COMUNICATI STAMPA

andrea brusa,PUBBLICATO IL 18/04/2017 su GRANDANGOLARE... settimanale U.S.A. con oltre 10 milioni di lettori: http://www.grandangolare.com/ - AL DI LA’ DELLE NUVOLE

PUBBLICATO IL 18/04/2017 su GRANDANGOLARE... settimanale U.S.A. con oltre 10 milioni di lettori: http://www.grandangolare.com/ - AL DI LA’ DELLE NUVOLE

PUBBLICATO OGGI 18/04/2017 su GRANDANGOLARE... settimanale CANADESE rivolto alla comunità italiana all’estero ed in Italia con oltre 10 milioni di lettori:
http://www.grandangolare.com/

Al di là delle nuvole

La ragione umana è naturalmente portata a conoscere la verità: quella relativa al mondo materiale come quella relativa al mondo spirituale. Però la ragione trova sulla sua strada innumerevoli difficoltà, impedimenti, ostacoli: la fretta, le passioni, gli interessi, le ideologie, ecc… che possono impedire il raggiungimento della verità. Ma quanto più difficile è il raggiungimento di tali verità tanto sono più preziose e la loro conquista è sempre accompagnata da una gioia immensa. La mia esperienza da giornalista… in una serata di primavera con un Angelo in carne ed ossa.

“Il nome mio nessun saprà”, canta il principe Calaf, il tenore nella Turandot, la celebre romanza di Puccini. Penso che tutti, anche i non melomani, abbiano ascoltato almeno una volta Pavarotti cantare questa celeberrima aria d’opera che conclude con il “Nessun dorma” e con l’acuto “Tramontate stelle, all’alba vincerò”. Un’opera in cui lo stesso librettista Simoni intende conferire credibilità umana, seppure nella cornice di una fiaba, ad un dramma dell’esistenza eterno e misterioso: la ricerca della Verità, intima, individuale, indefinita che spesso preferiamo ignorare, per non soffrire, per non guarire. Perché altrimenti diventeremmo quello che abbiamo paura di essere. Completamente vivi» … una paura che può assalire anche noi, inducendoci a isolarci e cercare rifugio in convinzioni costruite a tavolino, mentre la verità si svela nell’incontro e si nutre di dialogo. La verità è la forza che spinge ciascuno a tentare l’impossibile pur di poter scoprire il mistero racchiuso in sé. Essere se stessi, mettersi a nudo, è una grande prova di coraggio. Non dobbiamo vedere sempre la vita come una vasta giungla, sempre in mezzo a iene ed avvoltoi, si quelli ci sono ed è anche fin troppo evidente, ma ci saranno sempre. Al giorno d’oggi tutti vogliono apparire, mostrarsi uomini e donne che non devono chiedere mai… errando. Pochi “sono” davvero!!! La verità è la forza dirompente di una esistenza che si fa energia pura, emanazione di luce nella ricerca continua di risposte e punti di contatto tra la vita terrena e l’immortalità, che spinge verso l’ardito tentativo di superare se stessi. È la tragedia immanente dell’uomo che lascia i suoi affetti, le sue certezze, il suo mondo per inseguirla, è la divina bellezza, il sogno, la meraviglia come Turandot viene descritta dal Principe Ignoto, e per gli spiriti immortali, per quanti sono capaci di “sciogliere enigmi”, è la legge dell’Essere. Turandot è un’opera caratterizzata da forti contrasti, è evidente fin da subito; l’uso insistito di simboli enfatizza ancora di più questo aspetto. Ma Turandot, oltre ad essere l’opera dei contrasti, è anche l’opera del Mistero. Il Mistero è ovunque, ed è, a mio parere, il vero soggetto della rappresentazione. Lo si ritrova in mille sfaccettature diverse, e non smette mai di far meravigliare, interrogare e riflettere lo spettatore. Ci sono i misteri palesi, legati agli enigmi di Turandot, e poi all’enigma del nome di Calaf, il principe straniero; ma soprattutto c’è il mistero rappresentato dal personaggio stesso di Turandot, emblema del femminile; senza dimenticare il grande Mistero dell’Amore, e infine il Mistero dell’Altro, concetto fondamentale, anzi, da mettere al primo posto. Turandot era una bellissima, solitaria ma crudele principessa che sotto pressione del popolo di Pechino acconsente a sposarsi, ma ad una condizione: il giovane sposo dovrà essere in grado di sciogliere i tre enigmi da lei proposti: se fallirà, morirà. Un principe spodestato di nome Calaf, che non riesce a resistere alla bellezza di Turandot, decide di provare a risolvere gli enigmi. Sotto queste note che fanno da sottofondo ad una storia d’amore come tante, si nasconde il più grande segreto del Maestro Puccini. Un mistero ai confini della realtà, un viaggio da Oriente a Occidente al limite della verità, il cui tratto predominante è tuttavia la sensazione di positività che è in grado di trasmettere.
Solo in pochi sono capaci di ignorare la saggezza popolare, sono capaci di non adagiarsi sulle consuetudini di un mondo senza avversità e senza sfide, di rinunciare agli affetti e all’amore domestico per dedicarsi ad una sfida della quale l’alternativa alla sconfitta è la morte…. ed è questo il caso dell’autore piemontese Andrea Brusa.

