COMUNICATI STAMPA

andrea brusa,PUBBLICATO IL 09/05/2017 su GRANDANGOLARE... settimanale U.S.A. con oltre 10 milioni di lettori: http://www.grandangolare.com/ - SIATE CAREZZE DEL SIGNORE

PUBBLICATO IL 09/05/2017 su GRANDANGOLARE... settimanale U.S.A. con oltre 10 milioni di lettori: http://www.grandangolare.com/ - SIATE CAREZZE DEL SIGNORE

PUBBLICATO OGGI 09/05/2017 su GRANDANGOLARE... settimanale CANADESE rivolto alla comunità italiana all’estero ed in Italia con oltre 10 milioni di lettori:
http://www.grandangolare.com/

La mano che dà è sempre al di sopra della mano che riceve. Siate carezze del Signore

Purtroppo il termine carità viene FRAINTESO, oggi ha quasi un significato negativo... faccio la carità, cioè dò il contentino al poveraccio di turno ed io sto meglio... non è quello lo spirito della carità... dovremmo riscoprire invece il vero significato del termine carità... che peraltro ci riporta alla parola "caro", cioè, appunto, "amato". Ecco che cosa significa davvero fare la carità... non l’elemosina degli scribi e dei farisei, ma l’amore che si fa atto concreto e quotidiano di dono e risposta alle altrui necessità. È rendere il nostro prossimo "caro", "amato", questo è "fare la carità".

“Ci fu un tempo in cui sentii qualcuno dire che, nel bene e nel male, le ore passano con incredibile rapidità ma la velocità che raggiugono quando siamo in compagnia di qualcuno come te è un qualcosa che non si può descrivere” e quante volte ne abbiamo sorriso, prima di scoprire, crescendo a nostra volta, che è davvero così? Il tempo può ‘non passare mai’, trascorrere normalmente, o correre a spron battuto. In realtà, il tempo passa sempre allo stesso modo ma la percezione individuale del trascorrere dello stesso è fortemente condizionata dalle nostre condizioni emotive e fisiche. Quand’ero piccolino, alle elementari per esempio, mi sembrava che il tempo non passasse mai. Volevo diventare grande in fretta perché credevo che avrei potuto fare mille cose senza dover dar conto a nessuno, ma il tempo, appunto, “non passava mai”! Eppure si dice che quando ci si diverte il tempo passi in fretta! Non mi sembra... Perché quando si è molto giovani ci si diverte abbastanza, secondo me... I problemi dei “grandi” pesano molto di meno... E tutto sembra facile, soprattutto col senno di poi. Ciononostante gli anni erano lunghissimi... Ogni volta quella candelina in più sulla torta era una conquista!! E magari anche il rapporto alla nostra età influisce sulla percezione del tempo: probabilmente per un bambino di 5 anni, 2 anni sono un’eternità... Mentre per una persona di 50 anni, 2 anni volano come se fossero niente... Incontrare qualcuno che abbia l’abilità di decelerare un momento e rivestirlo d’eternità è sempre un piccolo miracolo. Niente di più vero quando quella persona è lo scrittore piemontese Andrea Brusa… un uomo di azione e di carità, dal cuore grande, che ha aiutato ed aiuta tante persone in difficoltà… un uomo che ha scelto di agire al servizio dell’uomo scavalcando le mura del tempio e diventando forza creatrice di fraternità umana, di carità evangelica. Sì, certamente, io in quanto addetto stampa, prima di conoscerlo, ho vissuto momenti straordinari, che hanno avuto il potere di congelare i minuti, coincidenze di eventi puramente casuali, successioni di allineamenti fortunati che immortalano la perfezione estrema di una qualsiasi situazione e la trasformano in poesia. Ce ne sono stato altri in cui il tempo è andato più in fretta, senza lasciarmi capire che stava incidendo in me tracce importanti, e solo più tardi, troppo tardi, mi sono accorto che erano stati straordinari. Molti dei miei momenti migliori li ho vissuti stando da solo. Ne ho anche alcuni indimenticabili con la mia famiglia, una manciata di luoghi speciali, che saranno con me per sempre. E poi lui: Andrea… un povero Angelo Custode perso in questo mondo di brutture ed indifferenza. Ma io so quanto valore dare a questi momenti che trascorro con lui, so benissimo dove tenerli dentro di me. Non rimarrò in attesa di ritrovarli un giorno solo come dei bei ricordi, perché so che saranno sempre con me. Ma veniamo al nostro incontro settimanale con l’autore/Angelo. Non penso ci siano parole per descrivere cosa successe... andiamo per gradi.

