COMUNICATI STAMPA

andrea brusa,PUBBLICATO IL 25/04/2017 su GRANDANGOLARE... settimanale U.S.A. con oltre 10 milioni di lettori: http://www.grandangolare.com/ -  Torino 12 aprile 2017… ore 18.03

PUBBLICATO IL 25/04/2017 su GRANDANGOLARE... settimanale U.S.A. con oltre 10 milioni di lettori: http://www.grandangolare.com/ - Torino 12 aprile 2017… ore 18.03

PARTE 1- 2 e 3
PUBBLICATO OGGI 25/04/2017 su GRANDANGOLARE... settimanale CANADESE rivolto alla comunità italiana all’estero ed in Italia con oltre 10 milioni di lettori:
http://www.grandangolare.com/

Torino 12 aprile 2017… ore 18.03

Solo chi è sceso in profondità nella propria solitudine e vi ha incontrato Dio è veramente capace di comunione anche con gli uomini, con tutti, senza discriminazioni. Per tutti coloro che come lo “scrittore” piemontese Andrea desiderano vivere il deserto nella città o che non hanno altra scelta che risiedere nel mondo per provare appieno il senso del sacro, della lealtà, dell’onore, della giustizia, della gerarchia, della fedeltà, del sacrificio e prima ancora dell’onesta, dell’umiltà e il senso di responsabilità… e non per ultimo l’amore senza limiti nei confronti della sua famiglia e di sua moglie. Cosa importa ciò che crediamo di sapere. Alla fine non si può negare la verità. Ecco la cronaca di quanto da me puntualmente annotato nel corso dell’ultimo incontro a ridosso della Pasqua la scorsa settimana.

Quel pomeriggio mi trovavo in casa. Alzando casualmente il capo, intravidi nella stanza una luce che si fece man mano piú forte fino a divenire più intensa di quella naturale. In mezzo a quel bagliore apparve la figura di un giovane di una bellezza straordinaria. Lo osservai stupito e vidi che stava appena sollevato da terra. I suoi piedi erano nudi, indossava una tunica scintillante e aveva due ali splendenti. Continuai ad ammirarlo, rapito dalla dolcezza e maestà di quel volto. La visione durò a lungo, finché svanì così come era venuta. Col passare dei giorni, non riuscivo a cancellare dalla mia mente la bellezza di quell’apparizione e la dolcezza provata di fronte a quella luce. Era come se mi accompagnasse silenziosamente ovunque. Non avevo mai creduto, dopo l’età della fanciullezza, che le visioni fossero una cosa reale: le avevo sempre ritenute frutto della fantasia eccitata. Ma ora andavo ripensando che il giovane mi si era mostrato mentre ero tranquillamente rilassato senza nessuna eccitazione. Non basta evidentemente dire di aver sognato qualcuno per poter affermare che una persona sia apparsa ai propri occhi. È una prospettiva diversa la mia. Nella prima non c’è nulla di misterioso, è un prodotto della psiche di chi sta sognando; nella seconda (ed è il mio caso) si tratta invece di un intervento esterno, una presenza effettiva.
La calma che aveva accompagnato, in me, l’accadere della cosa, era stata tale da farmi realizzare molto chiaramente tutti i particolari di quanto mi si era mostrato. Non riuscivo a comprendere e, ripensando alle ali di quell’essere, andavo ripetendomi meravigliato che forse si trattasse di Andrea… o meglio… dell’Angelo che anni fa prese posto in lui.
Attesi di comprendere il significato di quanto mi stava accadendo, e fu allora che effettivamente udii la sua voce che mi disse: «Osserva bene questo luogo. Lo riconoscerai: è stato prescelto per il nostro prossimo incontro». Tutto scomparve, e mi restò una calma serena. Cercai di indagare la natura dell’incontro promessomi. Pensai che l’apparizione sarebbe tornata a mostrarsi lassù nella natura anziché tra le pareti di casa. Questa mi parve una risposta; ma sentivo che non era tutto. Ricordai quanto mi aveva detto Andrea: «Mi rivedrai». Decisi di restare tranquillo nell’attesa. La notte del 15 aprile, l’Angelo mi comunicò: «Dopodomani, nel primo pomeriggio, prenderai la tua automobile e ti recherai nel centro di Torino. Là saprai cosa fare». Vincendo ogni titubanza, il giorno stabilito partii. La città era percorsa da molte persone e turisti. Giunto sul posto, non dovetti pormi troppi problemi perché la voce di Andrea giunse puntuale ad indicarmi la via.
«Devi recarti da quella parte», mi disse… e mi indicò la collina. «La ti saranno date altre indicazioni utili a condurti al luogo dell’incontro». Indiscutibile era però il mistero: non capivo perché fossi stato invitato a recarmi su per la collina Torinese… poi mi ricordai che quello era il posto in cui lui e sua moglie si vedevano da fidanzati ed allora capii. Arrivai al luogo dell’incontro che il sole era già al tramonto.

