COMUNICATI STAMPA

andrea brusa,PUBBLICATO IL 16/05/2017 su GRANDANGOLARE... settimanale U.S.A. con oltre 10 milioni di lettori: http://www.grandangolare.com/ - SULL’ONDA DI CARI RICORDI

PUBBLICATO IL 16/05/2017 su GRANDANGOLARE... settimanale U.S.A. con oltre 10 milioni di lettori: http://www.grandangolare.com/ - SULL’ONDA DI CARI RICORDI

PARTE 1- 2 e 3
PUBBLICATO OGGI 16/05/2017 su GRANDANGOLARE... settimanale CANADESE rivolto alla comunità italiana all’estero ed in Italia con oltre 10 milioni di lettori alla settimana.
http://www.grandangolare.com/

Sull’onda di cari ricordi un silenzioso e gentile Compagno di Volo

Ci sono tre modi di morire. Il primo è quando il corpo cessa di funzionare. Il secondo è quando il corpo viene sepolto dentro la tomba. Il terzo è quel momento, nel futuro, quando il tuo nome viene ricordato per l’ultima volta. (David Eagleman)

Vi è mai capitato di vedere un film, uno di quelli che ti fa sentire caldo dietro gli occhi e poi, pian piano, su tutta la faccia, fino a sentirti bagnare le guance mentre la vista si annebbia e pensare che quello era il momento giusto per vederlo? Che se lo aveste visto prima (oppure anche dopo) di quel momento della vostra vita, non avreste potuto apprezzarlo meglio di così? A me è capitato questa settimana con IL CAMPIONE, un film girato da Franco Zeffirelli nel 1979, con John Voight, Faye Dunaway e Ricky Schroeder, il cui protagonista, Billy Flynn, un ex pugile, giunto in passato anche al titolo mondiale nella sua categoria, dopo aver riportato una lesione al cervello in uno dei suoi incontri, è stato costretto a ritirarsi dall’attività agonistica rimanendo solo col figlioletto T.J che lo adora al punto di aver fatto di lui un idolo (lo chiama "Champ" anziché "papà"), e non riesce a stare un attimo senza di lui. Dopo innumerevoli disavventure il pugile si vede costretto a tornare sul ring contro un avversario molto più giovane. Il combattimento ha fasi drammatiche ed è una lotta all’ultimo sangue ma Billy, ricorrendo a tutto il suo coraggio e a una incredibile determinazione, alla fine manda l’avversario al tappeto e vince per KO. La moglie che lo aveva lasciato senza preavviso, prima del match per il titolo mondiale, si rende conto di amarlo ancora e corre verso lo spogliatoio. Billy, per i danni al cervello ed i colpi presi, muore sotto gli occhi impotenti del suo allenatore e di T.J, dicendo al figlio che “il champ vince sempre, alla fine….”. T.J. si abbandona ad un pianto disperato non volendo accettare che il padre, il suo eroe, non ci sia più: tuttavia, fra le lacrime, non trova alternativa che l’abbraccio affettuoso ed amorevole della madre Annie, prontamente accorsa anche lei. Il film si conclude con l’inquadratura del corpo senza vita di Billy su una panca dello spogliatoio, circondato dai pochi amici, e T.J. fra le braccia della madre, che avrebbe preferito un momento senz’altro migliore per poter riabbracciare il proprio figlio.
Il cinema, da sempre, riesce a descrivere le emozioni più profonde e a immortalare legami indissolubili come quelli che legano i padri ai figli. Ci sono storie che hanno segnato la vita di molte persone e hanno regalato intense emozioni. Come disse Padre Davide Maria Turoldo in un bellissimo libro dal titolo “La Speranza non muore” (Edizioni San Paolo): “l’amore è il dono di se stesso, il dono all’altro, è volere il bene dell’altro dimenticando se stesso, come fa Dio che ti dona la vita e anzi, non solo, ma viene proprio a incarnarsi e si fa te stesso, neanche uno di noi, ma noi stessi fino al punto di farsi mangiare. Dio che dispare, Dio che si consuma e compare dentro la vita dell’uomo. L’amore è la creatività in atto sull’onda della fantasia di Dio. Perciò non è vero che «c’è un tempo per amare e un tempo per odiare». Non ci sono tempi per l’amore. Ogni tempo è tempo per amare. Unica grande realtà religiosa della vita, l’amore è anche il solo atteggiamento che ci rende possibile la conquista dell’unico modo cristiano di essere. […] Mai l’amore è neutrale. Se è neutrale, vuol dire che non è amore. Bisogna scegliere, il cuore non è divisibile, e questo ci dà anche la forza di intervenire, costi quel che costi. Mai essere indifferenti, perché l’indifferenza è radice del cinismo”.

