COMUNICATI STAMPA

andrea brusa,PUBBLICATO IL 28/03/2017 su GRANDANGOLARE... settimanale U.S.A. con oltre 10 milioni di lettori: http://www.grandangolare.com/ - LA DEMOCRAZIA DELL’INDIFFERENZA

PUBBLICATO IL 28/03/2017 su GRANDANGOLARE... settimanale U.S.A. con oltre 10 milioni di lettori: http://www.grandangolare.com/ - LA DEMOCRAZIA DELL’INDIFFERENZA

PARTE 1 - 2 e 3
PUBBLICATO OGGI 28/03/2017 su GRANDANGOLARE... settimanale CANADESE rivolto alla comunità italiana all’estero ed in Italia con oltre 10 milioni di lettori:
http://www.grandangolare.com/

LA DEMOCRAZIA DELL’INDIFFERENZA

“Noi possiamo dimenticare e quindi riaddormentarci… Risvegliarci, soffrire, invecchiare… Addormentarci ancora… Sognare la morte, svegliarci, sorridere e ridere… E ringiovanire… Il nostro amore è là: testardo come un asino, vivo come il desiderio, crudele come la memoria, sciocco come i rimpianti, tenero come il ricordo, freddo come il marmo, bello come il giorno, fragile come un bambino… Ci guarda sorridendo e ci parla senza dir nulla… Ed io, tremante, l’ascolto e grido… Grido per te…” (Jacques Prévert)

“Sarà che è appena passata la festa del papà ma mi viene in mente un vecchio film che ho visto alla televisione e di cui parlavo talvolta a mia moglie” – dice l’autore Andrea Brusa. Il titolo è L’ULTIMA NEVE DI PRIMAVERA, un film del 1973, diretto dal regista Raimondo Del Balzo.
Si tratta di un lacrima-movie in cui dopo la morte della mamma, il piccolo Luca viene mandato dal padre Roberto, avvocato di successo, a vivere in un collegio, stando insieme al genitore soltanto durante le vacanze. Luca soffre molto il dover vivere nel collegio e per la mancanza della mamma e si sente molto solo. Per le vacanze di Pasqua, il bambino torna a casa sua, ma il padre, sempre molto impegnato con il suo lavoro, non ha mai tempo per stare con lui, che passa così le giornate soltanto con la compagnia della domestica Mariolina, dell’amica Stefanella (sua compagna al collegio) e di Bernardo, un amico di vecchia data dei suoi genitori. Dietro le richieste insistenti di Luca, Roberto parte per una breve vacanza al mare in cui però decide di portare anche la sua nuova fidanzata, Veronica. Inizialmente Luca non accetta la nuova compagna del padre ma la donna riesce lentamente a conquistare la simpatia e l’affetto del bambino, rimproverando inoltre Roberto di pensare sempre e solo al suo lavoro e di non accorgersi del senso di solitudine e d’abbandono del figlio. Roberto allora si chiarisce con Luca e gli promette che quando si sposerà con Veronica, lui potrà tornare a vivere insieme a loro e lasciare il collegio; il bambino ne è felicissimo. Roberto, per poter passare un po’ di tempo assieme a Luca prima che questo debba tornare in collegio, gli propone di partire per una settimana bianca assieme a lui senza nessun altro: il bambino accetta entusiasta. Durante una discesa con lo slittino però Luca cade e rimane ferito: ricoverato in ospedale, il bambino inizia a sentirsi molto debole tanto che i dottori consigliano l’uomo di riportare il figlio a Perugia, per poter fare delle analisi più approfondite. Tornati in città, il medico dà a Roberto una brutta notizia: il piccolo Luca è malato di una gravissima forma di leucemia; a nulla valgono le terapie a cui il bambino viene sottoposto, da cui Roberto non si stacca mai, conscio solo in quel momento di quanto fino ad allora era stato egoista e distaccato nei suoi confronti. Prima di morire Luca chiede a suo padre una cosa che voleva fare con lui da molto tempo: andare al luna park. Il padre accetta e nonostante i due trovino il luna park chiuso, Roberto riesce a convincere i gestori ad aprirlo per esaudire l’ultimo desiderio del figlio morente: durante i giri sulle varie attrazioni, Luca confessa a suo padre che, nonostante la malattia, quello è stato il periodo più felice della sua vita perché lui gli è stato sempre accanto. Durante un giro sulla giostra dei cavalli, il bambino si sente stanco e poco dopo muore tra le braccia del papà.

