse necessità, non avevo mai sperimentato qualcosa di simile? Mi avvicinai a lui, e passai un braccio al di sotto delle sue gambe, mentre l’altro lo posi dietro la sua schiena, e senza il minimo sforzo lo alzai da terra, prendendolo in braccio. “Non voglio farti del male.” - sorrisi - “ti ho trovato per una via in uno stato da far pietà, pieno di lividi ed escoriazioni varie. Cosa diamine ti è successo?”. “Va tutto bene ora”, minimizzò. “Ho conosciuto la felicità. Come ogni altra cosa, mi è stata rubata. Avevo una famiglia, solo per vederla svanire nel tempo” - disse. Sentiva la lingua impastata, le labbra e la bocca ruvide e la schiena gli doleva come se avesse avuto le vertebre rotte; la testa gli scoppiava come se da dentro qualcosa spingesse verso l’esterno. Lo rimisi per terra. Ed egli piantò le mani sull’asfalto cercando di rimettersi in piedi, ma era troppo debole, troppo disorientato per riuscire a restare in equilibrio e, all’improvviso, mi avvidi che quello che gli arrecava una sorta di fastidio, di impaccio sulla schiena, e lo aveva riparato fino a quell’istante, non era affatto una giacca di cuoio sdrucita e rappezzata mille volte. «Stai calmo» - cercai di tranquillizzarlo come si fa di solito con un bambino, ma lui avvertì il suono della mia voce solo in parte, perché era troppo distratto dalle sue ali - due enormi ali piumate candide come il candido colore della neve - che si dispiegarono sulla sua schiena oltre il bordo delle spalle, svettando ai lati del corpo da dietro le scapole. “Non è la prima volta che vedo il tuo corpo devastato dalle ferite”. “Non sono ferito”. Prontamente negò di aver subito qualsiasi genere di trauma e con un filo di voce, una voce esile, sommessa ed incerta disse: “Si tratta di piccole lesioni di lieve entità e di semplice risoluzione a cui ci ho fatto il callo”. “Chi te le provoca?”. Lui sorrise con amarezza come se avesse perso la voglia di essere felice: “Esseri sgraditi a Dio. Non mi lascio perder d’animo… finirà presto”. “Come puoi esserne certo?”. Lui si limitò a dire facendo spallucce: “Si tratta di una lunga storia e neanche troppo interessante. Del resto prova a pensarci… Ci sono ferite che si possono apprezzare ad occhio nudo: sono quelle del corpo. Si vedono, si curano, e in poco tempo si sanano. Ma ci sono anche altre ferite, nascoste, ma altrettanto dolorose, che non si percepiscono allo sguardo, perché sono dentro, nell’anima: sono le ferite del CUORE che si formano quando ci sentiamo messi da parte, ripudiati, ingannati, e quando ci sembra di subire mortificazioni e prepotenze da parte di chi più amiamo. Guarda i miei occhi. Ardono come il fuoco dell’inferno. Perché? Perché sono stanchi. Non riposano, non voglio che riposino. La mia gola è arsa dalla costante preghiera, le mie mani si sformano nel seguire Dio in umiliazione ed il mio corpo è tutto dolorante. Si, voglio soffrire perché questa è l’unica strada per la salvezza. Ma nulla sono queste sofferenze se paragonate a quello che provo nel profondo dell’anima non potendo mettere in salvo mia moglie Chiara e mia figlia Biancalaura. Vorrei non essere un Angelo Custode in momenti come questo… il senso di impotenza e frustrazione mi divora”. Non aveva ancora finito di pronunciare queste parole che venne colto da un malore improvviso e svenne. “Avanti bello, non lasciarmi proprio adesso!”, diss’io mentre mi caricai il suo corpo in spalla, dovevo sbrigarmi, non solo per evitare che ci vedessero, ma anche per lui stesso… le ferite che aveva riportato erano invalidanti. Facendo attenzione a non fargli male lo portai così lungo il vialetto e su per le scale del mio appartamento, quindi lo adagiai sul letto. Non ci potevo credere… un Angelo Custode in carne ed ossa era lì… privo di conoscenza, inerme. Dormì senza interruzioni per un’ora e mezza, tanto profondamente da sembrare qualcosa di inanimato, come appunto il ciocco che se ne sta inerte vicino al camino. Ed io ebbi modo, osservandolo, di riflettere su quanto ognuno di noi influisca sugli altri, spesso molto più di quanto si possa pensare. Ed arrivai alla conclusione che Dio è padre di tutti gli uomini, anche di quelli che non credono o non hanno la fortuna mia di vedere. Anzi, si preoccupa più di questi che non dei credenti, come ci ha insegnato Gesù stesso con la parabola della pecorella smarrita. Il “Buon Pastore” (che è Dio) lascia le novantanove pecorelle nell’ovile e va in cerca di quella che si è persa. Ecco il motivo per cui il Signore ha assegnato l’Angelo Custode a tutti gli esseri umani chiedendo semmai più impegno agli Angeli Custodi di chi non crede, proprio perché desidera che essi salvino le pecorelle smarrite. Come dice il “Catechismo della Chiesa Cattolica”, l’esistenza degli Angeli è una verità di fede, cari signori miei. Non è un dogma proclamato dalla Chiesa, ma una verità che risale alla Rivelazione biblica. Il Catechismo della Chiesa Cattolica al paragrafo 328 è esplicito: “L’esistenza degli esseri che la Sacra Scrittura chiama abitualmente Angeli, è una verità di fede. La testimonianza della Scrittura è tanto chiara quanto l’unanimità della Tradizione”. La professione di fede del Concilio Lateranense IV afferma che Dio “fin dal principio del tempo, creò dal nulla l’uno e l’altro ordine di creature, cioè gli Angeli e il mondo terrestre; e poi l’uomo, quasi partecipe dell’uno e dell’altro, composto di anima e di corpo”.

