COMUNICATI STAMPA

andrea brusa,PUBBLICATO IL 04/07/2017 su GRANDANGOLARE... settimanale U.S.A. con oltre 10 milioni di lettori: http://www.grandangolare.com/ - LA LOTTA ALLA MALVAGITA’ INIZIA IN FAMIGLIA

PUBBLICATO IL 04/07/2017 su GRANDANGOLARE... settimanale U.S.A. con oltre 10 milioni di lettori: http://www.grandangolare.com/ - LA LOTTA ALLA MALVAGITA’ INIZIA IN FAMIGLIA

PUBBLICATO OGGI 04/07/2017 su GRANDANGOLARE... settimanale CANADESE rivolto alla comunità italiana all’estero ed in Italia con oltre 10 milioni di lettori alla settimana.
http://www.grandangolare.com/

La lotta alla malvagità inizia in famiglia

È provvidenziale che nella famiglia ci sia un riferimento costante a quel Dio che della famiglia è il principio sorgivo con il dono di un amore il quale, come disse l’apostolo Paolo, è “il vincolo della perfezione”. Chi crede in Dio sa con certezza che ogni ostacolo può essere superato, ogni Erode può essere vinto.

La città era deserta, le saracinesche dei negozi tutte abbassate come quelle dei bar, nessuno s’aggirava per i vicoli bui, dove le fogne traboccavano ed i ratti, qua e là, squittivano fuggendo al mio passaggio. La mia salute cagionevole era accompagnata da un cattivo umore. Venivo spesso sopraffatto da un profondo senso di melanconia che mi spingeva a chiedermi se valesse la pena di vivere una vita del genere. Avevo bisogno di respirare all’aperto, dovevo evadere dall’isolamento che mi ero imposto. Mi sentivo come un subacqueo in apnea prolungata che doveva necessariamente divorare ossigeno per non scoppiare rinchiuso com’ero in una prigione di anidride carbonica dalle pareti violacee da quasi una settimana oramai. I miei polmoni ne risentivano, di conseguenza decisi di recarmi verso la montagna, unico luogo da cui ero sicuro avrei tratto beneficio, grazie all’aria pura impregnata di odori vegetali che ricadevano sulla natura come un manto invisibile. Ma non era solo il bisogno di respirare e sentirmi vivo, almeno per un istante, a spingermi verso quel luogo deserto di frontiera tra terra e cielo, tra l’immanenza troppo reale e l’irrealtà della trascendenza… no… era qualcos’altro. Non sapevo come, né perché, ma sentivo che in quel luogo avrei potuto essere felice, come se qualcuno, o qualcosa, mi chiamasse. La giornata non era delle migliori da un punto di vista meteorologico. Arrivai alle tre del mattino ai piedi della montagna. Tutto era buio, la sagoma scura del monte mi guardava severa. Una volta sulla cima del crinale, mi girai per ammirare il panorama avvolto dalle nubi e in uno sprazzo di sereno notai che lassù c’era già un’altra persona. Un boato catturò la mia attenzione, mi guardai alle spalle e quando rivolsi nuovamente il mio sguardo alla cima, per riprendere il cammino, l’uomo sembro non esserci più. Rimasi di sasso, constatando che non c’era nessuno. Avevo cercato l’emozione della scoperta e l’avevo trovata in una giornata che da anonima quale era mi si trasformò in una piccola grande emozione piena di misteri ed imprevisti. Non era possibile che fosse sceso dall’altro versante quasi a strapiombo. Decisi di aumentare il passo per raggiungere la vetta il più in fretta che potevo per verificare da lì se riuscissi a vederlo ancora. Ma quando l’ebbi raggiunta non scorsi nessuno neanche nelle radure circostanti. Chiusi gli occhi… Due occhi verdi brillarono nell’oscurità. “Andrea!” esclamai sorpreso notando l’Angelo che mi osservava. “Che ci fai qui?” - mormorai perplesso e anche un po’ agitato dallo spavento che mi aveva fatto prendere, mentre lui lì, sembrava che mi attendesse. “Come vedi sono di nuovo qui” - sussurrò ammiccandomi. Lo osservai. Una sola, triste, solitaria lacrima spinse per uscirmi dall’occhio. Lottai con tutte le mie forze per non farla scendere. Se avessi ceduto, sapevo bene che non avrei potuto più smettere. Ma alla fine vinse lei. Ed un solco umido mi si disegnò sulla guancia. Con uno scatto della mano la asciugai. I suoi capelli