Quando abbiamo iniziato questo viaggio insieme con Andrea vi ho invitato a mettere piede su una barca strana, un vascello dalle dimensioni sconosciute, lasciando che prendesse il largo, senza in realtà sapere dove stavate andando; vi ho suggerito d’affrontare lo sconosciuto con un cuore aperto, senza alcun sostegno apparente, senza alcuna promessa. Nell’imbarcarci in questo viaggio interiore, abbiamo deciso di usare come bussola una corretta presenza mentale, portare come testimoni del momento presente un’attenzione vigile, un’osservazione sagace ed una chiara visione, e d’essere pronti ad affrontare qualsiasi impedimento od ostacolo che dovesse presentarsi sul nostro cammino, con una consapevolezza risvegliata e con la nostra presenza pura. Una simile pratica richiede un profondo impegno, perseveranza e "fervida pazienza", per tornare costantemente indietro, ogni volta, sempre a questo momento. Intanto con l’avvicinarsi dell’abituale incontro con Andrea incominciai ad avvertire strane sensazioni, la testa si alleggeriva da tanti pensieri, cominciai a pensare a tutto il male che avevo fatto, ma questo in pochi secondi, tutto si svolgeva molto velocemente e non ero io a guidare la mia mente. Forse in meno di un minuto mi resi conto che la mia vita era stata solo un fallimento, scoppiai a piangere, singhiozzavo, fiumi di lacrime mi cadevano dagli occhi e Lui – Andrea - lì, che mi fissava… come comparso dal nulla… nel cuore della notte, e sentivo che mi diceva perché avevo compiuto tutto quel male. Perché ero stato così cattivo e chi avevo pregato così tanto per la mia conversione? Nella serata calda, ventilata, la compagnia era allegra e leggera. Lo stupore della chiamata acuì la necessità di attivarmi, di uscire dalla dimensione in cui mi trovavo. Mi si chiedeva di entrare nella dimensione di presenza attiva, consapevole e soprattutto responsabile per qualcun altro.

Ci sono legami come quelli tra lo “scrittore” e la sua dolcissima moglie Chiara così profondi e duraturi da sfidare le coordinate spazio-temporali in cui ci muoviamo abitualmente, per raggiungere una dimensione rarefatta e impalpabile della coscienza, un territorio in cui l’amore è l’unico codice in grado di dare forma alla realtà. Esiste uno spazio incorporeo, mosso da leggi diverse da quelle cui siamo abituati nella fisicità, un luogo colmo di verità e di emozione e privo di maschere: è lì che tutti noi sperimentiamo e condividiamo i sentimenti più profondi. Spesso senza saperlo. Ci sono anime che prendono su di sé il compito di ricordarci l’esistenza di questa realtà, fatta di coinvolgimento, fiducia ed abbandono. Creature Angeliche che scelgono di portare un messaggio profondo nella nostra esistenza materiale, malata di cinismo e indifferenza. Esseri venuti a ricordarci che siamo qui per canalizzare l’amore e far risuonare le sue frequenze più elevate. Sono persone speciali, capaci di creare un ponte tra l’impalpabilità delle emozioni e il nostro mondo pieno di difficoltà.

