COMUNICATI STAMPA

andrea brusa,PUBBLICATO IL 20/06/2017 su GRANDANGOLARE... settimanale U.S.A. con oltre 10 milioni di lettori: http://www.grandangolare.com/ - FATTI, NON PAROLE

PUBBLICATO IL 20/06/2017 su GRANDANGOLARE... settimanale U.S.A. con oltre 10 milioni di lettori: http://www.grandangolare.com/ - FATTI, NON PAROLE

PUBBLICATO OGGI 20/06/2017 su GRANDANGOLARE... settimanale CANADESE rivolto alla comunità italiana all’estero ed in Italia con oltre 10 milioni di lettori alla settimana.
http://www.grandangolare.com/

Fatti, non parole.

Percepiamo la vita per mezzo del corpo ed è naturale considerarla come qualcosa che gli appartiene. Ma questo è il grande abbaglio. Mentre al cinema siamo consapevoli che mai ciò che accade nel film potrà colpirci realmente e che la vita vera sta oltre quella sala buia, appena usciti, non riusciamo a cogliere che anche quella che sembra essere la realtà, potrebbe stare pure lei dentro un gioco superiore e, ancora una volta, la vita, quella vera, potrebbe essere quella che ci aspetta fuori da questa splendida sala che chiamiamo Terra. Non siamo “il corpo”, ma “il pensiero” che lo regge in vita.

L’altro giorno mettendo a posto un po’ di scatoloni di cui conoscevo l’esistenza, ma assolutamente ignoto mi era il contenuto, ho fatto una scoperta molto interessante… mi è venuta in mano la scatola un po’ sgangherata, ma nell’insieme ancora quasi intatta, al cui interno vi era un vecchio violino MADE IN CHINA, comprato nel 1971 per 18.000 lire e subito dimenticato. E non ho potuto pensare che in fondo anche un violino, come le persone, ha un’anima… in questo caso si tratta di un cilindretto in legno di abete di circa 6 mm, collocato tra la tavola armonica ed il fondo dello strumento. Se non ricordo male è incastrata - e non incollata - in una precisa posizione, in corrispondenza del piede del ponticello sul lato della corda alta. Assolve alla funzione di metter in risonanza tavola e fondo, e regola l’emissione e l’equilibrio del suono. Il punto ottimale dell’anima in un violino si trova in equilibrio tra la distanza che intercorre tra la catena e il foro armonico sinistro e la distanza che intercorre tra l’anima e il foro armonico destro. In questo modo, l’anima assolve alla sua funzione di accoppiatore di vibrazioni tra il piano armonico ed il fondo. In ogni violino si deve trovare il punto ottimale dell’anima, spostandola nelle varie direzioni. Sbagli di un millimetro ed è fatta, è la fine. Ma il violino - la cui voce dell’anima, che accresce il suo richiamo, rendendolo dolcissimo e tuttavia impalpabile, con le sue note più lievi e più alte - è anche definito lo strumento del DIAVOLO tradizione che risale probabilmente al violinista Tartini che compose la famosa sonata "Il trillo del diavolo" affermando di averla scritta appena sveglio turbato da un sogno in cui il diavolo stesso gliela suonava con maestria e di non essere riuscito nemmeno a trascriverla in modo totalmente fedele tanto era irripetibile quanto ascoltato. Successivamente in un clima romantico, Goethe ascoltando Paganini che suonava in un concerto a Vienna disse di aver sentito puzza di zolfo e di esser sicuro che lui fosse il diavolo. Tale fama seguirà Paganini… un genio della musica! Ma era un personaggio particolare e per il suo tempo era un po’ come il Marylin Manson di adesso... entrava in scena nel buio tutto vestito di nero solo con il suo violino ed una candela; in un suo concerto si racconta che gli saltarono, una dopo l’altra, tutte le corde del violino, ma con questo strumento, anche se è molto, molto difficile, si può suonare anche con una sola corda... e così lui fece: grazie al suo straordinario talento e abilità, fini il pezzo con una sola corda e da quel giorno si disse che aveva fatto un patto con il demonio. Tuttavia, la genialità di Paganini non era frutto soltanto dei virtuosismi trascendentali, quasi ai limiti dell’umano, con cui il musicista deliziava gli spettatori dei teatri di tutta Europa. Il lato più profondo e poetico di Paganini, in realtà, era quello di saper trasformare il suono del violino in voce umana: ogni corda possedeva la propria sfumatura di colori e tonalità, ogni diteggiatura era, di volta in volta, in grado di trasformare i suoni acuti in trilli da soprano… e quelli bassi in vellutate voci baritonali. Le esagerazioni e le caricature del periodo romantico sono cosa nota, ma lo sono anche le descrizioni che a Paganini furono riservate da critici e compositori già conosciuti per sobrietà. Franz Schubert, nell’ascoltarlo ebbe una crisi di pianto e disse: “Durante l’adagio ho sentito cantare un angelo”. Ebbene io voglio al mio solito parlare di una persona che è sì un ANGELO CUSTODE, ma ha l’anima di un violino… perché come disse Fabrizio Caramagna “Abbiamo tutti nel petto un violino e abbiamo perduto l’archetto per suonarlo. Alcuni lo ritrovano nei libri, altri nell’incendio di un tramonto, altri negli occhi di una persona, ma ogni volta l’archetto cade dalle mani e si perde come un filo d’erba o un sogno. La vita è la ricerca infinita di questo archetto per non sentire il silenzio che ci circonda”. Già… quella di Andrea Brusa – fino a poco tempo fa noto solo per essere un autore di successo - non è un racconto uscito dalla penna di chi vuole accontentare il pubblico, ma una storia VERA e sono certo che sarebbe una storia terribilmente semplice, se la cecità delle persone non si fosse messa di mezzo, se l’uomo la smettesse di complicarsi la vita con pregiudizi d’ogni sorta. Voglio raccontare qualcosa che è accaduto REALMENTE, perché io c’ero e pensarci mi sconvolge sempre.

