COMUNICATI STAMPA

andrea brusa,PUBBLICATO IL 11/07/2017 su GRANDANGOLARE... settimanale U.S.A. con oltre 10 milioni di lettori: http://www.grandangolare.com/ - La vera forza matura dalla fragilità

PUBBLICATO IL 11/07/2017 su GRANDANGOLARE... settimanale U.S.A. con oltre 10 milioni di lettori: http://www.grandangolare.com/ - La vera forza matura dalla fragilità

PUBBLICATO OGGI 11/07/2017 su GRANDANGOLARE... settimanale CANADESE rivolto alla comunità italiana all’estero ed in Italia con oltre 10 milioni di lettori alla settimana.
http://www.grandangolare.com/

La vera forza matura dalla fragilità

“L’arte da imparare in questa vita non è quella di essere invincibili, ma quella di saper essere come si è, invincibilmente fragili. Riuscireste voi a trasformare in canto il dolore della vita, i vostri fallimenti, la vostra inadeguatezza? A nutrirvi del vostro destino, più o meno fortunato che sia, per farne un capolavoro immortale?”
(cit. da "L’arte di essere fragili - Come Leopardi può salvarti la vita" di Alessandro D’Avenia)

Erano passati quasi trenta minuti dalla mezzanotte ed insonne mi aggiravo per FACEBOOK. Niente di interessante. Decisi di andarmene a letto: lanciai un’ultimissima occhiata allo schermo del PC, spensi il portatile, chiusi tutte le imposte, ma non le finestre. Mi sdraiai nel letto, restai per quasi mezz’ora immobile, con le mani intrecciate dietro la nuca, a contemplare il buio più totale. Tutto tacque, in cielo e sulla terra. Stavo quasi per prender sonno, quando alle mie orecchie giunse un richiamo inaspettato ed inquietante. Non si trattava di una voce, o di parole suadenti ed armoniose, ma di un richiamo mentale. Era talmente forte che mi attirava a sé come una calamita alla polvere del ferro. Sentii gocce di sudore imperlarmi la fronte e scendere gelide in un rivolo fin sul collo mentre tentavo di resistere a quel richiamo, come un risucchio sempre più potente che mi assorbiva, mi tirava, mi faceva una paura immensa, sempre più potente, tanto che pareva tirarmi a sé con corde e catene. Senza neanche rendermene conto scostai le lenzuola bianche ricamate e scesi dal letto. Ero presente, ma era come se il mio corpo non mi rispondesse. Dall’altra parte della stanza mia moglie dormiva e non si accorse di nulla. Avrei voluto svegliarla, chiederle aiuto per oppormi alla forza che mi trascinava con sé, ma la mia bocca non mi obbediva più, così come il resto del mio corpo. Mi infilai per il corridoio e scesi dabbasso le scale a quattro a quattro. Nessuno si accorse di nulla. Spinsi la porta di casa, mi ritrovai fuori dal palazzo. Il cuore sembrava impazzito, mi pulsava nel petto fino a scoppiare come un martello sull’incudine. Era buio, la strada era deserta. Non c’era l’ombra di un’auto. L’acciottolato irregolare della pavimentazione stradale era gelido al contatto con i piedi. Fu solo allora che mi accorsi di essere scalzo. Svoltai l’angolo ritrovandomi nel vicolo adiacente alla mia abitazione. Davanti a me scorsi una sagoma vestita di scuro con un cappuccio, uno di quelli che coprono completamente la faccia, fermo in mezzo al vicolo. Ebbi l’impressione che fosse un uomo. Avvertii un brivido corrermi lungo la schiena. “Chi-sei?” - sibilai, stringendomi le braccia al petto. “Hai paura?” domandò, quasi offeso. “Dammi un valido motivo per cui non dovrei averne” - lo stuzzicai provocatoriamente. “Sono io… sciocco!! Sono Andrea... e se vuoi sapere le risposte alle tue domande vieni con me” – e sorridendo mi tranquillizzò. Misi da parte ogni mio buon senso e non ascoltai nessuna delle mie vocine interiori, amavo ed amo troppo l’avventura perché potessi lasciarmi sfuggire una situazione del genere. Chiusi gli occhi e dopo un paio di secondi mi ritrovai non so come in un posto sconosciuto e completamente diverso dal mondo a me noto. Credo si trattasse di un edificio la cui architettura sembrava riecheggiare quella di una vecchia cattedrale gotica. Andrea si calò il cappuccio, si tolse il mantello, ed assunse le sembianze sue di Angelo Custode consumato dall’amore per la sua amata moglie Chiara… le sue ali meravigliosamente pure e screziate d’oro. Quindi cominciò a parlare. “Non avrei permesso a niente e nessuno di ostacolare il nostro amore… sono stato un UOMO