Ma cosa significa essere padri al giorno d’oggi? C’è, da parte di noi genitori, la tentazione di pensare che lo sforzo educativo si limiti a proteggere i nostri figli, ad aiutarli nel risolvere i problemi, a dare tutto affinché non manchino di nulla. Poi però ci scontriamo con una realtà che, inevitabilmente, contraddice i nostri sforzi, mettendoci di fronte a reazioni e atteggiamenti imprevisti e imprevedibili: impegni scolastici disattesi, indifferenza, disobbedienze… E allora ci chiediamo: “Ma come è potuto succedere dal momento che sto dando loro tutto ciò di cui hanno bisogno?”. Scegliamo per loro una buona scuola, una buona compagnia, l’educazione religiosa cattolica. Ma li collochiamo in una realtà ferma, statica. Non ci sforziamo di intraprendere un cammino con i nostri figli. Manca l’avventura, forse perché, in fondo, l’avventura un po’ ci spaventa, perché ci mette di fronte a quel qualcosa di imprevisto che cerchiamo di evitare quando abbiamo a che fare con l’educazione dei nostri figli. Educare i figli e dunque essere padri significa coinvolgerli in una bella storia da vivere insieme; significa accompagnarsi in ogni passo, anche quando le cose vanno male. E quindi: come si può essere “padre” e “maestro”? Sarà proprio Andrea Brusa, scrittore, padre esemplare ed Angelo Custode di sua moglie (per quanto addolorato per la perdita della figlia e della sua amatissima compagna di vita Chiara) a fornirci una risposta. Lo ringraziamo di cuore per aver accolto il nostro invito e facciamo tesoro del suo contributo nell’aiutarci a comprendere il profondo significato di “Una avventura d‘amore”, in quanto la sua è una storia che può aiutare a riflettere in maniera efficace sul rapporto tra padre e figlio e sul rapporto tra Dio e l’uomo. Dio è il creatore dell’uomo, è suo padre, che però non lascia da soli i propri figli. Ad essi si rivela e “segno” di questa rivelazione è già la stessa (infinita) creazione oltre a quella meravigliosa storia che è raccontata nelle Sacre Scritture. Nella Bibbia è contenuta la storia della salvezza, la “storia”, intesa come “relazione” e relazione d’amore tra Dio e l’umanità. Questo meraviglioso libro dei libri (La Bibbia) può essere paragonato ad un’autobiografia di Dio, un testo in cui, in qualche modo, Dio racconta se stesso. Questa rivelazione avviene mediante l’uso di strumenti umani, il linguaggio con tutte le sue forme, immagini, simboli che Dio usa con grande maestria, dimostrandosi narratore affascinante, al fine di farsi comprendere dall’uomo lasciandolo però nella sua libertà. È lo stile usato anche dal Figlio, mandato dal Padre per farcelo conoscere e che, in obbedienza a Lui, non giudicherà l’uomo, né schiaccerà la sua libertà ma gli offrirà la sua proposta di vita e felicità. Sorprende infatti che, al contrario di tutte le altre Scritture Sacre, la Bibbia, ed in particolare il Vangelo, non contenga una dottrina esposta nei suoi precetti ma piuttosto una narrazione, il racconto di una storia.