Innanzi tutto è giusto che sappiate che anche ai giorni d’oggi esistono delle persone che come Andrea vivono il vangelo nella loro quotidianità ritagliandosi il loro deserto al centro della metropoli in cui vivono. In fondo in lui c’è il rifiuto radicale della logica mondana, per la quale solo l’azione, la politica, l’impegno sociale, gli investimenti economici possono modificare in meglio il mondo. Egli ha risposto a una chiamata che gli ha fatto capire sino in fondo che solo chi getta via la sua vita la salva; e che il modo più efficace di amare e di aiutare è seppellirsi nell’anonimato, nel silenzio, nella impotenza, credendo sino in fondo ai misteriosi legami della «comunione dei santi». È questo, credo, che voleva dire la scritta sul muro che vidi in una stanzetta in una casa degradata nel cuore di Torino tempo addietro: «Chi va nel deserto non è un disertore». Non un disertore, ma, piuttosto, un credente che, invece che l’attivismo solo apparentemente costruttivo, ha scelto di praticare la forma più alta di carità, nella prospettiva evangelica: la preghiera ininterrotta, per tutti, nella solitudine e nel silenzio più radicale. In ogni deserto c’è un pozzo, in ogni amarezza c’è il germoglio di una resurrezione inattesa. Ma occorre abitare il deserto per raccoglierne i profumi e gustarne le essenze portate dal vento. Già, abitare il deserto ed attraversarlo. Perché l’indifferenza e la rassegnazione sono le più grandi povertà. Non possiamo nasconderci né pensare di scappare dal deserto, dal nostro deserto, ma trovare il coraggio di attraversalo e di abitarlo. Si sporcheranno i piedi, perché capiterà di dover attraversare zone impervie, dubbi laceranti, sfide disumane: ma all’uscita ci sarà acqua sui nostri piedi. Nel deserto il telefonino va spento. Sono le stelle ad illuminare e a tracciare la rotta per non smarrirsi. E se tu accetti la sfida di abitare questo spazio, forse scoprirai dentro di te nostalgia di Cielo: quella che ti fa venire voglia di essere pulito, di essere te stesso, di abbandonare mille immagini costruite, di essere semplice. Il deserto ti spoglia. Ti riduce all’essenziale. Ti decostruisce. Ti priva del guardaroba. Ti toglie di dosso gli abiti che finora avevi considerato come assoluti e ti fa sentire povero ... è la logica della nudità. E, quello che ho imparato, condividendo diverse esperienze con Andrea ed avendo modo di frequentarlo anche se solo per più o meno brevi “interviste”, è stato che la miseria è come se fosse il “rovescio della grazia”. È un’espressione molto forte, mi rendo conto, su cui si può e si deve meditare. La forma di penitenza che aspettano i diseredati come lo stesso scrittore torinese, è che si riconosca che non si è stati – che non si è – all’altezza di ciò che essi attendono e sperano. Ma aspettano soprattutto che sia un’occasione di ricominciare ad impegnarsi affinché la situazione cambi. La penitenza deve essere un modo di risollevarsi, di riprendersi. L’indifferenza, lo scoraggiamento ci minacciano sempre. E sempre esiste la tentazione di una “scrematura dei poveri”: basarsi sui poveri più dinamici, più validi, più forti, avanzare con loro e lasciare indietro gli altri, in un ambiente ancora più misero e privo di risorse. È la tentazione del successo.

Nella Prima lettera ai Corinzi di S. Paolo viene detto: “Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sarei un bronzo risonante o un cembalo squillante. Se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza e avessi tutta la fede in modo da spostare le montagne, ma non avessi la carità, non sarei nulla. Se distribuissi tutti i miei beni per nutrire i poveri, se dessi il mio corpo per essere arso, e non avessi la carità, non mi gioverebbe a nulla. La carità è paziente, è benigna la carità; la carità non invidia, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, ma si compiace della verità; tutto tollera, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. La carità non verrà mai meno. Le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà, la scienza svanirà; conosciamo infatti imperfettamente, e imperfettamente profetizziamo; ma quando verrà la perfezione, sparirà ciò che è imperfetto. Quando ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Da quando sono diventato uomo, ho smesso le cose da bambino. Adesso vediamo come in uno specchio, in modo oscuro; ma allora vedremo faccia a faccia. Ora conosco in parte, ma allora conoscerò perfettamente, come perfettamente sono conosciuto. Ora esistono queste tre cose: la fede, la speranza e la carità; ma la più grande di esse è la carità”. In questo brano S. Paolo stesso ci prende per mano e ci aiuta a comprendere esattamente che cosa significa per il cristiano «amare il prossimo».