Nel frattempo l’Angelo riprese coscienza come ci si desta da un brutto sogno senza capire quale fosse il confine tra la realtà e l’incubo. Rimase a fissare il pavimento silenzioso senza aver nemmeno il coraggio di guardarmi negli occhi, sapendo di aver perso per sempre gli amori della sua vita, sua moglie e sua figlia. Aveva da tempo accettato il proprio destino, ma adesso, per la prima volta da secoli, riusciva ad immaginare qualcosa di diverso. Provò a muovere le mani, poi le cosce, scosse leggermente i piedi ed infine stirò per bene le sue ali candide in tutta la loro lunghezza ed una luce dorata inondò la stanza. Dove vi erano state le ferite, non si vedeva più niente, il sangue che le aveva ricoperte fino a poco prima era scomparso, neppure l’ombra di una cicatrice. Lo aiutai ad alzarsi, mi offrii di accompagnarlo dove desiderava. Lui ringraziò, ma ricusò l’aiuto. E mi disse…: “Per quanto io speri, desideri, mi sento come se non avessi il diritto di essere amato per quello che sono. Piango perché non sono riuscito a tenermi stretto quello che più amavo ed amo… la mia famiglia. Ma se solo potessi parlarle, se solo potessi, le direi: prendi la tua vita, amore mio, stravolgila, crea ciò che hai sempre sognato, vienimi a prendere, non aver paura! Non c’è nulla che non potrei fare accanto a te! Sei qui, ti sento! Sei la pausa tra i miei battiti, sei lo spazio tra le mie cellule, sei il mio silenzio. Lo so come ti senti Chiara. Ti senti svuotata, saccheggiata nell’anima per l’ennesima volta. L’ennesimo fallimento, l’ennesimo abbandono. Dentro senti il male che ti corrode come un acido. Hai un demone dentro che distrugge tutto ciò che ha attorno, fagocita qualsiasi cosa che brilli. E io non so come fermarlo. Ti odi così tanto che allontani qualsiasi forma d’amore. Ti odi! Ti odi! Ti odi! È come se avessi un cancro in mezzo al cuore, un nucleo nero che intacca tutto il resto.. e non esiste chirurgo che possa operarti. Questa volta sei crollata a terra e non riesci più ad alzarti. Hai avuto coraggio di scegliere di essere felice, hai fatto una scelta e sapevi a cosa andavi incontro. Non ti aspettavi niente, eppure sei profondamente delusa. Ti sento più sola che mai, usata, incompresa. Hai visto per un attimo la serenità, la tranquillità, la felicità e ti è stata subito tolta. E ora sei qui che ti distruggi”.