Ed ecco che ad un certo momento il cielo si illuminò di luce.... nell’oscura volta celeste notturna apparve un lampo improvviso come una fiammata… un tuono dalla sinistra forma di croce. Appoggiato alla finestra Andrea… l’Angelo, si annegava nella nuova storia melodiosa che la sua musa e consorte faceva nascere dalle sue dita. I suoi capelli lisci come la seta mi ricordarono una notte senza stelle. La fronte ampia ma non troppo, gli zigomi scolpiti dalla mano di un artista. Fui totalmente stregato dal magnetismo di quella bellezza glaciale. Ma la cosa non finì lì. Il corpo era anche meglio del viso, se possibile. Era alto un metro e settantacinque all’incirca, con le spalle larghe ed un fisico asciutto e muscoloso come non ne avevo mai visti. E le ali, poi, semplicemente straordinarie. Si innalzavano ad arco sopra le spalle, per poi ricadere giù. Come una cascata, fino al pavimento. La luce si rinfrangeva sulle piume bianchissime, donando loro i colori dell’arcobaleno e ricche striature d’oro formavano un disegno intricato ed ipnotico. A quel punto venni attraversato da una strana sensazione che mi gelò il sangue nelle vene e creò una patina di ghiaccio sulla mia pelle. Il cemento su cui poggiavo i piedi svanì di colpo e mi ritrovai sospeso in aria insieme all’Angelo, mentre le stanze scorrevano davanti ai miei occhi alla velocità della luce, una dopo l’altra; ed ecco che raggiungemmo il cielo, dove splendevano una miriade di puntini luminosi. Ad un tratto quella serenità che lui aveva cadde, come cade una maschera che nasconde una infinita tristezza… le lacrime cominciarono a solcare il suo bellissimo volto; io ero un uomo forte, non ero abituato a piangere e feci la prima cosa istintiva che mi venne in mente, lo stesso gesto che vidi fare da mio padre quando vide mia madre piangere per dove stava andando: lo abbracciai e per quanto potesse valere una promessa fatta da una persona che aveva solo dubbi sulla propria sorte gli dissi che l’avrei protetto con la mia vita se sarebbe stato necessario; la situazione era a me sconosciuta, mio padre mi aveva addestrato ad essere duro di cuore, ma in quel momento l’immagine sua tanto idolatrata cominciò a sfumare e sentii il mio cuore battere di un strano ardore… ancora singhiozzava e io gli tolsi via le lacrime con la mano… e anche a me scapparono lacrime amare. Ci ritrovammo in una situazione parecchio imbarazzante… due guerrieri che piangevano in preda a ricordi sentimentali.

“Triste,” sussurrò lui… “ Perché sei così triste?” Erano diverse notti mi confidò in cui vedeva la sua famiglia… sua moglie… e il desiderio di parlarle cresceva dentro di lui. “Guarda!”… e ci trovammo come per incanto… non chiedetemi come… nel cimitero di Viareggio in prossimità di una statua, soprannominata la “Bimba che aspetta”, conosciutissima da tutti. Nel corso degli anni, questa commovente statua che raffigura una bimba seduta sugli scalini della cappella della famiglia Barsanti–Beretta, in attesa di qualcuno, ha dato il via a tutta una serie di leggende su chi sia questa bambina e chi stia aspettando con tanta malinconia. Il braccio sinistro, che poggia col gomito sul ginocchio leggermente rialzato, è piegato a sorreggere il mento col palmo della mano. Il braccio destro è disteso lungo il vestito e la mano stringe una ghirlanda di fiori. I bei capelli inanellati sono legati da un nastro che forma un fiocco sulla sommità del capo, reclinato in avanti. Mi colpirono, allora, le pieghe sinuose del vestito lungo fino ai piedi, ricoperto da una piccola mantella dal collettino smerlato. S’intravedevano le scarpette a punta. La bimba Paolina – così recitava la leggenda – era diventata di marmo per aver atteso giorni e notti, al freddo, il ritorno a casa della mamma morta. L’Angelo di Chiara, davanti a quella statua, ripensando a sua figlia BIANCALAURA racchiuse il volto tra le mani e cominciò a piangere. Un pianto silenzioso. Un pianto che venne dall’anima e per questo fu molto più straziante di lacrime copiose che sgorgano da una ferita estemporanea. Un pianto che sembrò eterno. L’uomo sollevò il volto rigato di lacrime e con aria sorpresa disse… “la mia bambina... l’amo con dolcezza, con tristezza, quasi avessi timore di farle del male e di offenderla con ogni slancio d’amore; ho per lei le carezze che sia hanno per una bimba piccolina nonostante abbia quasi poco meno di 8 anni, mi appago della sua gioia, del suo sorriso. E se anche una vampa d’affettuosità più calda sorge in me, so dominarla perché non abbia ad ardere e far male alla mia piccola adorata”. Disse lui: “Non si ama ciò che è…si ama ciò che si ha. Ed io ho te piccolina mia… figlia mia adorata… che ora sei parte di me. Sei qualcosa che va oltre tutti i battiti del cuore. Asciughi con il tuo sorriso ogni lacrima, dai forza ad ogni nostro... ad ogni mio sacrificio. Nulla davanti a te e prima di te. La mia vita è per te e per la mamma tua. E perdonatemi se a volte mi perdo, perdonatemi se smarrisco la strada. Ascoltate il mio amore prima delle mie parole. Io perdonerò voi un giorno e voi perdonerete me oggi, se sbaglio, se esagero, se non sono perfetto”.

