COMUNICATI STAMPA

andrea brusa,PUBBLICATO IL 06/06/2017 su GRANDANGOLARE... settimanale U.S.A. con oltre 10 milioni di lettori: http://www.grandangolare.com/ - METTIMI COME SIGILLO SUL TUO CUORE

PUBBLICATO IL 06/06/2017 su GRANDANGOLARE... settimanale U.S.A. con oltre 10 milioni di lettori: http://www.grandangolare.com/ - METTIMI COME SIGILLO SUL TUO CUORE

PUBBLICATO OGGI 06/06/2017 su GRANDANGOLARE... settimanale CANADESE rivolto alla comunità italiana all’estero ed in Italia con oltre 10 milioni di lettori alla settimana.
http://www.grandangolare.com/

Mettimi come sigillo sul tuo cuore, come sigillo sul tuo braccio

“Forte come la morte è l’amore, tenace come il regno dei morti è la passione: le sue vampe sono vampe di fuoco, una fiamma divina! Le grandi acque non possono spegnere l’amore nè i fiumi travolgerlo".
Dal Cantico dei Cantici (Ct 2,8-10.14.16a; 8,6-7a)

Stavo tornando a casa dopo un viaggio di lavoro che mi aveva tenuto fuori città un paio di giorni. Era notte. Ero alla guida della mia auto. Lampioni di strade secondarie, qualche rara finestra illuminata. La strada era diritta, il cielo era buio, c’erano poche stelle. Un buio rotto ogni tanto dalle luci intermittenti di qualche semaforo. Quando: «Cavolo!» Incollai il piede al freno e sterzai di botto, sbandando verso il marciapiede. Le gomme stridettero contro l’asfalto. Un violento scossone rischiò di scaraventarmi contro il parabrezza, ma la cintura di sicurezza mi arrestò alla mia postazione di guida, mozzandomi il respiro per alcuni istanti. Strizzai gli occhi e li mantenni chiusi per un bel po’, il tempo necessario a visualizzare per bene lo spettacolo che mi aveva fatto prendere un colpo: una macchia nera mi era saettata davanti, troppo vicina all’auto, poco prima di scomparire in un vicoletto angusto. Quanto trovai il coraggio di riaprirli, una serie di immagini si accavallarono davanti a me: le due donne sul marciapiede - credo dovessero essere due prostitute, del resto chi a quell’ora oserebbe gironzolare per una città semi deserta - che correvano via, il cumulonembo di fumo denso che s’innalzava dal cofano della mia autovettura, i gatti randagi che schizzavano fuori dal vicolo, atterriti. Nessuno sembrava essersi accorto della macchia. Con movimenti meccanici, slacciai la cintura e artigliai a tentoni la maniglia della portiera. Saltai giù, il tutto continuando a mantenere gli occhi puntati verso l’ingresso di quella strada buia. Sentivo la bocca secca e la sete mi attanagliava le viscere. Deglutii cercando di far spegnere il bruciore che m’irritava la gola, ma fu anche peggio e tossii. All’improvviso sentii un sussurro e davanti a me apparvero due grandi e splendenti occhi verdi. In un primo momento pensai che fosse un’allucinazione dovuta alla sete, ma dopo aver strizzato più volte i miei occhi, quelli splendidi verdi che mi guardavano rimanevano sempre lì. «Ehi, tu, stai bene?» Io mi avvicinai, inquieto sul da farsi e quando fui a pochi passi da lui e lo vidi meglio rimasi completamente inebetito. Fossi stato un cartone animato la mia mascella sarebbe caduta a terra in un batter d’occhio. Era Andrea… ma cosa ci faceva in mezzo alla strada a quell’ora di notte!?
Ci eravamo giusto sentiti il giorno prima ed avevamo preso un appuntamento telefonico per un caffè e due chiacchiere dalle quali forse sarebbe potuto venir fuori qualcosa di giornalisticamente interessante. Sapete, si dice sempre: “Venga, le offro un caffè...”, ma il caffè è un pretesto, è soprattutto un modo di dire. E tutto mi aspettavo tranne di ritrovarmelo davanti in quelle circostanze. Nonostante fosse completamente bagnato dalla testa ai piedi, anche se fuori non pioveva, la bellezza del suo tratto era sconvolgente, non avevo mai visto un viso così meraviglioso, bucolico, idilliaco, affascinante. Il termine giusto è proprio questo, perché ero completamente rapito dal primo sguardo che avevo dato a quella creatura celeste. Mi domandai se non avesse paura di essere riconosciuto andando in giro per le strade spoglio delle sue vesti da mortale... in qualità di Angelo. Detto questo fui certamente più sicuro su cosa fare dopo quella visione trascendentale, fui certo che lui sarebbe entrato in casa mia quella sera ed avrei fatto di tutto per tenercelo il più possibile nella speranza di scoprire qualche cosa di più sulla di lui persona. E così