Ed ecco all’improvviso, una luce. Una luce e nient’altro. Fortissima, ma non diretta verso di me. Veniva da fuori al balcone… Terrificante e maestoso allo stesso tempo, non aveva i piedi che toccavano terra, ma non mi sento di dire che "fluttuava" o peggio ancora "volava": brillava di una luce che lo copriva interamente, meno che nelle parti dov’era vestito. Il suo corpo era luce, la emanava come una stella nella volta celeste, i capelli simili a lingue di fiamma. Io guardai quell’anima splendente, mentre si faceva strada tra i rovi e le spine. In quel luogo opaco, a cavallo tra la realtà e il mondo dell’oltre, ogni suo passo era troppo corto, la sua voce non era sufficientemente forte perché io mi accorgessi che la stavo febbrilmente rincorrendo. Per un tempo indistinto inseguì quelle tracce vermiglie, testimoni delle catene corporee che lo tenevano ancorato a questo mondo. Poi lui si girò, incrociando il mio sguardo disperato e in quell’istante io capii: lui era il sole nell’inverno della mia anima, l’acqua che redimeva i miei peccati, la terra che poteva definire “casa”. Lui era calore e fiamma bruciante. Lui era fuoco, fuoco nelle tenebre della sua esistenza. Mi parlò: “Ci sono giorni in cui il senso di solitudine è talmente opprimente da offuscare la ragione. Ci sono momenti in cui mi sento rifiutato, incompreso e, soprattutto, infelice. Quanto vorrei distruggere tutte le maledette barriere ed i vincoli che gli uomini hanno costruito in nome della libertà e del progresso! Siete schiavi dei pregiudizi, siete prigionieri di voi stessi e di quello che altri prima di voi hanno creato. Perché non posso semplicemente amare come il mio cuore vorrebbe che facessi? Perché voi tutti siete così dissimili da me? Non posso continuare a vivere in questo modo! Sono stanco di nascondermi dietro a maschere che neppure mi somigliano! Non si può chiedere ad uno spirito di luce di non brillare per non accecare chi non conosce che la semioscurità. È impossibile! Non voglio annullarmi solo perché gli altri non riescono a comprendermi! Oh, Dio! Non ce la faccio più.” I singhiozzi gli avevano impedito per qualche momento di continuare. Si era poi alzato in piedi, aveva tirato su col naso e si era passato una mano sugli occhi. Asciugate le lacrime, il suo sguardo era divenuto arido. “Voglio essere libero!” Aveva poi esclamato.

