COMUNICATI STAMPA

andrea brusa,PUBBLICATO IL 21/03/2017 su GRANDANGOLARE... settimanale U.S.A. con oltre 10 milioni di lettori: http://www.grandangolare.com/  LES ANGES - VIA VERITAS VITA

PUBBLICATO IL 21/03/2017 su GRANDANGOLARE... settimanale U.S.A. con oltre 10 milioni di lettori: http://www.grandangolare.com/ LES ANGES - VIA VERITAS VITA

PARTE 1 - 2 e 3
PUBBLICATO OGGI 21/03/2017 su GRANDANGOLARE... settimanale CANADESE rivolto alla comunità italiana all’estero ed in Italia con oltre 10 milioni di lettori:
http://www.grandangolare.com/

LES ANGES - VIA VERITAS VITA

“Il guerriero illuminato, Colui che Custodisce e si prende cura della sua Regina. Il guerriero che ha risvegliato in sè la capacità di comprendere che il nemico si trova solo all’interno di noi, tra i meandri della mente, e si nutre delle nostre ferite. Quel nemico ha preso forma attimo per attimo quando non si è riconosciuto, quando in più e più vite ha percepito l’impotenza nel far regnare su questa terra la Giustizia: l’Archetipo che porta nel Cuore da sempre” - comincia così, tra lacrime e disperazione, sacrifici e preghiere, la confessione fiume del poeta-angelo Andrea Brusa.

Alla morte di re Davide, nel 970 a.C, salì al trono suo figlio Salomone. Salomone era ancora molto giovane quando assunse la carica di sovrano, ma già era assennato e leale. Una notte Dio gli apparve in sogno e gli domandò: «Chiedimi ciò che vuoi che io ti conceda». Salomone disse: «Signore, mio Dio, tu hai fatto regnare il tuo servo al posto di Davide, mio padre. Ebbene io sono solo un ragazzo; non so come regolarmi. Il tuo servo è in mezzo al tuo popolo che hai scelto, popolo numeroso che per la quantità non si può calcolare né contare. Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male; infatti, chi può governare questo tuo popolo così numeroso?»

Salomone è appena succeduto a suo padre Davide. È molto giovane, nulla fa pensare alla sua futura fama e gloria. Il Tempio non è ancora stato costruito. Sulle alture di Gàbaon il re offre a YHWH un immenso sacrificio di mille buoi. E il Signore gli parla in sogno: "Chiedimi ciò che io devo concederti". Prima di rispondere ad una simile offerta, vale la pena di rifletterci sopra. Salomone, di fronte a questa infinita magnanimità di un Dio che i cieli dei cieli non possono contenere, risponde in un modo che a prima vista ci sorprende: a fronte a questa offerta straordinaria, egli chiede semplicemente lébh shoméá. Si tratta questa di una espressione difficile da rendere bene, come provano le indecisioni e le divergenze di vari traduttori. L’ebraico Lébh, cuore, ha un significato più ampio che nelle nostre lingue; in italiano, (e in altre lingue occidentali) diciamo "cuore" per parlare dell’amore, dell’amicizia (ti amo con tutto il cuore), oppure del coraggio, del valore (quel tale ha un cuore grande); usiamo cuore esclusivamente nel campo affettivo, in opposizione all’ordine razionale o intellettuale. In ebraico, al contrario, lébh comprende i due significati; è sia la sede della saggezza e del discernimento, che della forza e della tenerezza. E shoméá è il participio di shamá, ascoltare. Chiedendo lébh shoméá, Salomone ha semplicemente chiesto un cuore che ascolta. Semplicemente…

Dinanzi ad una sapienza così alta, che è il segno dei segni, farisei e scribi chiedono un segno a Gesù. Vi è segno più alto della sapienza che si fa ogni giorno sacrificio d’amore, olocausto di servizio? È somma stoltezza chiedere alla sapienza un segno. Gesù non lo dona, perché non veniva chiesto per aprirsi all’accoglienza della sapienza, bensì per trovare ancora una volta motivi di accusa al fine di toglierlo di mezzo. Gesù però il segno lo dona: la sua morte, la sua sepoltura, la sua gloriosa risurrezione.