Detto questo, nel silenzio, con grande sforzo si rimise in piedi, poggiando al suolo un ginocchio, ansimante. Prese ad annaspare con i lacci inveendo ogni qual volta un nodo gli opponeva resistenza… incapace di pronunciare un’altra parola, sentendosi come un emerito imbecille non appena disarcionato da un cavallo a dondolo. Ricordandosi di avermi scorto al parco con una chitarra in mano mi domandò se gli potessi suonare qualcosa. Fui sorpreso della richiesta, ma al contempo onorato. Presi la chitarra per il manico e mi misi seduto su di uno sgabello. L’Angelo mi osservò curioso e, incrociando le braccia al petto, aspettò che facessi qualcosa, ma io mi limitai a tenere solo le dita sui tasti e ad osservare le corde. “Ok... sarà per un’altra volta”, disse comprendendo il mio imbarazzo… poi proseguì la sua affannosa avanzata verso le scale che conducevano al pianerottolo e si trattenne a lungo davanti alla porta d’ingresso. Le emozioni di sua moglie Chiara avevano cessato il loro effetto benefico. Si sforzò di concludere in fretta. Con la sua vista particolarmente acuta scrutò le tenebre alla disperata ricerca di un indizio, qualcosa di familiare. Doveva pensare, capire dove fosse e da che parte dirigersi. Cercò di sedare l’irrequietezza del cuore con respiri profondi e regolari. Rabbrividì e le sue ali fremettero. Poi il suo corpo si trasformò in un mucchio di cenere argentea e l’Angelo scomparve così come era arrivato, giusto un attimo prima che un condomino notasse una figura alata eretta sul corrimano del palazzo. Io rimasi un tempo lunghissimo - o almeno così mi parve - come paralizzato, schiacciato ... cercando di pensare razionalmente e mi venne in mente un pensiero che feci mio e che lessi tempo addietro in un libro di M. Del Fante e G. Passerini dal titolo “Oltre il Mistero” dove si dice che “Può accadere che di fronte ad un impatto con verità scomode, subentri nel nostro io un blocco ed una stasi: infatti, quando noi ci troviamo di fronte ad una verità sconcertante, il nostro primo gesto è quella di rifiutarla. In molti casi si arriva ad auto-condizionare la memoria fino a perderla per quella frazione di tempo che potrebbe provocare uno shock: quindi rifiuto temporaneo della realtà. Perciò, in quell’intervallo di rifiuto, noi seguitiamo a vivere quel determinato momento che viviamo, ma avendo cura di escludere quel supporto di conoscenza che ci avrebbe provocato quel turbamento; e così evitiamo di soffrire”. Da parte mia non mi rimane che dire che mi vergogno di chiunque abbia occhi e faccia finta di non vedere la verità… una verità quella di Andrea scomoda per alcuni, ma non per questo meno vera.

E tu... Chiara, giovane ed incosciente pezzo di diamante, incastonato a perfezione tra le pareti del suo cuore... gridi senza mai perdere la voce e quell’addio risuona come un tuono, si percuote, scorre nelle vene del tuo povero Angelo Custode... così dissonante e crudele che lo costringe a doverti ancora amare! Incatenato come un peccatore all’amaro e pungente ricordo del tuo sapore... quel veleno non l’ha fatto morire, ma era così pieno di eternità da farlo vivere... amandoti... per sempre!!

ALBERTO DE PRA
Capo Ufficio Stampa

  • 08 August 2017
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Andrea Brusa

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