Intanto camminando ebbi modo di riflettere su di Andrea. Quello di vivere lontano da tutti… da un mondo che non gli appartiene e del quale senza sua moglie… la sua protetta… non vuole far parte… è solitudine, non isolamento. E il suo silenzio contemplativo è denso di parole e di presenze. Lui è un vero Angelo tra gli uomini e la solitudine consente un emergere tutto particolare del male del mondo che, in prospettiva, può venire analizzato con maggiore lucidità e combattuto con una contestazione interiore. La sua vita di preghiera è la contestazione più profonda di questo mondo utilitario in quanto mette in crisi il modello antropoculturale che lo esprime. Lui non ha niente delle “anime inquiete” che partono alla ricerca dei paradisi lontani o di quelle che fuggono dal proprio passato. Non è l’artista alla Gaughin o alla Conte di Montecristo dei racconti ottocenteschi. Qui non c’è l’insofferenza per la banalità della vita, né lo spirito di avventura. Ma una vocazione profonda quando parte delle tentazioni sono già sotto controllo. Fin da quando arrivò dalla sua protetta, circa 10 anni or sono, invece di permettere ai suoi pensieri di girare solo intorno a sé e la sua situazione, Andrea decise di iniziare a vivere per gli altri. Iniziò a lottare consciamente nella sua vita dei pensieri contro i pensieri di solitudine, di scoraggiamento e di autocommiserazione, e lasciò che la pace di Dio governasse invece nel suo cuore. Ogni volta che si presentava un pensiero negativo lui immaginava di sbatterci contro una porta, in modo che non subentrasse e non avesse alcun potere su di lui.

Della «separazione dal mondo» l’Angelo che è in Andrea accentua gli aspetti più simbolici ed interiori ridimensionando quella separazione fisica che però conserva in alcuni momenti e aspetti della sua vita e ritiene comunque necessaria. La città, per lui, è il simbolo del cammino terreno degli uomini, con il suo carico di solitudini, di incomunicabilità, con i suoi rumori, i suoi mali. La città è il moderno deserto in cui l’uomo stesso costruisce i suoi idoli, il successo, i piaceri, il consumo sfrenato, il mito dell’efficienza, dell’effimero, l’idolatria dei poteri. Ma la città è anche il luogo in cui gli uomini sono chiamati ad incontrarsi, a vivere la storia e il tempo che è stato loro donato, ad incontrare Dio, a camminare verso la celeste Gerusalemme sapendo che però nel mistero essa è già presente nel mondo. È qui, sul campo, che un Angelo Custode come lui, testimonia la speranza che ha nel cuore, realizzando con la sua vita una nuova e tutta interiore fuga mundi. Essere nel mondo senza essere del mondo: cioè amarlo e odiarlo, come ha fatto Gesù. Per tanto tempo mi sono chiesto perché Dio abbia delle preferenze, perché tutte le anime non ricevano grazie in grado uguale; mi meravigliavo perché prodigò favori straordinari a Santi che lo offesero, come san Paolo, sant’Agostino, e perché, direi quasi, li costrinse a ricevere il suo dono; poi, quando lessi la vita dei Santi che Nostro Signore ha carezzato dalla culla alla tomba, senza lasciare sul loro cammino un solo ostacolo che impedisse di elevarsi a lui, e prevenendo le loro anime con tali favori da rendere quasi impossibile che esse macchiassero lo splendore immacolato della loro veste battesimale, mi domandai: perché i poveri selvaggi, per esempio, muoiono tanti e tanti ancor prima di avere inteso pronunciare il nome di Dio?