Rivisto oggi, L’ultima neve di primavera appare un film datato e “insopportabilmente” grondante di retorica. Al contrario, le relative musiche di Franco Micalizzi, oltre a dimostrare l’ottima vena melodica del Maestro, qui ai suoi massimi livelli espressivi, hanno ben resistito alla prova del tempo e sono tuttora assai godibili. Già all’epoca ottennero in tutta Europa consensi unanimi e clamorosi furono di riflesso i riscontri nelle vendite discografiche. Gli artefici del film ne furono talmente consapevoli che s’inventarono l’escamotage di far ritrovare a Bekim Fehmiu (il papà di LUCA nel film), nella sequenza iniziale in cui l’uomo si aggira come uno spettro dentro una casa desolata, di notte, mentre infuria un temporale, un 45 giri che il figlio gli aveva regalato, con il tema portante della colonna sonora. A ideale esergo, la voce di Sergio Graziani che recita all’inizio una versione compendiaria di “Questo amore” di Prévert e la frase pronunciata da Cestié spirando tra le braccia paterne: «Peccato, papà, non rivederci più…».
E sono proprio queste parole rievocate nella memoria da Andrea Brusa a farlo scoppiare in un pianto inarrestabile. Egli è un uomo dalle spalle forti, occhi che contrappongono, contemporaneamente, la voglia di vincere la sua battaglia e il timore di non farcela.
Mi dice l’autore: “Penso che la nostra vita purtroppo non sia come un libro che se non ci piace una pagina la possiamo strappare e riscrivere, noi non possiamo mai strappare una pagina della nostra vita, ma prendere la consapevolezza e cercare di proseguire migliorando noi stessi, anche quando cadiamo rialzarci, non dobbiamo vergognarci di nulla, la vita e preziosa anche quando tutto va storto, la vita e il bene più prezioso che abbiamo e se la buttiamo via non facciamo del male a noi stessi ma a tutti quelli che ci vogliono bene e restano dietro, serve del tempo per ritrovarsi per rialzarsi e il tempo che usiamo non e sprecato anche se lo usiamo a non fare niente e ci chiudiamo in una stanza per molto tempo. A volte le persone non sono vicine fisicamente… come è il caso di mia moglie Chiara e mia figlia Biancalaura… ma non per questo non si comprendono e non si vogliono bene, forse non condividiamo i momenti futili della quotidianità ma non per quello non siamo vicini gli uni agli altri, le parole che si dicono sia nel bene che nel male sono fonte inesauribile nei momenti del bisogno, perché le parole non costano, vengono direttamente dal cuore per aiutarci nei momenti di solitudine e difficili da superare. Sa… mio caro giornalista… all’uomo era stato donato l’occhio della carne e quello dello spirito, ma, quando il millennio sarà finito, lo spirito sarà cieco e l’uomo vedrà solamente le cose di un mondo destinato a passare. Egli dimenticherà che i mondi sono due: il primo fatto di pietre eterne cementate con l’amore e la spiritualità, il secondo di pietre che si sgretoleranno nel tempo, cementate con l’ansia del successo e l’egoismo. Il primo mondo è eterno, il secondo temporaneo. Questo è il grande segreto che l’uomo dimenticherà completamente, vivendo solamente per ciò che vede con l’occhio della carne, per le pietre che si sgretolano, per i muri destinati a crollare. E vivrà male. La pazzia umana preferirà il temporaneo all’eterno e prevarranno gli istinti egoistici dell’uomo che vedrà quel sottile raggio d’amore che unisce sin dalla nascita tutti gli uomini. Non vedrà quel sottile raggio vitale che unisce tutti gli esseri viventi della terra... l’uomo che usa solamente l’occhio della carne vivrà male e soltanto metà della sua vita, perché vedrà solo le foglie e non i fiori, né le anime sante che ci sono accanto per consolarci e aiutarci nel momento in cui passeremo dal temporaneo all’eterno. Non vedrà l’eterna pianta che da tre frutti distinti, ma uguali: amore, bontà, felicita, ma quando le pietre saranno rinnovate e i tempi della carne sepolti, l’Eterno riaccenderà nell’uomo l’occhio dello spirito e di esso l’uomo vivrà in una dimensione di felicita angelica”.

Le parole di Andrea Brusa mi portano a riflettere sul fatto che ci sia un’assenza alla radice di ogni dolore: la mancanza dell’Amore. Ci manca qualcuno, un amore, Dio stesso che è l’amore. “Beati coloro che piangono, perché saranno consolati” - così la traduzione della Bibbia della CEI, mentre quella della Bibbia interconfessionale dice: «Beati coloro che sono nella tristezza, perché Dio li consolerà». Il termine greco penthountes comprende sia l’afflizione che la tristezza e richiama più direttamente il lutto, le lacrime che versiamo, ad esempio, per la morte di una persona cara. La versione latina, infatti, parla di coloro che sono in pianto: “beati qui lugent”. Il senso del vocabolo si allarga ovviamente a tutte le realtà che procurano dolore, sofferenza, amarezza, pena. Le beatitudini si riferiscono per lo più ad atteggiamenti che l’uomo cerca di esprimere: la povertà di spirito, la mitezza, la misericordia, operare per la pace, la purezza di cuore … La beatitudine dell’afflizione evoca invece una situazione non direttamente scelta dal singolo, ma, potremmo dire subita, in parte accettata, o soltanto patita. Certamente, tra le beatitudini, quella di chi è nel pianto, è la più paradossale: com’è possibile vedere e vivere questa situazione, cioè l’afflizione, come uno stato di beatitudine? Nelle parole di papa Francesco troviamo la declinazione delle lacrime nella sua forma positiva, progettuale e propositiva: «grazia» e «bontà». Il pianto è sempre e comunque il linguaggio non verbale di un cuore traboccante non solo di preoccupazione, impotenza e dolore, ma anche, e soprattutto, di amore, fiducia e tenerezza. Il pianto come grazia, bontà e saggezza: con queste tre parole potrebbe essere sintetizzato l’intenso e struggente, anche se ancora incompleto, «magistero delle lacrime» di papa Francesco che ha fatto un esplicito e diretto riferimento alle lacrime, alla funzione purificatrice del pianto o, più in generale, all’umana e insieme divina esperienza del piangere.