facemmo. Diss’io “Sali in macchina” e l’auto che fino a pochi minuti prima non accennava a voler ripartire si mise in moto come se nulla fosse. “Hai mai sentito parlare della leggenda di Melandria e Coridone?” mi domandò. “Vagamente” risposi, frugando nei miei ricordi di scuola. “Si identifica in Melandria, la Musa della poesia, e sogna la rinascita di quella nobile arte, affascinata dal mito greco di Coridone, il poeta che si sacrificò per lei in nome della creatività”. “Molto bene”, approvò Andrea. “Esatto, i poeti di corte scoprirono di aver perso l’ispirazione e si accorsero che le loro dame li disdegnavano preferendo la compagnia dei cavalieri. Si rivolsero quindi a Melandria, la musa, la quale rivelò di averli colpiti con quel sortilegio perché davano per scontata la loro arte dimenticando da quale fonte in realtà scaturisse. Quelli, si capisce, affermarono solennemente - sfacciata menzogna - di pensare sempre a lei, ma la musa rifiutò di crederci e dichiarò che non avrebbero riacquistato l’ispirazione fin quando uno di loro non avesse sacrificato la vita per lei. Ovviamente nessuno era disposto a farlo, a eccezione di un giovane poeta di gran talento chiamato Coridone, che amava la dea ed era l’unico ad aver serbato la sua creatività. Per il bene degli altri poeti egli dunque si uccise...” – “... con sempiterno dolore di Melandria” conclusi io. “La musa non si aspettava che lui desse la vita per l’arte. Un bel mito” ammisi. “Cosa vuoi dirmi?”. “Chissà”, disse Andrea in un sussurro. Intanto i suoi occhi, quegli occhi verdi prima così brillanti e pieni di vita, si trasformarono in pozzi vuoti e freddi, senza luce né colore. Il suo volto si contorse in un ghigno. Davanti ai miei occhi esplose un lampo di luce e un caleidoscopio di colori baluginanti mi invasero la retina come immagini residue di un forte bagliore. Sentii il sapore metallico del sangue unirsi a quello altrettanto acre e pungente della paura più profonda e dell’adrenalina. Mentre l’angelo incombeva su di me, io avvertivo la mia essenza fluire via, il calore del mio corpo e della mia anima prosciugarsi come un ruscello rinsecchito.
Arrivammo a casa. Andrea, che nel intanto non aveva più nulla di umano, stette in un angolo della stanza a leggere alcune bozze di miei manoscritti ed articoli tra i quali quelli relativi a lui… quando improvvisamente mi chiese di andare a prender il mio vecchio diario che riferì aver visto in soffitta. Io mi domandai come facesse a saperlo; non era mai stato in questa casa… Mi feci poche domande e velocemente salii i vecchi scalini fino al sottotetto, aprii la porta ed in quel momento, di fronte a me, si creò un mondo, tutto nuovo, coperto dalle ragnatele di colore argento, con il respiro del tempo passato. Cercai tra le scatole polverose e vidi una vecchia cassettiera dalla quale sporgeva una striscia rossa. Era coperta con un grosso strato di polvere e ci misi un sacco di tempo per liberarla. Finalmente la aprii. D’un tratto come se diventasse viva la cassettiera, sentii le parole di una storia. Potei anche vedere le immagini dei tempi passati, e mia nonna, da piccola, raccogliere le foto e le monete che metteva in una scatola. Quando sollevai tutte queste cose, vidi anche le cartoline e in fondo i bambolotti e le biglie. Vi era il tesoro personale di mia nonna. Richiusi la cassettiera e poi in un angolo scorsi la slitta di legno. Mi sembrò di sentirle raccontare dei giorni freddi d’inverno e dei giochi dei bambini dalle colline circondanti. Lassù c’era anche una piccola bici, con due ruote ausiliarie. Anche essa aveva la sua propria storia e ricordava tante cadute e lacrime della nonna mentre imparava a guidarla. Tornai sotto con il diario tra le mani. Chiusi gli occhi ed inspirai a pieni polmoni, lasciando che la pace di quel luogo mi si insinuasse sotto la pelle e compisse il suo incantesimo, ma l’immagine dell’Angelo Custode di Chiara era impressa sulle mie palpebre chiuse… avevo assorbito i suoi lineamenti scolpendoli nella memoria come si fa con un’opera d’arte. Non so se fu merito della perfezione del volto che guardavo a occhi chiusi, o dell’immortale tranquillità che pervadeva il piccolo angolo di casa in cui ci eravamo rifugiati, ma qualcosa in me si mosse. Fu come se un ingranaggio che aveva girato a vuoto per tanto tempo, in quel momento avesse trovato finalmente il suo incastro.