Erano nel frattempo solo pochi minuti che mi trovavo lì a pensare, e a sognare di poter tornare indietro, a sperare di vederlo… e come per miracolo, eccolo apparire all’orizzonte. Il vento mi accarezzava i capelli e il viso arrossato dalla fatica, sembrava che volesse consolarmi, sussurrandomi qualcosa all’orecchio. Il cielo della collina torinese era ancora movimentato, flussi di gente frettolosa affollavano le strade, ma io mi sentivo solo nella folla. Nonostante quella dolce brezza collinare fosse tiepida, cominciavo a sentire dei brividi sempre più frequenti scorrermi sulla schiena. Non riuscivo a muovermi, ero rimasto come paralizzato, dai ricordi, dal passato, dal rimpianto di non essere riuscito ad essergli da aiuto, ed ora… ora le lacrime scorrevano lente, ed io non facevo nulla per nascondere il mio dolore, mi sembrava che rimanere lì immobile potesse servire a sentirmi meglio, mi sembrava che stringere una delle sue piume delle ali mi facesse sentire vicino più a lui… pensavo che restare immobile nell’ultimo luogo in cui siamo stati a parlare potesse consolare il mio cuore. Avvicinavo la piuma al viso e socchiudendo gli occhi inalavo il suo profumo, di cui era ancora impregnata. Un profumo che mi era familiare, che mi trasportava nel passato, che mi faceva rivivere la magia di quelle lunghe interviste notturne in cui egli mi parlava di sua moglie. Cullato dai pensieri, accoccolato nei ricordi, sfogavo il mio dolore. La gente mi osservava, passando distrattamente mi volgeva lo sguardo, un po’ stupita, ma indifferente, qualcuno mi sfiorava, qualcun altro mi urtava, ma con disattenzione non notavano il mio dolore. Qualcun altro più attento alle emozioni altrui, si fermava, mi osservava con pietà, poi si avvicinava, ma non aveva il coraggio di parlare. Sapevano, inconsciamente che le loro parole erano inutili, d’altronde non avevo di certo bisogno delle parole di uno sconosciuto desideroso di fare una buona azione, non avevo bisogno di frasi fatte, non avevo bisogno di nessuno. Avrei voluto sentire una sola voce, una voce che ormai era troppo lontana da me. Poi come per incanto mi ritrovai solo. Era una notte stellata come quella rappresentata da Van Gogh, in uno dei quadri che amo di più, e che esprime quello che lui sente essere la “Notte stellata” in un dipinto mozzafiato il cui intento fu quello di rappresentare una notte che ammalia e stupisce per l’energia che emana, attraverso le pennellate vigorose e rotatorie. Rimirando quelle gemme incastonate nella volta del cielo, quelle che brillano di notte per cogliere gli sguardi di noi sognatori ad occhi aperti, mi sentii aprire il cuore di fronte all’immane spettacolo del Creato. L’Universo, con la sua grandiosità, su di me ha un effetto catartico: mi purifica, mi riempie di gioia e serenità il cuore, mi commuove e mi commuoverà sempre. Per prima cosa il mio sguardo si diresse alla Luna, ne verificò la fase, soffermandosi qualche secondo in più se fosse nel pieno del suo splendore; poi, andò alla Stella Polare e cercò di identificare la costellazione dell’Orsa Maggiore; o Grande Carro: per me, il Grande Carro dell’esistenza. I latini avevano una parola per definire come mi sentii in quei momenti. Ora quel termine non esiste più, ma io non me lo dimenticherò mai: caeicola, abitante del cielo, ma soprattutto creatura dell’Universo. Sono composto anch’io di polvere di stelle.

Ed ecco Andrea, di fronte a me. Senza indugiare cominciò a parlarmi e mi riportò una sorta di storiella che mi disse avere letto tempo addietro: “Ad un combattente vietcong, caduto in uno scontro a fuoco con i soldati governativi sudvietnamiti, fu trovata in un taschino questa preghiera. - Ascolta, o mio Dio, vorrei confidarti alcune cose: mi hanno sempre detto che non esisti, e come uno sciocco vi ho creduto. Ieri sera da una trincea ho ammirato il cielo. Ho compreso immediatamente che mi avevano imbrogliato. Se avessi considerato le cose che hai creato, avrei capito che quelli non dicevano la verità. Strano... Dovevo venire in questo luogo d’inferno per avere il tempo di vedere il tuo volto. Bene, penso che non vi sarà più molto da dire. Ma sono contento, o mio Dio, di averti incontrato, oggi. Immagino che l’ora zero sarà presto qui: non ho paura, perché so che mi sei vicino. Il segnale!... Bene, devo andare... Ho tanto bisogno di te, tanto, o Signore! Questo vorrei che tu sapessi. Adesso, questo attacco sarà terribile... Chissà?... Può darsi che io venga stasera ad incontrarti. Mi domando, o Signore, sebbene prima io non fossi tuo amico, se mi aspetterai alla tua porta... Quanto tempo che ho sprecato in tutti questi anni... Ora devo andare, arrivederci! Strano... Da quando ti ho incontrato, o mio Dio, non ho più paura di morire...
Segui il suo esempio ALBERTO".

