COMUNICATI STAMPA

andrea brusa,PUBBLICATO IL 04/04/2017 su GRANDANGOLARE... settimanale U.S.A. con oltre 10 milioni di lettori: http://www.grandangolare.com/ - Nel cielo di Torino l’eterna lotta tra il BENE ed il MALE… ne è protago

PUBBLICATO IL 04/04/2017 su GRANDANGOLARE... settimanale U.S.A. con oltre 10 milioni di lettori: http://www.grandangolare.com/ - Nel cielo di Torino l’eterna lotta tra il BENE ed il MALE… ne è protago

PARTE 1 - 2 e 3
PUBBLICATO OGGI 04/04/2017 su GRANDANGOLARE... settimanale CANADESE rivolto alla comunità italiana all’estero ed in Italia con oltre 10 milioni di lettori:
http://www.grandangolare.com/

Nel cielo di Torino l’eterna lotta tra il BENE ed il MALE… ne è protagonista il noto autore piemontese

Viviamo in un tempo minaccioso, in cui è difficile riconoscere il profilo del bene. La violenza gratuita su vittime inermi occupa i giornali, le televisioni, i siti web di tutto il mondo. Le manifestazioni del male appaiono ai nostri occhi come una marea montante che il bene non è in grado di arginare. Il bene è silenzioso, nascosto. Ed è fragile. Ma tenace. Qua e là piccoli segni, gesti, parole ci ricordano che quello che chiamiamo “MALE” non è il solo attore della storia.

Quando un film comincia dicendo che la magia è dappertutto intorno a noi ma fra le prime cose che ti fa vedere c’è un modello di barca usato per trasportare un neonato nella baia di New York, allora si fa presto a capire che i problemi non saranno pochi. Ricavato dal romanzo di Mark Helprin, pubblicato nel 1983 e apprezzato dalla critica, "Storia d’inverno" segna il debutto alla regia del famoso sceneggiatore Akiva Goldsman. Il film racconta una romantica storia d’amore in cui i destini dei protagonisti s’incrociano, tra passato e presente. Non è, come specifica il sottotitolo “una storia vera, ma è una storia di vero amore”. Forse quasi a significare che una relazione così unica e profonda sia molto rara, o solo un gioco di parole per specificare che nulla è reale finché noi non iniziamo volontariamente a considerarlo tale. Un cast artistico d’eccezione, in cui Peter Lake (Colin Farrel) è un ladro e, fino a non molto tempo fa, lavorava per Pearly (Russel Crowe) un demone dell’inferno che si trova sulla terra per ostacolare il “lavoro” degli umani/ANGELI. Peter ha una storia alquanto singolare alle spalle, i suoi genitori (il padre è interpretato dal bellissimo e bravissimo Matt Bomer) erano malati e vennero rinchiusi in quarantena su una nave, per evitare che il figlio potesse ammalarsi lo calarono dentro una cesta dritto nelle acque del mare… come sia cresciuto il nostro “eroe” rimane un mistero, ma è sicuro che, a un certo punto, è stato preso sotto l’ala protettrice del malvagio Pearly (che in quanto demone è anche una specie di boss della malavita). Pearly ha tentato di plagiare Peter e farlo diventare uno dei suoi fedelissimi ma a un certo punto Peter ha abbandonato la banda di Pearly. Sfuggito ai cattivi, Peter si ritrova a passare davanti a una bella casa e, guarda caso, i proprietari se ne stanno andando proprio in quel momento lasciando l’abitazione incustodita… fatalità o destino? Così, il nostro ladro decide di fare un colpo, s’intrufola in essa e scopre… Beverly interpretata dalla dolce Brown Findlay, la cui bellezza e semplicità rendono il colpo di fulmine un innamoramento ricco di sentimenti e passione. Ma, come in ogni romanzo rosa che si rispetti, anche la sceneggiatura di Storia d’Inverno vede arrivare lo sconforto, l’imprevisto e la sfortuna; Beverly scopre di essere gravemente malata. Soffre di una mortale forma di tubercolosi e, come se non bastasse, il bel Peter deve difendersi dalla morte, minacciato da colui che un tempo era il suo mentore, il demoniaco Pearly. Sarà solo il tempo a spiegare il futuro ai nostri personaggi. Un futuro bisognoso di miracoli per risolversi, dove solo il tempo farà da testimone, facendoci scoprire se, di miracolo, ne accadrà almeno uno. Si tratta dell’eterna lotta tra il bene e il male, proprio come quella che sta affrontando il noto scrittore piemontese Andrea Brusa, ma questa volta nella realtà..