Poi rivolgendosi a me continuò: “Per favore Alberto, mettiti seduto, voglio raccontarti una storia... Ascoltami attentamente... E se puoi… non interrompermi, ascolta e basta. Ti dico questo perché già so, che quello che uscirà dalla mie labbra ti sembrerà irreale e molte volte vorrai fermarmi… ma io voglio che tu sappia tutto ciò che c’è da sapere, in modo tale che possa rendere, un giorno, la tua vita migliore della mia… Se la vita ti avesse donato un potere tale da poter distruggere la malvagità che c’è in questo universo, non lo avresti usato? E se il destino ti avesse dato la possibilità di vendicare le persone che ami, non le avreste vendicate?”. Già… erano queste le domande che mi ponevo ogni giorno, senza troppi moralismi, perché per me, che ormai non avevo più un’anima e ora, che quest’ultima era logorata dal senso di colpa, era l’istinto a prevalere, come sarebbe sempre dovuto essere, era inutile combattere contro me stesso. Poi… sorvolammo l’oceano e saliamo sempre più in alto fin quando mi trovai davanti a lui… ad una luce, ad una forte energia che mi disse. "si sono Io, sono un Angelo Custode… quello di mia moglie Chiara, non esisto solo sui libri, esisto veramente e sono qui a dare aiuto a chi ne necessita. Si, hai ragione, è tanto forte la luce e molta al punto da poter accecare, ma tu hai la capacità di osservarla senza rischiare e sono io che ti ho cercato perché troppe volte ti arrabbi con il cielo e dai la colpa al Signore per la tua sofferenza, ma sei tu che vivi le cose in maniera errata”. Non mi spaventò anzi mi incuriosii e continuai ad osservarlo e notai che era come se qualcuno si fosse accucciato lì. Nel mentre che lo pensai lui alzò la testa e mi guardò e vide che lo stavo guardando… allora lento si alzò… imponente, scuro, bellissimo. Non mi fece paura, perché irradiava una luce spettacolare e vidi che da dietro la schiena stava aprendo le ali, grandissime imponenti e mi osservò a sua volta. Ci guardiamo per un attimo, per essere sicuri entrambi di quello che stavamo vedendo e vivendo. Poi ripiegò le ali dietro la schiena e piano si riaccucciò lì dov’era e sparì. Io mi ritrovai a Torino da dove eravamo partiti per quest’avventura e restai a guardare il vuoto mentre fuori albeggiava. Mi ci vollero veramente delle ore prima di riuscire a smettere di ridere e piangere, piangere e ridere... sembravo folle! Provavo un’euforia incontenibile e sono sicuro anche tutte le persone che mi videro stavano ridendo allo stesso modo perché mi sentivo sovrumano ed infinitamente FELICE! Nonostante la mia ottusaggine l’Angelo mi avevano guidato a comprendere la natura di quell’incontro donandomi molto più di quanto avrei potuto immaginare. Capii cosa significasse essere davvero un padre amorevole e quanto fosse grande l’amore per sua figlia e sua moglie. Ma, Chiara, l’Angelo del tuo amore non ti ha abbandonata, non ti ha abbandonata affatto… è qui a sussurrarti ogni giorno dentro il tuo cuore il suo amore, il coraggio di andare avanti e di avere fiducia che tutto andrà bene nonostante non abbia nessuna certezza immediata di cosa accadrà tra di voi. Non dubitare di lui… è tutto vero… non sono queste pagine di letteratura ma di cronaca realmente vissuta. Adesso ho capito che l’amore è pazienza… è non giudicare le situazioni e le persone, è lasciarsi guidare da quella forza che comunque non separa mai le persone che si amano e si vogliono bene nell’anima, nel cuore e nella mente. Adesso finalmente ho fiducia, che in ogni modo tutto andrà bene per lui, per me, per noi e per tutti …. grazie Angelo.

ALBERTO DE PRA
Capo Ufficio Stampa

  • 16 May 2017
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Andrea Brusa

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