E poi di punto in bianco eccolo arrivare… fu come se stesse ascoltando i miei pensieri. Annunciato da minuscole sfere lucenti che aumentavano sempre più di quantità ed intensità cominciando ad ondeggiare pian piano per poi muoversi sempre più freneticamente fino a vorticare, l’incantevole angelo si materializzò proprio lì, bellissimo più che mai. Io sarei stato in grado di riconoscere l’Angelo Custode di Chiara anche se ci fossero state altre dieci mila persone in quel posto. La figura vestita di blu si fermò dunque davanti a me per poi tirare fuori dagli abiti una piuma; non sembrava affatto una comunissima piuma: l’oggetto pareva quasi emettere un bagliore bluastro che cambiava sfumature in base a come i raggi della luna lo baciavano. Anche se io non riuscivo a percepirne l’energia, quell’oggetto pareva emanare un’aura molto particolare, quasi palpabile. Un silenzio sacrale calò in quel luogo finché si udì echeggiare la voce cristallina dell’angelo dalla cui figura, eterea e quasi celestiale, si sprigionava una luce sfavillante e radiosa. Tenendo fra le mani un cuscino di velluto vermiglio orlato da un cordone dorato al centro del quale brillava una luce fulgida, l’angelo proclamò con una voce chiara e forte che echeggiò tonante in ogni angolo: “Tra cielo e terra si gioca la nostra continua ricerca degli equilibri degli opposti. Il nostro viaggio ha come meta il “ritorno a casa”, siamo coscienti che la nostra origine non è sulla terra. Il cielo e la terra realizzano il loro incontro dentro di noi. Il nostro organismo può essere inteso come un tempio dove si celebra l’incontro della nostra conoscenza biologica La terra invade costantemente il nostro corpo, ci fa sentire la sua forza, il suo amore nei nostri confronti, ci sostiene senza chiederci nulla; il cielo si avverte come spazio del quale ci nutriamo, lo sentiamo attorno al corpo, dentro il corpo, tra cellula e cellula, lo percepiamo come corsia preferenziale per connetterci all’universo. Il cielo e la terra realizzano il loro incontro dentro di noi. Il nostro organismo può essere inteso come un tempio dove si celebra l’incontro della nostra conoscenza biologica: è biologica la pulsazione di una cellula così come l’irradiazione di una entità spirituale, tutto è interconnesso organicamente: la gioia come il fuoco, la luna e l’ira, le cellule e gli angeli. L’armonica esistenza della realtà organica, ricca di unità e diversità, ci mette a disposizione una quantità enorme di energia e possiamo agire nel mondo per ottenere ciò che vogliamo. Questa attenzione verso l’esterno se non è però bilanciata da un altrettanto vigile attenzione verso la nostra interiorità, conduce irrimediabilmente a una separazione da noi stessi”. E dopo una breve paura terminò dicendo: “Non ho rivelato i miei piani quasi a nessuno. Ma ora che il mio progetto sta diventando sempre più concreto è arrivato il momento di parlare chiaro”. Presto fummo alti in cielo. Mi voltai e lo guardai. Era pieno di potenza e una gran pace usciva da Lui. Mi prese la mano e disse: “Non aver paura, perché Io sono con te”.