E fu allora che sentii l’angelo pronunciare tre parole in lingua ebraica: “Azzah kammavet ahabah”… il cui significato è «L’amore è forte come la morte» e che sono state considerate come la sigla poetica, simbolica e spirituale del Cantico dei Cantici contenuto nella Bibbia, un poemetto sigillato dall’amore, dedicato alla coppia… a lei e a lui che appaiono sulla scena della vita e del mondo ogni giorno. Vedendomi Andrea mi disse: “Pensa a coloro che ami, ai tuoi figli ai tuoi genitori, a tua nonna il cui diario hai ritrovato in soffitta, alla persona che ami che può essere tua moglie o un tuo caro amico… se l’amore che provi per quella persona è talmente forte, nemmeno la morte potrà cancellare dal tuo cuore questo amore e il ricordo delle persone che hai amato. Quell’amore supera la morte, perché vive ancora dentro di te, non muore il sentimento con la morte di quelle persone. Tu non potrai mai smettere di amare i tuoi genitori anche quando loro un giorno moriranno, anzi li amerai più di prima. Ricorda: il contrario della morte non è la vita ma l’amore… perché l’amore è vita e produce vita. Pensa che Dio ha creato la vita per amore e quello che tiene in vita il mondo è l’amore stesso. Dovremmo riempiere ogni piccola particella del creato con il nostro amore, noi dovremmo fare di questo mondo un meraviglioso paradiso d’amore invece spesso portiamo morte e distruzione; e allora Dio che fa? Sopperisce a questo e con il suo amore da giorno dopo giorno la vita. Chi nutre gli uccelli del cielo? Chi fa nascere i fiori a primavera? Chi fa muovere il sole e le stelle con tutti i pianeti? Chi ci dona l’alba di un altro giorno. Ringrazia il Signore quando al mattino rivedi la luce, per ogni nuovo giorno. E alla sera ripeti: resta con me o Signore perché si fa sera e il giorno già volge al declino”. Poi sentii l’Angelo Custode riferirsi a Chiara e dire: “Mettimi come un sigillo sul tuo cuore, come un sigillo sul tuo braccio”. Quanta bellezza e quanta intensità dei sentimenti nel dichiararsi l’un l’altro il proprio amore – pensai… ma non feci tempo a proferir parola che Andrea proseguì: “Sai Alberto… oggi una donna può autoregalarsi tutti gli anelli che vuole, fedi comprese, e averne piene le dita. Quando, però, lui le infila la fede all’anulare sinistro lei scopre che questo non è uno dei tanti anelli: è una FEDE, cioè un sigillo. Talvolta le parole sono sbiadite dal loro consumo, eppure conviene riscattarle dalla loro consumazione: una fede indica la fiducia che l’altro mi porterà al dito come pegno, come legame, come memoria, come segno che io sono definitivamente nel suo cuore, come sigillo. Il sigillo è il segno di una “fiamma del Signore”. Esso porta cioè il DNA dell’amore divino, diviene indice pubblico della vita di Dio, segno di come Dio è in se stesso, pur rimanendo inaccessibile. Dio è in se stesso… non amore