“C’è stato un incidente – chiarisce l’autore – mi trovo ad affrontare situazioni che purtroppo fanno parte della vita di ogni giorno, soprusi, violenze, discriminazioni e razzismo che sono ormai nei discorsi se non nelle azioni di molte persone dove il Male spesso è più forte del Bene. Il problema del bene e del male e della loro eterna lotta – come nel mio caso - ha sempre interessato il pensiero umano, ed è sempre stato oggetto di faticose ricerche e appassionate discussioni. Fin dagli albori della civiltà umana ci si interroga soprattutto sull’origine e il significato del male nel mondo, se sia possibile dare un senso, una giustificazione all’esistenza del male o se essa sia casuale e gratuita. Il bene ed il male derivano da forze superiori a quelle umane”.
È superfluo osservare che per gli atei la realtà del male è il pezzo forte, cioè l’argomento decisivo contro l’esistenza di Dio, ma si tratta di un’illazione troppo facile e semplicistica la conseguenza: cioè di una concezione meccanicistica della realtà e perciò aprioristica. L’esistenza del male è un grosso problema, il più grave e intricato, non solo per il teismo ma anche per l’ateismo. E per cominciare dal teismo, è proprio S. Tommaso a vedere nel «male» la prima difficoltà per ammettere l’esi¬stenza di Dio. Se esistesse Dio, non ci sarebbe nessun male. Ma il male purtroppo c’è nel mondo. Quindi Dio non esiste. Una riflessione a livello morale ed esistenziale che l’Angelico cerca di parare con una celebre risposta di S. Agostino: «Dio è talmente il Sommo Bene che non permette alcun male nelle sue opere se non fosse tanto onnipotente da ricavare il bene anche dal male» contribuendo ad esaltare la bontà di Dio in quanto permette il male per cavarne un bene maggiore.

Ma nessuna causa è persa finché ci sarà una sola persona come Andrea a combattere per essa… ed allora anche i miracoli diventano possibili. Fino a qualche tempo fa… prima di conoscere ed intervistare Andrea, alla domanda chi vorresti essere potendo scegliere… un demone o un angelo? - avrei risposto un demone. O forse un angelo, non so. Avrei detto che in fondo l’animo umano è votato al divino ma sedotto dal demoniaco, che siamo povere creature crudeli dal cuore puro, con un lato crudele e un desiderio di perfezione, sempre in bilico tra due fronti contrapposti. Adesso, invece, vorrei solo essere un angelo in grado di salvare una persona che mi sta molto a cuore… Andrea. Vorrei poter cancellare il suo dolore, la sua malattia, la consapevolezza che la sua strada è ormai giunta al capolinea, per quanto lui possa combattere. Vorrei essere un angelo come lui anche io per poterlo guarire, ma credo che una parte di me vorrebbe poter essere un demone per poter punire il destino così crudele, per stringere un patto e far sì che lui possa andare avanti. Invece sono solo umano e forse, se mi fosse data la scelta tra angelico e demoniaco, continuerei a voler essere comunque umano. Anche se significa non avere poteri, anche se significa non poter salvare magicamente vite o vendicarsi dei torti subiti. Potrei comunque aiutare le persone, nel mio piccolo, o rendergli la vita impossibile. Siamo tutti un po’ angeli e un po’ demoni, no? Sono le scelte che facciamo a far pendere la bilancia da un lato o dall’altro. Quindi mi accontento di quello che sono. Va bene così. Ma per l’autore piemontese è ben altra cosa vista la sua natura. Quanti torti abbiamo subito nella vita? Quante persone crediamo che ci abbiano tolto qualcosa, o che ci abbiano danneggiato ingiustamente? La vendetta è l’opposto del perdono: riuscire a causare al nostro carnefice lo stesso dolore che abbiamo patito, o, possibilmente, ancor di più, ci fa sentire bene tanto da cullare con grande accanimento anche solo il progetto di vendicarci. Il desiderio di rivalsa cos’altro è, se non un laccio che ci lega indissolubilmente a chi ci ha fatto del male? L’etimologia del termine perdono riporta al vocabolo latino dono, che, proprio come in italiano, significa donare: ciò fa riferimento all’elargizione da parte del (per)donante nei confronti del perdonato. Purtroppo in questo equivoco continuiamo a caderci tuttora: basti pensare alla tipica espressione “quella persona non è degna del mio perdono”, oppure “il perdono bisogna meritarselo”. Ma è vero il contrario: il primo beneficiario del perdono è esattamente colui che lo elargisce. Il nostro sbaglio è di concepire questa decisione come un beneficio reso ad altri, e di non accorgerci che nella nostra incapacità di perdonare non facciamo altro se non danneggiare noi stessi, ravvivando costantemente gli effetti deleteri che magari originariamente erano derivati da azioni altrui, ma che senza la nostra opera quotidiana si sarebbero estinti. Il rancore è una prigione della quale siamo sia artefici che vittime. Ed Andrea perdona coloro che tanto male gli stanno facendo al punto di portarlo alla morte.