E proprio come Turandot chiede: "Chi sono?" lo stesso si domandò Andrea. È sempre in gioco, in fondo in fondo, anche in lui l’enigma della propria identità più autentica. “Seguimi… ti farò vedere una cosa” – disse a me. Aprì un vecchio libro e mi mostrò una foto. “Sai cos’è? – disse. Molti lettori potrebbero aver già visto quest’immagine… si trattava di una famosa scultura, espressiva quanto meravigliosa, l’ultimo capolavoro dello scultore William Wetmore Story e che si trova nel cimitero acattolico di Roma. “Conosci la sua storia?” – aggiunse – “È dedicata alla moglie, sua compagna e “musa ispiratrice”, la cui mancanza non riusciva più a sopportare. Pochi mesi dopo, morì anche lui. Adesso il monumento funebre contiene i resti di entrambi e di loro figlio Joseph, morto a Roma quando aveva solo 6 anni. Si narra che l’angelo del Dolore (così è stata chiamata la scultura) andò a deporre dei fiori presso la tomba. Ma il suo dolore fu così forte che si accasciò e cadde a terra; la sua tristezza fu così profonda che le ali, perdendo il loro splendore, appassirono avvolgendo il suo corpo. In effetti the Angel of Grief è una stupenda scultura in marmo e pietra. L’angelo è inginocchiato davanti ad un piedistallo, con la testa appoggiata sul suo braccio, mentre piange con il volto nascosto. La sua mano penzola impotente oltre il fronte del piedistallo, e la curvatura delle dita così ben dettagliata conferisce un’incredibile sensazione di tristezza e di vuoto all’intera parte frontale della scultura. Alcuni fiori di pietra sono sparsi alla base del piedistallo, come se l’angelo li avesse fatti cadere attanagliato dal dolore in un momento di sconforto. Anche le ali, che normalmente si ergerebbero alte, diritte e fiere, sono tristemente curve e piene di grazia sulla schiena dell’angelo, dando l’impressione che abbia perso la speranza. Il corpo si è come abbandonato totalmente al suo dolore e la sensazione che trasmette l’opera è di straziante umanità. Il risultato di notevole realismo ha reso quest’immagine famosa, e non c’è da stupirsi che sia diventato un modello di monumento funebre copiato in tutto il mondo, rendendolo popolare soprattutto negli Stati Uniti, dove sono presenti molte riproduzioni dell’opera.

Mentre riflettevo, le orecchie d’Andrea presero intanto a fischiargli e la stanza a girare. Riconosceva questa sensazione, gli è capitata altre volte anche in mia presenza… stava per svenire. Non voleva di nuovo fare una figura del cavolo, gli veniva quasi da ridere al pensiero, fu un miracolo se riuscì anche solo ad arrivare alla fine del corridoio. Fissò i muri bianchi a pallini neri, e si accorse che i muri non avevano mai avuto dei pallini neri! Fantastico, questo era un brutto segnale. Non riusciva più a muovere il braccio e rimase piegato in due per il dolore alla pancia. Fu come se lo stessero accoltellando. Altro brutto segnale. Si lasciò cadere sul pavimento sperando che rannicchiandosi il dolore smettesse, ma a quanto pare i suoi nervi non furono d’accordo con lui. Sentì i suoi poteri angelici uscire di nuovo dal suo corpo e non riuscì assolutamente a riportali al loro posto. Stava perdendo il controllo. Cavolo, non riusciva neanche ad alzarsi senza ricadere di nuovo sul pavimento. Doveva fare qualcosa o sennò era morto e spacciato. Con le ultime forze rimastegli lanciò un urlo silenzioso di aiuto a Chiara sperando di avere avuto abbastanza facoltà da riuscire a far recapitare il messaggio, anche se ne dubitò immediatamente. “Ho perso tutti i miei poteri?” – mi chiese. “È difficile a dirsi” – risposi – “dipende solo da te. Devi lavorarci su, e quando sarai pronto ed in grado di controllarli riuscirai a sbloccarli. Tuttavia resti pur sempre un Angelo Custode, il tuo corpo è robusto, le ferite guariscono in fretta e puoi volare, non hai niente di umano se è questo che ti preoccupa”. Ripeté la parola che odiava più di ogni altra cosa con una smorfia di disgusto. Raccolse alcuni oggetti e dopo avermi preso per mano si smaterializzò.

Ma prima che questo accadesse mi disse: “Sai, ho capito quanto l’amo e quanto Chiara abbia amato me e mia figlia, con lei voglio una famiglia proprio perché lei è quello che non mi aspettavo, lei è ciò che non cercavo, ma ciò che ogni uomo desidera... voglio urlarlo a tutti che l’amo”. Dentro di me lo sapevo… si preparava a questo giorno da sempre, era nato sapendo che di notte, nel sonno, l’avrebbe incontrata. I suoi fratelli e sorelle Angeli gli avevano raccontato della sua luminosa bellezza, della sua generosità e del fatto che non importa quanto assurde potessero essere le richieste, Lui le avrebbe accolte tutte.