Quando le palpebre mostrarono nuovamente i suoi occhi perlati alla luce della luna, io vidi un paesaggio totalmente differente: ci trovavamo su dei lembi di terra dalla vegetazione lussureggiante e specchi d’acqua cristallina, ma la cosa ancor più pazzesca era che - alzando lo sguardo - potei vedere altri isolotti simili fluttuare tra i banchi di nuvole. Mentre io ero intento a godermi quello spettacolo mozzafiato, lui fece per avvicinarsi, ed io non mi mossi d’un millimetro. Confuso da quello che stava accadendo in così rapida successione, percepivo il mio corpo come paralizzato e incapace di rilassarsi. Persino Andrea… o dovrei dire l’ANGELO… dovette accorgersi di quell’innaturale rigidità muscolare, nel momento in cui mi cinse la spalla sinistra per tenerla ferma durante il procedimento; d’altro canto, il gesto non piacque affatto a me che in tensione, scattante, ero appena riuscito ad appoggiare la destra sulla sua mano tentando di bloccarla, prima che il delicato scivolare della piuma “magica” sulla mia schiena ebbe lasciato il posto ad un intenso bruciore. A-rgh...nnngh... Soffocai mio malgrado le grida di dolore, lasciando simultaneamente cadere nel nulla la stretta sulla mano. C-cos’era quel bruciore? C-cosa mi è s-successo? Non rispose lui a quelle domande, come se sapesse per certo che io avessi, in cuor mio, già tutte le risposte… poi disse: “Volevi sentire la mia forza? Eccotela! Ma non hai nulla da temere”. Con la coda dell’occhio osservai quelli che parevano essere dei movimenti del tutto illogici, trasposizioni spirituali di un corpo confinato in chissà quale altra dimensione. In quel momento nella mia mente regnò il caos più totale… e dissi tra me e me “Magari potesse usare le sue facoltà anche su sua moglie Chiara!! – peccato che dal giorno in cui lei lo rinnegò come Angelo Custode lui perse ogni diritto di intervenire sul di lei destino”. Ci fermammo quindi davanti ad una chiesa e rammento ogni odore, ogni suono di passi intorno a noi. Rammento la facciata della basilica che ci incorniciava e come tutto si dissolse in un istante, quasi fosse inaspettatamente privo di ogni importanza. Lui si chinò. Entrai e sentii chiudere la porta alle mie spalle. Davanti a me c’era un locale dai soffitti alti e dalle pareti bianche che si riflettevano in un pavimento di piastrelle brillanti. Su un lato c’era un letto dalla struttura metallica avvolto in una tenda di garza, vuoto. Un ampio finestrone contemplava il giardino, gli alberi e, in lontananza, il contorno del lago. Non lo notai finché non mi avvicinai di qualche passo. Lui era ora seduto su di una poltrona davanti alla finestra ed indossava un camicione bianco e portava i capelli raccolti indietro. Aggirai la poltrona e lo guardai. I suoi occhi rimasero immobili. Quando mi accovacciai al suo fianco non batté ciglio. Lo vidi piangere e in quel preciso istante capii qual era il mio scopo nella vita: evitare che accadesse di nuovo… poi lui prese a dire ad alta voce una poesia di NERUDA che riconobbi subito… “Non t’amo come se fossi rosa di sale, topazio o freccia di garofani che propagano il fuoco: t’amo come si amano certe cose oscure, segretamente, tra l’ombra e l’anima. T’amo come la pianta che non fiorisce e reca dentro di sé, nascosta, la luce di quei fiori; grazie al tuo amore vive oscuro nel mio corpo il concentrato aroma che ascese dalla terra. T’amo senza sapere come, né quando, né da dove, t’amo direttamente senza problemi né orgoglio: così ti amo perché non so amare altrimenti che così, in questo modo in cui non sono e non sei, così vicino che la tua mano sul mio petto è mia, così vicino che si chiudono i tuoi occhi col mio sonno” … quindi disse ancora un “Mi manchi Chiara… dovrei salvarti ma non so che fare” ed a questo punto come s’era reso visibile, si dileguò, fra mille minuscole sfere sfavillanti. Ora potreste dire che solo la realtà empirica esiste e non la metarealtà. E con che prove potreste farlo? La metarealtà, cioè la realtà che sta oltre l’immediato sensoriale esiste ed è accessibile in molti suoi aspetti non appena l’occhio della coscienza si dilati, cosa che non sarà capitata proprio a tutti ma è accaduta a molti, abbastanza perché se ne possa parlare e si possano confrontare esperienze simili. In questo contesto di esperienza straordinaria, che presenta oggetti universali e collettivi, simili in tutti i tempi e luoghi, stanno, appunto gli angeli, come dato di metarealtà, di cui si può parlare e di cui si può raccontare la storia. Ma le realtà, poi, quante saranno? Per me gli angeli prima di conoscere Andrea costituivano una fabulazione irreale come le fate, gli gnomi o altre creature di cui potevo aver visto le immagini su qualche libro per bambini. Ora tutto è diverso. Ora so che gli angeli ESISTONO realmente ed a volte hanno i volti scuri e trafiggono il nostro sguardo con i loro occhi, ma noi non li vediamo.
Abbraccia il tuo Angelo Custode Chiara… lui è qua per te!!!!

OGNI RIRFERIMENTO A FATTI ACCADUTI E QUI NARRATI NON È CASUALE … BENSI’ LA PURA E SEMPLICE VERITA’

ALBERTO DE PRA
Capo Ufficio Stampa

  • 09 May 2017
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Andrea Brusa

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