che fagocita e marchia, non colui che esige l’agnello per sé affinché l’agnello sia risparmiato, ma amore che si dona senza pretese, amore che si lascia perfino usare, misconoscere, ferire. È questo l’amore che è più forte della morte, non dimenticarlo”. Poi continuò: “Prima o poi, in vari modi, la vita di famiglia viene messa alla prova. Allora si richiede saggezza, discernimento e speranza, tanta speranza, talvolta oltre ogni umana evidenza. La sofferenza, il limite e il fallimento fanno parte della nostra condizione di creature, segnata dall’esperienza del peccato, rovina di ogni bellezza, corruzione di ogni bontà. Questo non significa che siamo destinati a soccombere; anzi, l’accettazione di questa condizione ci sprona a confidare nella presenza benevola di Dio che sa far nuove tutte le cose”. Rimasi come folgorato. Volteggiò nella fredda aria, un’aria così rarefatta che le sue ali non sarebbero state sufficienti a mantenerlo in aria senza l’aiuto dei suoi poteri. “Vieni”, disse lui, “ti porto al sicuro”. Era forte e infondeva un senso di sicurezza. “Non so che cosa sarebbe successo se tu non fossi passato di qui…”, gli dissi. “Lo so io!”, disse lui. Aveva una voce profonda e melodica. “Ho pregato tanto Dio di aiutarmi appena prima che tu arrivassi…”. Un sorriso appena percettibile apparve sulla sua bocca e nei suoi occhi: “Ora sei al sicuro”. Le preghiere erano sempre con lui, una presenza insistente nel profondo della sua mente. Fin dai primi momenti dopo il suo risveglio, erano state con lui. All’inizio erano poche. Flebili tentativi. Ma, con il passare del tempo, il numero delle preghiere era aumentato ed erano diventate anche più dirette e più imploranti. “Proteggici, salvaci, aiutaci. Aiuto!” A quell’ultima supplica mi voltai repentinamente, ma lui era sparito! Lo sguardo mi cadde allora sul tavolino dove vidi un foglio di carta con dei versi… prima di andarsene l’Angelo aveva lasciato una poesia di Neruda trascritta di suo pugno per sua moglie ed io non faccio altro per amor di cronaca che riportarla… Sappi Chiara che è dedicata a te: “Se saprai starmi vicino, e potremo essere diversi, se il sole illuminerà entrambi senza che le nostre ombre si sovrappongano, se riusciremo ad essere NOI in mezzo al mondo e insieme al mondo, piangere, ridere, vivere. Se ogni giorno sarà scoprire quello che siamo e non il ricordo di come eravamo, se sapremo darci l’un l’altro senza sapere chi sarà il primo e chi l’ultimo, se il tuo corpo canterà con il mio perché insieme è gioia… Allora sarà amore e non sarà stato vano aspettarsi tanto”.

E non si pensi che sia qui a scrivere un romanzo… QUANTO DA ME RACCONTATO È REALMENTE ACCADUTO

ALBERTO DE PRA
Capo Ufficio Stampa

  • 06 June 2017
  • 14

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Andrea Brusa

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