anch’io… sai Alberto… ma oggi non lo sono più… ho rinunciato al mio passato per vivere una nuova esistenza… per conoscere un futuro che mi è stato negato all’ora… per apprendere il significato della parola amore… per incontrare mia moglie Chiara… ho atteso secoli e secoli… solo per camminare sulla sua stessa strada… adesso non intendo tornare indietro… non posso far a meno di difenderla e proteggerla sempre… ai miei occhi lei è la perfezione assoluta, non sbaglia mai ed io sono sempre pronto a perdonarle qualunque cosa. Ma non posso fare nulla… mi sento impotente” - pronunciò secco, guardando verso il basso per la vergogna di averle promesso la vita senza far nulla per salvarla. Una singola lacrima gli bagnò la guancia, mentre lui tentava in tutti i modi di sorridere – “Non voglio vedere più soffrire nessuno davanti a me. Non voglio lasciare solo nessuno tanto meno la mia protetta, mia moglie… né sicuramente nostra figlia Biancalaura”. Il suo corpo iniziò dunque ad emanare una bella luce dorata. Mi scrutava con sguardo vacuo e meditabondo, come se stesse frugando nei sui pensieri, senza vedermi realmente. La speranza di cui tanto se ne celebrano gli elogi gli stava scivolando addosso, come un serpente viscido che aspetta che si abbassi la guardia per colpire. “Ed ora conosci la natura delle mie piaghe – disse. Se il dolore si elevasse di un poco soltanto, potrei perdere coscienza, poiché c’è un dolore che non è compatibile con la vita e si fa soltanto morte. Un dolore tremendo”.
Friedrich Nietzsche, che non era stato certo molto indulgente ai sentimenti di compassione e di misericordia, scriveva: “La scuola del dolore, del grande dolore! Non sapete che questa scuola soltanto ha permesso all’uomo di acquistare certe attitudini: quella tensione dell’anima nella sventura che viene dalla propria forza… l’ingegno, la bravura, che si dimostrano nel sopportare, nel perseverare, nell’interpretare, nello sfruttare la sventura. Tutto ciò che l’anima ha acquistato in profondità, segretezza, spirito, grandezza, non l’ha forse acquistato sotto la sferza del dolore, alla scuola del grande dolore?” Nell’ambito della fede la sofferenza acquista un valore inesprimibile, quello della redenzione. Giovanni Paolo II scrive: “La scoperta del senso salvifico della sofferenza in unione con Cristo trasforma questa sensazione deprimente. La fede nella partecipazione alle sofferenze di Cristo porta in sé la certezza interiore che l’uomo sofferente completa quello che manca ai patimenti di Cristo; che nella dimensione spirituale dell’opera della redenzione serve, come Cristo, alla salvezza dei suoi fratelli e sorelle. Non solo quindi è utile agli altri, ma per di più adempie un servizio insostituibile” (Salvifici doloris, 27).
Qui s’inserisce il concetto di sofferenza, distinto dal dolore che è il segnale della presenza di una patologia che va curata e, possibilmente, eliminata; la sofferenza – quella stessa dell’Angelo Custode di sua moglie Chiara – più che mai attinge invece al cuore della creatura come essere pieno di fragilità e non per questo un debole. La sofferenza diventa allora per LUI la chiave di comprensione del senso della vita, del suo destino e, per conseguenza, della sua origine e della sua relazione fondativa con l’Altro, che è Dio. Poi sul suo viso si disegnò uno di quei sorrisi per cui avrei pagato, sapendo di non poterli ammirare neanche in un sogno. “Non preoccuparti, non è successo nulla” – rispose lui. “Guarda! Non voglio essere un angelo malinconico”. A quelle parole, si dissolse, e si ricompose in un angelo diverso: ora portava un’ampia tunica dorata, che terminava in pizzi e merletti bianchi ed azzurri, i suoi capelli erano legati dietro alle sue ali. “Questa, in realtà, è la mia forma effettiva. “Ehi… no… fermati… non voglio che tu sprechi energia solo per compiacere un mio desiderio!” sbottai. “E tu…” disse l’angelo e quando io stavo per replicare mi zittì con un gesto della mano: “…ascolta me, ora: è meno difficile di quel che pensavo e nemmeno troppo faticoso. In realtà, queste non sono le mie vere ali ma, diciamo, una loro versione assai verosimile proporzionata al mio attuale aspetto, perché altrimenti…” - e la sua voce si spense gradualmente su quell’ultima, banalissima frase incompiuta. Sembrava che il mondo si fosse fermato e Lui fosse rimasto solo, si sentiva svuotato, e quel vuoto si poteva vedere nei suoi occhi, quegli occhi così verdi che ormai non brillavano più.