dorati gli accarezzavano il viso, sospinti dalla brezza d’alta montagna, mentre i suoi dolci occhi osservavano con nostalgia qualcosa che andava ben oltre la grande distesa di rocce. Poteva sembrare un fanciullo come tutti gli altri. Dalle scapole, però, fiere e bellissime, un paio di ali bianche fecero la loro comparsa. Le piume candide cadevano leggiadre sul terreno, rendendolo pian piano di un biancore etereo, come se la presenza di quell’essere rendesse quel luogo simile al paradiso. Lui alzò il volto al cielo, in quel momento tinto di colori caldi. Allungò una mano verso la luna, come a voler catturare un suo raggio tra le dita. Poi la ritrasse subito e sorrise con amarezza. “Se il mio compito è questo...” - mormorò, rivolto alle nuvole. Quasi come risposta, una ventata fresca e dolce gli accarezzò il viso. Lui sorrise ancora, stavolta sereno - “Non vi deluderò”.
Poi si rivolse a me e disse: “Hai mai sentito il famoso sermone tenuto in una chiesa Battista nel novembre del 1957 da Martin Luther King? Sai… è un qualcosa che andrebbe inciso a lettere cubitali nelle anime di tutti gli uomini…” ed andando a memoria proseguì: «La persona che ti odia di più, ha qualcosa di buono dentro di sé; e anche la nazione che più odia, ha qualcosa di buono in sé; anche la razza che più odia, ha qualcosa di buono in sé. E quando arrivi al punto di guardare il volto di ciascun essere umano e vedi molto dentro di lui, quello che la religione chiama “immagine di Dio”, cominci ad amarlo nonostante tutto. Non importa quello che fa, tu vedi lì l’immagine di Dio. C’è un elemento di bontà di cui non ti potrai mai sbarazzare. Un altro modo in cui ami il tuo nemico è questo: quando si presenta l’opportunità di sconfiggere il tuo nemico, quello è il momento nel quale devi decidere di non farlo. Quando ti elevi al livello dell’amore, della sua grande bellezza e potere, l’unica cosa che cerchi di sconfiggere sono i sistemi maligni. Le persone che sono intrappolate da quel sistema le ami, però cerchi di sconfiggere quel sistema. Odio per odio intensifica solo l’esistenza dell’odio e del male nell’universo». Dentro di me ascoltando quelle parole compresi il perché non si volle mai difendere. Ricordo di aver letto in uno degli scritti di Andrea una frase presa in prestito dal grande William Shakespeare: “Che mi uccida pure se vuole, non mi difenderò... io sono un asino al suo cospetto e sono il suo valletto, che mi batta, mi caccia e faccia cencio di me... a lei tutto è concesso.... non le farò del male... sarò il suo scudo... Ho giurato a lei fedeltà eterna, a lei darò eterno amore”. E mentre riflettevo tra me e me ecco provenire, dalla viva voce dell’Angelo Custode, una preghiera: “Signore Dio mio, abbi compassione della tua immagine e salva il tuo servo da ogni danno o minaccia proveniente dal maligno, e proteggimi ponendomi al di sopra di ogni male; per l’intercessione della più che benedetta, gloriosa Signora tu madre e sempre Vergine Maria, dei risplendenti Arcangeli e di tutti i tuoi santi”.
Stavo meditando su ciò che mi aveva raccontato quando mi chiamò a sé. “Se vuoi ti insegno a volare”, mi disse, prendendo la mia mano nelle sue, grandi ed arrossate… quelle di un Angelo Custode saggio e buono – “Ed il primo che si permette di dirci che non sia possibile volare, intendo portarlo qui da noi, a vedere con i suoi occhi quanto in alto sapremo librarci nel cielo”. Io non feci altro che annuire, e posai la mia mano nella sua. Mi portò al centro del prato. Mi disse: “Rivolgi il tuo sguardo in alto, alle nuvole. E quando senti di poter volare, di essere abbastanza parte del cielo, immagina di alzarti da terra e comincia a girare su te stesso più forte e veloce che puoi”. Lo guardai ed aggrottai le sopracciglia, come a dire: “Sicuro che si faccia così?” – e scrutandolo con scetticismo domandai: “Possibile che sia così facile?”