Quindi con voce languida, passionale e carica di pathos cominciò a ripetere a memoria, rivolgendosi idealmente a sua moglie, i versi di un monologo portato da lui in scena lo scorso anno e fatto da CYRANO nella celeberrima opera post romantica di Edmond Rostand in cui viene messo al centro il dramma della disparità tra l’essere e l’apparire ...: “In amore lo detesto. Quando si ama è un delitto prolungare questa inutile schermaglia. Arriva inevitabilmente il momento in cui - e compiango chi non l’ha provato - sentiamo che c’è qualcosa di così nobile nel nostro modo di amare da non poterlo avvilire con vani giochi di parole. Tutto, tutto, tutto ciò che mi verrà, ve lo getterò a mazzi, senza farne un bouquet. Io vi amo, soffoco, ti amo, sono pazzo, non ne posso più, è troppo; il tuo nome mi sta nel cuore come in un sonaglio, e visto che io non faccio che vibrare per te, sempre, AMORE MIO, il sonaglio s’agita e il tuo nome mi risuona dentro. Ricordo tutto di te, amo tutto: ricordo che la mattina del 12 maggio, l’anno scorso, per uscire, cambiasti pettinatura. A tal punto i tuoi capelli son diventati la mia luce che come quando si è fissato il sole troppo a lungo si finisce per vedere proiettato dappertutto un disco rosso quando distolgo lo sguardo dal loro chiarore, riverberi biondi tutto intorno mi bruciano gli occhi. Si, questo è proprio amore... Ne ha tutto il triste furore - qualcosa che m’invade, terribile e geloso, e tuttavia non egoista. Per la tua felicità darei in cambio la mia, quand’anche tu non lo sapessi mai; così, soltanto per sentirti ridere qualche volta, da lontano, di quella gioia data dal mio sacrificio. Cominci a capire adesso? A renderti conto? Senti l’anima mia salire verso di te, nell’ombra? Davvero, è tutto troppo bello stasera, troppo dolce. Io ti dico tutto questo, tu mi ascolti - io, te! È troppo. Nemmeno nei miei sogni più ambiziosi sono mai arrivato a sperare tanto. Non mi resta che morire, subito!”

Poi, cambiando di tono, si rivolse a me: «Sta’ a vedere» disse, ed andando in cucina si avvicinò al contenitore delle posate. Lo seguii con lo sguardo, non sapendo che cosa aspettarmi. Fissò per qualche momento l’oggetto in metallo, e poi ne sfilò dal cassetto uno dei coltelli con cui mia moglie era solita affettare il salame. Il cuore mi si spezzò in mille schegge e il respiro mi si fermò in gola. Gli occhi si colmarono di lacrime. Sentii l’aria venir meno nei miei polmoni. «Che… che vuoi fare con quello?!» Balbettai, ebbi paura della sua reazione, non sapevo cosa aspettarmi. «Tranquillo, non voglio uccidermi» «E allora?» - diss’io. «Allora osserva bene» ribatté, avvicinandosi di poco. Aprì una mano, e soppesò il coltello con l’altra. Fece un respiro profondo, ed affondò la lama nel palmo. Trasalii, immaginando il dolore che potesse provare. Invece lui rimase esattamente impassibile: non una smorfia, non un lamento. Tracciò un breve solco, dal quale iniziò a colare del sangue rossastro e vischioso, che gocciolò sul pavimento. Gettò il coltello nel lavello, e mi guardò. Esibì un sorriso sinistro che mi fece accapponare la pelle. Spostai lo sguardo su di lui, ancora più scioccato. «E non è tutto» aggiunse, aprendo il rubinetto e sciacquandosi la mano ferita. La pulì per bene, e poi me la sbatté di nuovo sotto gli occhi. Era guarita. Del taglio profondo di poco prima, non era rimasta che una semplice linea un po’ più scura del suo palmo. Pazzesco. “Ma tutto questo a che serve” disse “se non posso salvare mia moglie… la mia protetta!!”. L’Angelo spiccò dunque il volo. Lo seguii con lo sguardo finché si fermò di fronte alla luna. Dovetti distogliere lo sguardo, perché la luce intensa che emanava mi feriva gli occhi. L’Angelo urlò, ma il suono della sua voce rimase muto, inudibile. Gridava per la stessa sofferenza che attanagliava sua moglie CHIARA. Era come se fossero collegati. Ogni sensazione apparteneva ad entrambi. Perché c’era così tanta disperazione nel cuore dell’altro? Perché lui riusciva a sentirla? Perché... perché... Le ali dell’Angelo, per quanto fosse notte fonda, cominciarono a emettere un bagliore più accecante di quello del Sole ed io provai un dolore ancora più lancinante e prepotente del precedente. Avrei voluto urlare. Non potevo. D’improvviso lui scoppiò a piangere pensando a sua moglie CHIARA e nascose il viso contro le sue ali. Io gli accarezzai la testa incapace di parlare. In fondo, cosa potevo dirgli? Lui tremò, era disperato. E così mi domandai come potesse Dio separare lui e la sua protetta di nuovo? Come potesse condannarli ad una vita di solitudine? Lo guardai e non compresi. Se fossi Dio mi siederei sul mondo e, con i gomiti appoggiati sulle ginocchia ed il volto fra le mani a coppa, resterei ore ad ammirare incredulo la profondità del suo amore. Se fossi Dio sarei orgoglioso di averli creati. “Ti prego, smetti di piangere!” diss’io lui con voce rotta dall’emozione. “Voglio portare con me il ricordo di un tuo sorriso!”