Pochi minuti e l’angelo custode scomparve e io non sentii più la sua intima voce e allora mi accorsi che, forse, l’aver tanto desiderato qualcosa era una grave colpa e per questo cercavo qualsiasi cosa che mi facesse soffrire. Stavo da solo seduto in un angolo di una panchina in una strada buia, come chi soffre per una pena che tiene nascosta agli altri. Era l’angelo più bello che avessi mai visto in vita mia! Toh! Anche lui è un angelo musicante! Imbracciava un flauto traverso (disse che l’aveva comprato insieme a sua moglie Chiara) come se fosse una bambola! Lo osservai con sguardo critico e al contempo interessato: Andrea, l’angelo con “l’ala spezzata” sembrava una nota stonata in quel contesto… Quel miserello mi suscitò una tale compassione che fui costretto a pensare e a fare riferimento anche a noi, comuni mortali… non siamo un po’ tutti angeli con l’ala spezzata? Anche io sogno ogni tanto di volare da solo, sorvolare questa umanità sofferente, sorvegliare i bambini abbandonati e per ogni bimbo che soffre mi chiedo se la sua ala sia spezzata. E desiderare fortemente con tutto il mio amore di curare quella ferita con il farmaco della musica. Allora dal mio povero cuore si levò un canto. Fu un miracolo o forse un sogno, non so bene, ma a tre passi da lui l’unico sfavillio che percepii prima che se ne andasse proveniva dagli occhi dell’angelo. Un’ultima frase mi disse Andrea commosso sino alle lacrime prima di andarsene nel nulla… che riporto qui alla lettera: “Fino a qualche tempo fa non avrei mai pensato di poter amare qualcuno in questo modo. Non pensavo che l’amore potesse essere tanto intenso. Amore. Amore che è profondissima amicizia. Io senza di mia moglie Chiara non riesco a stare, riesco a notare un suo sorriso ancora a occhi chiusi. Amo lei talmente tanto che travalico i labili confini che separano amore e dolore. Mai la felicità è stata tanto vicina alla sofferenza. Per me la vita ormai inizia quando la vedo e s’interrompe purtroppo bruscamente quando dobbiamo lasciarci. I suoi baci mi lasciano sempre appagato ma mai sazio. Vorrei rendere quegli attimi eterni. Vorrei che non esistesse la lontananza. Vorrei che la dimensione del tempo fosse spazzata via…” – e poi ancora rivolgendosi a me e dandomi del lei – “Ho bisogno che lei mi aiuti. Voglio che mi possa aiutare a urlarle quanto conti per me. Desidero che mi faccia uscire da questo silenzio e mi permetta di comunicare a mia moglie tutto ciò che sento per lei. La prego, mi aiuti davvero a comunicarle tutto il mio amore”.

Ma come è possibile che sua moglie non possa scoprire chi lui sia VERAMENTE!!!! Vola, Angelo Custode incarnato, vola più in alto che puoi. Vola con tutte le tue forze e non fermarti mai… ma stai attento... continuando a mostrati così ti indebolirai del tutto e perderai tutte le tue facoltà… ricorda che la tua anima e strettamente legata a quella di Chiara come mi dicesti tu un tempo… in ogni caso se un giorno guardando giù in basso, dovessi vedermi camminare, gettami una tua piuma. Una sola piuma mi basterà per sognare di volare anch’io e proseguirò dove tu mi indicherai.
Difficile a credere che quanto scritto e riportato sia la cronistoria fedele di quanto da me vissuto… ma fu TUTTO ASSOLUTAMENTE REALE….

ALBERTO DE PRA
Capo Ufficio Stampa

  • 25 April 2017
  • 14

Contattami

Andrea Brusa

Il tuo messaggio è stato inviato!