. “Fidati” sussurrò. Io non riuscii a ribattere perché il suo volto era serio e, in fondo al cuore, sapevo che non stava scherzando. Così mi misi io per primo a guardare la volta celeste e con essa le stelle. Dopo qualche istante, sentii la sua mano stringere più forte la mia: le sue ali, che una volta ripiegate su se stesse scomparivano alla vista, si spiegarono ed in un istante fummo entrambi pronti a volteggiare. Ci librammo nell’aria in poco meno di un secondo, in alto, fino a quasi toccare una nuvola lontana, e vidi lui al mio fianco, senza più nessuna lacrima negli occhi, anzi, ora vi era solo un barlume di speranza. “Ma com’è possibile che tu possa fare tanto e nel contempo NULLA per poter salvare la tua protetta?” gli domandai una volta di nuovo a terra. Lui alzò il capo, fulminandomi con l’oceano dei suoi occhi. In essi potevo leggere la tempesta che li scuoteva…. quelli erano gli occhi di un angelo… erano vivi. Capii che era indeciso se rispondermi o meno. Mi scrutò attentamente dentro, e mi parve che volesse rimescolarmi l’anima in cerca di qualcosa, tanto era intenso quello sguardo. Poi vide qualcosa in me. Lo vide, vide ciò che mi tormentava, ne fui certo… e disse: “Sono stato rinnegato… ho perso ogni mia facoltà nei suoi riguardi”… e proseguì: “Faccio quello posso. Sai… del resto hai mai pensato a quanto volte noi tutti pensiamo e ci preoccupiamo di dover fare delle cose eccezionali, o chissà quali sacrifici e penitenze, per essere graditi al nostro prossimo ed a Dio, ma ci dimentichiamo della cosa più importante capace davvero di donare gioia a chi vogliamo… davvero bene ed al Signore: il nostro essere, la nostra stessa vita. Così anche come genitori pensiamo di dover riempire i nostri figli di beni e di cose materiali, assecondandone i desideri per conquistare il loro favore, il loro affetto; come mariti pensiamo di dover riempire la nostra compagna di regali per dimostrare il nostro amore… e tanto più è prezioso il dono tanto più grande pare sia il sentimento che proviamo. Ma ciò che più vale per dare gioia è la presenza, il dono di se stessi, della propria vita, così come siamo e così come essa è. È questo ciò che ha fatto Gesù offrendosi sulla croce al Padre e donando il suo corpo a noi: Questo è il mio corpo che è dato per voi; fate questo in memoria di me. Chiediti allora quante volte ci preoccupiamo e ci affanniamo per presentarci al Signore con le mani piene di belle azioni, di grandi somme date in beneficenza, di lunghe preghiere e digiuni, ma incapaci di mettere lì davanti a Lui, nelle sue mani, la nostra vita reale, fatta di fragilità, insuccessi… come quelli in cui mi scontro quotidianamente io… di preoccupazioni, sofferenze fisiche o spirituali, scoraggiamenti, delusioni, tradimenti. Quello che sto cercando di fare e conoscere realmente ciò che è gradito a Dio e di realizzarlo nella mia esistenza quotidiana, questa sarà l’offerta più bella e preziosa che Egli possa desiderare da me. Certo, vorrei fare di più… non lo nego… ma non posso far altro che rimettere la mia vita e quella della mia famiglia nelle mani del PADRE… e dare tutto me stesso… quello che ho e quello che sono… la mia vita e la mia morte alla mia famiglia… a mia moglie CHIARA e mia figlia Biancalaura. Non ti fare ingannare dalle apparenze… sono solo un povero Angelo Custode, ed anche io devo sottostare alle regole del Cielo. Secondo Papa Francesco l’antidoto al MALE, soprattutto in famiglia, resta la fede e la consapevolezza che «la vita sia una milizia. La vita cristiana è una lotta, una lotta bellissima, perché quando il Signore vince in ogni passo della nostra vita, ci dà una gioia, una felicità grande. Insomma, si deve combattere: non è un semplice scontro, è un combattimento continuo». Ed io sto combattendo. Non dico di essere un esempio da seguire né tanto meno ci tengo a diventarlo… cerco solo di essere sincero con te”. Poi improvvisamente dopo un attimo di silenzio sentii un singulto. “Che succede?” - chiesi terrorizzato. Lui si alzò da terra e mi si mise davanti.