C’è un capitolo nella BIBBIA in una Lettera di San Paolo ai Corinzi che dice “l’amore è sempre paziente e gentile, non è mai geloso. L’amore non è mai presuntuoso o pieno di sé, non è mai scortese o egoista, non si offende e non porta rancore. L’amore non prova soddisfazione per i peccati degli altri ma si delizia della verità. È sempre pronto a scusare, a dare fiducia, a sperare e a resistere a qualsiasi tempesta”. Nulla è tanto importante come conoscere l’amore e imparare ad amare. Ci sono persone che non sanno o non hanno ancora imparato ad amare. Questa constatazione che può sembrare alquanto assurda è in parte vera: vi sono persone che per qualche motivo non riescono a “cedere” completamente all’amore. Erich Fromm diceva “Amare significa affidarsi completamente, incondizionatamente, nella speranza che il nostro amore desterà amore nella persona amata. Amare è un atto di fede, e chiunque abbia poca fede avrà anche poco amore.”
Come sai amare, mio caro Andrea, tu… che sei un ANGELO CUSTODE… non sa farlo più nessuno. Non smettere mai di credere nei tuoi valori, nei tuoi ideali, nell’amore in tutte le sue forme. In questi giorni ti sei sentito dire “Pensa un po’ a te stesso, tante persone non meritano tutto quello che fai per loro, non meritano il tuo affetto”. Ma ciò non è vero. Io so che tu sei sempre stato te stesso e che non riusciresti ad essere felice se smettessi di pensare agli altri… perché la felicità non si trova nelle cose materiali, non si trova nell’egoismo, nell’ipocrisia, nel menefreghismo… la felicità per te è sentirti importante per qualcuno, sentirti utile per chi ami, essere sempre te stesso e riuscire a sentire quello che gli altri non sanno ascoltare. Mentre tu hai una cosa, questa può esserti tolta. Ma quando tu la dai, ecco, l’hai data. Nessun ladro te la può rubare. E allora è tua per sempre. E la cosa più grande che una creatura vivente possa imparare è amare e lasciarsi amare. Perché l’amore è vita, è il motore che muove il mondo, è la forza più grande… E in questi anni tu hai amato sopra ogni cosa, dando tutto te stesso e mai niente a metà. Il tuo amore è stato ed è una lotta contro tutto, contro tutti…

Andrea e Chiara, Lui Angelo Custode, LEI umana… da sempre anime gemelle, ecco la loro VERA storia, per farvi sognare, per darvi la prova che le favole esistono, la storia di una vita, in poche parole, mai abbastanza per un legame eterno, viscerale e meraviglioso come il loro.

ALBERTO DE PRA
Capo Ufficio Stampa

  • 20 June 2017
  • 14

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Andrea Brusa

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