L’amore eterno, cari miei lettori, esiste e non può spezzarlo neanche la morte ed agli scettici come la famiglia della moglie di Andrea ricordo che a rivelarlo è stato addirittura uno studio dell’Università dell’Arizona, pubblicato sulla rivista americana ’Psychological Science’ in cui si dichiara: il benessere di un partner continua ad essere influenzato dall’altro anche dopo la morte di uno dei due, con la stessa intensità di quando era in vita. "Le persone a cui teniamo continuano a influenzare la qualità della nostra vita anche dopo la loro morte", spiega Kyle Bourassa, dottorando di psicologia all’Università dell’Arizona e capo del progetto. L’equipe di Bourassa si era già concentrata in passato sull’apporto psicologico delle relazioni sentimentali alla vita delle persone. In studi precedenti i dottorandi di psicologia dell’Arizona avevano dimostrato come in una coppia la salute fisica e mentale dei partner fosse strettamente interdipendente. Il nuovo studio mostra "che la qualità della vita di un vedovo o di una vedova - spiega Bourassa - risente dell’influenza del coniuge deceduto proprio come se questi fosse ancora in vita". Oltre a confermare la stretta dipendenza che c’è tra il benessere dei coniugi, la ricerca mostra che questo fenomeno continua anche dopo la morte di uno dei due partner, indipendentemente da età, stato di salute e anni di matrimonio. Ma ciò che colpisce è che il "legame" tra il partner deceduto e quello in vita non presenta differenze rispetto a quello tra coniugi ancora entrambi vivi. Adesso la ricerca si focalizzerà sui motivi di questo stretto legame anche dopo la morte.
Io non sarò uno scienziato ma posso dire di aver visto e di conoscere già la risposta. Dunque, per confutare coloro ai quali sembra prudente rifiutarsi di credere ciò che non possono vedere, io, benché non sia in grado di mostrare a occhi umani la realtà divina, tuttavia posso dimostrare alle menti umane che si devono credere anche quelle cose che non si vedono (e detto questo io comunque ho visto). E, in primo luogo, a coloro che la stoltezza ha reso così schiavi degli occhi carnali che giudicano di non dover credere ciò che con quelli non scorgono, va ricordato quante cose non solo credano ma anche conoscano, che pure non possono vedere con tali occhi. Ma, chiunque tu sia, tu che non vuoi credere se non ciò che vedi, ecco, tu vedi con gli occhi del corpo i corpi presenti e vedi con l’animo, poiché sono nel tuo animo, le tue volontà e i tuoi pensieri del momento; ora dimmi, ti prego, la buona disposizione del tuo amico verso di te con quali occhi la vedi? Nessuna disposizione, infatti, si può vedere con gli occhi del corpo. O vedi forse con il tuo animo anche ciò che avviene nell’animo altrui? Ma se non lo vedi, come ricambi a tua volta la benevolenza dell’amico, dal momento che non credi ciò che non sei in grado di vedere? O, per caso, stai per dire che vedi la disposizione altrui dalle sue opere? Dunque, vedrai i fatti e sentirai le parole, ma, circa la disposizione dell’amico, tu sarai costretto a credere ciò che non si può né vedere né sentire. Quella disposizione, infatti, non è né un colore né una forma che si imponga agli occhi, non è un suono o una melodia che penetri negli orecchi, e non una tua disposizione, che sia percepita da un moto del tuo cuore. Non ti resta, pertanto, che credere ciò che non è né visto, né udito, né percepito dentro di te, affinché la tua vita non rimanga vuota, senza alcuna amicizia, o l’amore che hai ricevuto non sia, a tua volta, da te ricambiato. Dove è dunque quel che dicevi, e cioè che non devi credere se non ciò che vedi, all’esterno con il corpo o, all’interno, con il cuore? Ecco, a partire dal tuo cuore tu credi ad un cuore non tuo, e là dove non drizzi lo sguardo della carne e della mente, ci destini la fede. Tu, con il tuo corpo, scorgi il volto dell’amico, con il tuo animo discerni la tua fede: ma la fede dell’amico tu non puoi amarla se, a tua volta, non hai in te quella fede con la quale credi ciò che in lui non vedi.
Ma ripeto… per me è comunque diverso… io ho visto… l’ho visto… e spero che Chiara, sua moglie, lo salvi.

ALBERTO DE PRA
Ghostwriter e Scrittore Freelance
CAPO UFFICIO STAMPA

  • 18 April 2017
  • 14

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Andrea Brusa

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