Ed io anche questa sera ho visto piangere Andrea Brusa… un angelo incarnato sui gradini di una chiesa, con la mano tesa verso l’indifferenza del genere umano. Albert Einstein ripeteva “il mondo non è minacciato dalle persone che fanno male, ma da quelle che lo tollerano”. Comunque sia, questo mondo è fatto anche di persone nel vero senso della parola. Persone che aiutano, che lottano, che amano con forza e animo gli altri e per gli altri. E forse non sono tante, ma persino per contare fino a un milione bisogna partire da uno e anche una pioggia torrenziale e formata da tante piccole gocce. E forse un giorno così come le piccole gocce che si uniscono per dare vita a una pioggia torrenziale, anche noi ci riuniremo per rendere questo mondo migliore. Alcune persone lo stanno già facendo e l’Autore è una tra queste. Non è difficile, basta aprire un po’ di più gli occhi e almeno tentare di agire per il bene. In fondo cosa si ha da perdere: il futuro è nostro!

“Vieni con me… ti faccio vedere una cosa” - disse a me ad un certo punto Andrea girandosi di spalle. Io non me lo feci ripetere e mi aggrappai come meglio potevo, abbracciandolo ed affondando il viso nel suo collo che profumava di calendula. Come la risposta a un incantesimo la finestra della stanza in cui ci ritrovammo a parlare si spalancò, entrò una forte raffica di vento che aperto il suo mantello l’allargò come un caldo mattino al dolce suono d’un risveglio costringendomi a chiudere gli occhi. Quando li riaprii mi ritrovai in una piccola stanza disadorna, illuminata dalla luce che filtrava dalle ante dischiuse, sgangherate, di una finestra senza vetri e poi improvvisamente fuori da essa… stavo sorvolando la città sul dorso dell’angelo. Incredulo guardai sotto di me. Per quanto fosse inverosimile, era davvero divertente guardare i tetti delle case, che a quella distanza, sembravano tantissimi puntini colorati. Dall’alto tutto era ancor più bello. La città vista dall’alto era tutt’altra cosa, specialmente se vista sulle ali di un angelo! Già… non mi ero sbagliato… ne ero sicuro… è questa dunque la vera identità del poeta… di Andrea… Dopo un tempo che parve infinito, vidi tra l’immenso fumo e polverone che velava il cielo l’angelo che cominciava a sbattere su e giù le ali e a volare a bassa quota. Scendemmo in un immenso luogo innevato con degli arbusti e poscia dei prati aperti e per ultimo delle rocce coperte talora di un po’ d’erba o di muschio. “È arrivato il momento di ritornare indietro” – mi disse Andrea Brusa. Io riaprii lentamente gli occhi e la sensazione che mi pervase fu quella di aver assistito e preso parte ad un vero e proprio miracolo. Mi accorsi di trovarmi in camera mia, steso sul letto, a pancia in giù, e con un braccio che mi cadeva a penzoloni sul pavimento. Le lenzuola spiegazzate che mi coprivano a malapena i fianchi. Mi alzai e vidi che la mia gatta dormiva ancora profondamente nella sua cesta. Ero ancora mezzo intontito, dei ricordi offuscati mi annebbiavano la mente. Avevo sognato di aver volato per la città, sulla schiena di un angelo. “Uffa, era solo un sogno”. Sbuffai sconsolato. Ma una lunga piuma azzurra, che fino in quel momento avevo tenuto stretto nella mia mano, senza neanche rendermene conto, mi fece ritornare in me. Mi ricordai della visita notturna e che la piuma che avevo in mano, apparteneva alle ali dell’angelo, su cui avevo volato… apparteneva ad Andrea. “Non era un sogno. E no… era tutto vero… che possiate crederci o no” - sorrisi, rigirandomi la piuma tra le mani. Non ho più dubbi ora su chi lui sia e sono certo che sia disposto a dare la vita per sua moglie Chiara. Se solo lei sapesse la verità!!

Chiunque voglia aiutare l’Autore può scrivergli al suo indirizzo andrea.brusa13.ab@gmail.com. Aiutiamolo a far arrivare la VERITA’ alla sua famiglia.

ALBERTO DE PRA
Ghostwriter e Scrittore Freelance
CAPO UFFICIO STAMPA

  • 28 March 2017
  • 14

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Andrea Brusa

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