Dice Andrea: “Un mondo che punta sulla materialità dell’esistenza umana, basandosi solo sulle capacità relazionali e razionali del singolo o del gruppo, senza ricercare la luce divina che viene da Cristo, è destinato a farsi del male. Senza questa luce è impossibile all’essere umano conoscere la sua verità, necessaria per vivere la propria dimensione non solo da se stesso. C’è da dire che spesso chi ha incontrato il chiarore di Dio non svolge bene il suo compito di farlo conoscere agli altri. Non vedono e non vogliono vedere, non si lasciano interrogare dalle situazioni ma semplicisticamente le giudicano! Può succedere così anche a noi quando, incapaci di vedere il bello ed il bene che c’è nell’altro - oppure anche in noi ed in Gesù - rischiamo di arrabbiarci, di cadere nell’ira. E allora gli altri ci possono sembrare nemici anche quando non lo sono e rischiamo di allontanarli… è quello che è capitato con la famiglia di mia moglie… io sono dalla loro parte e loro mi vedono come un nemico”. E così, come l’occhio può esprimere indifferenza a tutto: vede per vedere, ma senza guardare, comunicare sentimenti, emozioni, diventando lo specchio di un’anima arida o vuota o superficiale o, peggio ancora, gli occhi, a volte, sanno anche esprimere tanto disprezzo e odio, che assomigliano ad una fucilata e fanno tanto male. Quanto male si può provocare con una sola occhiata! Forse abbiamo occhi appannati o resi ciechi, dalle false luci del mondo, capaci di renderci ciechi alla vera luce. Dobbiamo saper usare "il collirio" di una fede veramente vissuta per aprirci alla luce. E così Andrea parafrasando un monologo di S. Agostino si rivolge a sua moglie CHIARA con copiose lacrime e la voce rotta dal pianto e dice: "O Vita mia per cui vivono tutte le cose, Vita che mi doni la vita, Vita che sei la mia vita, Vita per la quale vivo, senza la quale muoio: Vita per la quale sono risuscitato, Vita senza la quale sono perduto, Vita per la quale godo, senza la quale sono tormentato. Vita dolce e amabile. Ti prego, dove sei, dove ti troverò per morire a me stesso e vivere in Te? Sei vicina a me, nell’anima, vicina nel cuore, vicina nella bocca, perché sono malato, malato di amore perché senza di te muoio, perché pensando a te mi rianimo". Contengono queste parole tutta la passione di un vero ANGELO… Andrea che come dice lui per tanti anni visse come un cieco in cerca della luce e quando la trovò nella sua protetta e moglie Chiara la perse poco dopo ad opera di un Male implacabile.