Poi mi si gettò tra le braccia e scoppiò a piangere singhiozzando sonoramente. “Alberto… mi dispiace tanto, tantissimo” - disse con la voce rotta dal pianto. “Che succede? Cosa ti dispiace? Cosa è successo?” - chiesi, allontanandolo da me e lo guardai in volto… era molto rosso. “Io come vedi so bene quale sia la differenza tra il bene ed il male e quale siano i miei limiti… e so che sarà il Signore a decidere le nostre sorti… ma non posso non amarla… e nel mio DNA ed ho paura… paura di non riuscire a salvarla! Ma non mi arrenderò… MAI… per quanto io debba abituarmi ai limiti impostami da questa forma terrena». Gli accarezzai la testa, per quanto riuscissi ad arrivarci, e gli scostai una ciocca di capelli. “Sei un Angelo Custode…” – dissi e gli sfiorai la schiena, soffermandomi sulle cicatrici che gli frastagliavano la pelle, i segni che aveva volutamente ignorato perché troppo dolorosi da sopportare.
E lui: “Sai una volta il bene ed il male non esistevano. Esisteva solo il bene. È stato l’uomo con il suo libero arbitrio a generare il male sulla terra. Ed esso può vincere solo se l’uomo è con il male… mentre il bene può vincere sul male solo se l’uomo è con il bene. Ma sappi che il male non può attaccare noi Angeli… Non può attaccare il cielo… il male non può vincere con noi… e lui lo sa… può solo seminare insicurezza nel nostro animo… sta a noi riconoscerlo e scacciarlo… ma ammetto che non sia facile. Tuttavia per quello che riguarda voi esseri umani può capitare che qualcuno scelga di conoscere il male… e rimanere nel male! Quando tutto ciò avviene noi non possiamo fare altro che restare a guardare. Non possiamo intervenire. E sai perché? Dovresti conoscere la risposta, perché un Angelo Custode non può intervenire, ancorché ripudiato come nel mio caso da mia moglie, sul libero arbitrio. Per questo ripongo la mia famiglia nelle mani di DIO. Solo lui potrà salvarci”. Quindi scomparve nello stesso modo in cui era apparso. Se non l’avessi visto e vissuto con i miei occhi non ci crederei. Prego Iddio che faccia conoscere la VERITA’ a sua moglie CHIARA.

ALBERTO DE PRA
Capo Ufficio Stampa

  • 04 July 2017
  • 14

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Andrea Brusa

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