Alcuni minuti dopo disse: “Lo sai che l’amo da morire. L’amo come non ho mai amato nessuno. L’amavo anche prima di conoscerla e, se la conoscessi adesso, m’innamorerei ancora di lei. Sempre è stato, e sempre sarà. Ho la certezza che darei la mia vita per LEI! Che farei di tutto pur di non vederla star male o soffrire per qualcosa e farei di tutto pur di vederla sempre col sorriso sulle labbra!”. Così s’interruppe, si volse ed iniziò ad indietreggiare, ed io a lui: “Dove vai? Non andare via, io credo che tu sia il mio unico amico”. L’Angelo Custode si fermò di colpo sorpreso di sentire accostare alla sua persona la parola amico, mai nessuno lo aveva definito così. “Prometto che tornerò, tranquillo” – e scomparve.
“Ma come è possibile che sia accaduto realmente?” – mi domanderete. Lo so, non ve ne capacitate e ammetto che non sia facile crederci. Ve lo ripeto… non è stato un sogno o frutto della mia fantasia. È la prima volta in qualità di giornalista che mi capita, e vi confesso che io per primo sono un tipo molto incredulo. Per lo meno lo ero fino a qualche mese fa… prima che Andrea si rivelasse a me. Non sono un narratore, non sono uno sceneggiatore né un autore di libri… ma solo un cronista. E voi direte: “Ma hai detto cose incredibili! Come sapere se sono vere!? E se altro non fossero che le farneticazioni di un pazzo?”. Beh... Pirandello diceva: “Abbiamo tutti dentro un mondo di cose: ciascuno un suo mondo di cose! E come possiamo intenderci, signore, se nelle parole ch’io dico metto il senso e il valore delle cose come sono dentro di me; mentre chi le ascolta, inevitabilmente le assume col senso e col valore che hanno per sé, del mondo com’egli l’ha dentro? Crediamo di intenderci; non ci intendiamo mai!”. Del resto la realtà è quella cosa che, anche se si smette di credervi, non scompare ne muta… ed io non posso che riconoscere che quanto da me narrato, come sempre, non sia meno reale di quanto non lo siate voi stessi. È UNA STORIA VERA… che vi piaccia oppure no. Per credere, sia oggi come in passato, non è necessario vedere come me che ne ho la fortuna. Lo scrittore Juan J. BARTOLOME - autore della Lectio Divina - scrisse: “C’è un modo di credere, quindi, il più sicuro, il più collaudato, basato non su quanto può essere visto, ma su ciò che si sta sperimentando; che non nasce da quanto uno si aspetta, ma da quanto uno ha; che non ha bisogno di toccare per credere. È la fede di chi è certo che Cristo vive perché non può, né vuole, dubitare dell’amore che ha per Lui; è la fede che non ha bisogno di prove dell’esistenza dell’amante, perché vive provando il suo amore. È la fede del primo credente, che vedendo una tomba vuota non pensò a sparizioni di cadaveri, ma alla vita nuova della persona amata. Abbiamo bisogno di questa fede, che nasce dal saperci amati, per convincere il mondo che non si tratta di una tomba vuota di Dio. Abbiamo bisogno di credenti che si sappiano amati da chi ancora non vedono, ma che già sentono. L’evangelista nota - è rivelatore - che nemmeno la stessa Scrittura li ha aiutati in quei momenti a credere nella risurrezione, anche se in essa era già predetta. Non sono gli occhi della ragione quelli che scoprono se siamo amati, ma gli occhi del cuore. Chi si sa amato, sa che chi lo ama è vivo. Tutto il resto, le tombe e i sudari, le sacre scritture e la testimonianza apostolica, ha senso se si aggiunge all’esperienza dell’amore: dicano ciò che vogliono gli occhi e la mente, il mondo e le nostre esperienze, se il nostro cuore si sente amato, non potrà negare vita e esistenza al suo amore. E se in questo consiste la fede, nel credersi amati, perché ci risulta così difficile credere a Dio che ci ama oltre ogni misura, credere in Cristo che ci ha amati fino alla morte?”. E se sentirsi amati da Dio o da uno dei suoi ANGELI è credergli, perché continuare ad essere uomini di poca fede?

ALBERTO DE PRA
Capo Ufficio Stampa

  • 11 July 2017
  • 14

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Andrea Brusa

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