Ma volete sapere come è avvenuto il mio primo incontro con Andrea… o dovrei dire con un Angelo VERO ed in carne ed ossa proveniente dal CIELO? Forse nel modo più facile per molti di noi, cioè attraverso il dolore. In un momento di profonda solitudine e sofferenza ho sentito la sua presenza. Del resto ci hanno proprio insegnato che i nostri Angeli ci stanno accanto per proteggerci e sostenerci. E in quel momento quello di cui avevo bisogno era proprio sentirmi protetto. Quello che ci permette di comunicare con un Angelo è semplicemente affidarsi, lasciarsi andare al cuore, senza volere controllare con la mente. Ma se per un bambino piccolo ciò è assolutamente normale, questo per una persona adulta può diventare molto difficile. La meditazione può aiutare a creare questa condizione di abbandono e può facilitare la comunicazione con il mondo delle Energie Sottili. Ma occorre un terzo ingrediente: l’intento. È fondamentale avvicinarsi ad un Angelo con l’intento di scambiare amore. Qualsiasi altra intenzione legata all’ego diventa un grandissimo ostacolo per questa comunicazione. Credo che sia questo il motivo che ha reso così semplice il mio primo incontro con l’Angelo incarnato in Andrea: non avevo alcun desiderio egoistico, volevo solo sentire pace dentro di me e l’incontro è avvenuto. Un vento dolce e caldo dietro di me, come di un batter d’ali, poi un dolce peso sulle spalle come una mano appoggiata o altra cosa ma sempre molto dolce, quasi timida; ho avvertito una presenza diversa da quelle che conosco ma sicuramente in pace e buona. Dopo aver esitato per il solito timore che mi prende quando qualche signore del cielo vuole comunicare con me, gli ho chiesto in un angolo di strada, dove per la prima volta intravidi l’autore piemontese… “dimmi, dolce presenza tu chi sei? Mi sembri in pace è vero o devo temerti? Se il Signore vuole fatti vedere e parlami, con l’aiuto di Dio ti ascolterò”. Così è stato, eravamo soli e dallo scrittore Torinese una forma angelica bianca con grandi ali si è materializzata avanti a me, nella sua luce protettiva lentamente si è presentato non di materia sicuramente ma di luce come, non riesco a descrivere, bello maestoso con un viso dolce e roseo. Ancora oggi, ogni volta che lo incontro di tanto in tanto mi capita di sentire una lievissima brezza sul viso, come un leggero soffio o respiro sulla guancia, sempre in assenza di correnti d’aria o di qualcuno che mi respiri accanto. Sono sicuro che sia lui… l’Angelo Custode di sua moglie CHIARA. Tempo fa, una notte mi è capitato di svegliarmi e nel buio della stanza vedere come una piccola nube arancione-rossastra, un bagliore, durato pochi secondi. Non c’era nessuna luce accesa. Il giorno dopo, "per caso" (ma niente accade per caso) mi sono ritrovato a leggere la seguente frase: "Secondo Jorg Sabellicus, l’angelo si manifesta come una forma gloriosa, un suono arcano, un sigillo luminoso, che lampeggia subitaneo nella penombra. È un fulgore improvviso, rosso o azzurro, che ferisce lo sguardo, provocando una sensazione di sgomento, come se un brivido intenso e incoercibile si diffondesse in tutte le membra”. Beh, davanti a quella luce misteriosa, la sensazione provata era esattamente quella di sgomento ed un brivido mi ha percorso la schiena, anche se è durato pochi secondi! Quello che Chiara, sua moglie non sa, è che le sue facoltà stanno andando a scemare a causa della sua lontananza. Ed ora le parti si invertono e proprio come in un film solo lei potrà salvarlo. Per la famiglia di sua moglie, scettica di natura vorrei che riflettesse su quest’ultima frase di William Sydney Porter: “Se dici a un uomo che nell’universo ci sono miliardi di stelle, egli ti crederà. Ma se gli dici che una panchina è stata verniciata di fresco, la toccherà per esserne sicuro!”. Eppure non una sola metafora o figura retorica che dir si voglia ho utilizzato in quest’articolo come negli altri. Quanta cecità!!!

ALBERTO DE PRA
Ghostwriter e Scrittore Freelance
CAPO UFFICIO STAMPA

  • 04 April 2017
  • 14

Contattami

Andrea Brusa

Il tuo messaggio è stato inviato!