Mi è sembrato importante mettere in risalto il valore di questa parola del testo sacro nel suo significato originale, poiché sarebbe un peccato che solo gli specialisti avessero la possibilità di comprendere la ricchezza e la profondità di queste espressioni dell’ebraico, che nessuna traduzione può rendere al meglio. Lingua povera, come si suol dire? È vero. Così poche parole, un vocabolario esiguo! Ma ogni parola è ricca di significato. Non è un caso che lo Spirito abbia scelto questa lingua e queste parole per esprimere delle verità portatrici di vita eterna.

Ed è l’Amore, quello che entra ed esce dagli occhi lucidi dell’autore o dovrei dire POETA/ANGELO Andrea Brusa bagnandoli di lacrime salate come l’acqua del mare, quello che si proietta nel firmamento dipingendo costellazioni nella volta del cielo. Un amore che diventa anch’esso sacrificio, che matura nella rinuncia, quando si dona nel silenzio senza chiedere nulla in cambio se non lébh shoméá, proprio come il saggio Salomone. L’amore non cresce se non c’è sacrificio. La tavola di ogni famiglia, come ricorda sempre padre Joseph Kentenich (un presbitero tedesco, fondatore del Movimento Apostolico di Schönstatt), è tavola di sacrificio. Non è solo la tavola per condividere in modo gioioso e familiare. Nella vita familiare ci sono croci, dolori, difficoltà. E così la tavola diventa il luogo in cui condividiamo la vita segnata dalla croce.

“Per un sacco di anni solamente dolore e tormento” – confessa il nostro piccolo Angelo italiano – “e rimpianto che non lasciava spazio al sonno. Finché felicità divenne un attimo di quiete, o un colpo così forte da tramortirmi al suolo. Nessun amore. Per tantissimi anni. E poi, all’improvviso, un volto. Nessun amore, per tantissimo tempo. E poi, in un istante, fui perso. Credevo che fosse eterno. Come le stelle del cielo e le acque del mare. Credevo che fosse abbastanza. Per lei e per il suo cuore nero. Credevo di averle dato tutto ciò che voleva... E credevo... credevo che mi amasse... Credevo che il cuore di un Angelo non potesse più piangere. Se avessi scommesso, quel giorno avrei perso. L’amai tanto finché divenne amore. E per amore dimenticai me stesso. Per amore sentii le mie carni straziate e il mio corpo fatto a pezzi, e, quando fu finita, seppi solo che lei esisteva ancora. Mi lasciò. Per amore. E per amore rinunciò al suo sogno. Eppure, il suo cuore era ancora sano. E con la sua ombra scolpita per sempre. Io che mai ero stato innamorato. Una vita distrutta per amore. Un Angelo forgiato per amore. E poi la solitudine, fredda come ghiaccio. Per chi mai era stato da solo. Pensavo che non avrei mai più amato. E invece, ancora, l’amore rise alle mie spalle. Ricomponendo i pezzi del mio cuore freddo, per poi riuscire a frantumarlo ancora”.

Intanto che parla osservo Andrea con le mani strette a pugni… le unghie conficcate nella carne …gocce di sangue salato come le lacrime e un urlo fermo nella gola... cosa volevi urlare a squarciagola… cosa volevi sentire dalla luna che di anima ce n’è una sola da prendere per mano come una bambina… soffiare leggermente sulla sua bocca l’alito che è rimasto della tua vita??? Meglio stringere forte un boccale di birra, meglio naufragare nella schiuma la tristezza che è la polvere del tuo cuore... urla .... impreca... sbraita... e colpisci mentre la musica ti prende il cuore… ascoltala con la mente di un pazzo… riesci a sentire le note che schizzano dentro nell’aria che respiri soffocate da rosse e bionde, eco di cento risate perdute nel rimpianto… canta… se il tuo cantar ti confonde… corrode l’anima e il cuore… gocce di pianto.

Non è più possibile arrivati a questo punto negare l’esistenza degli Angeli, negazione che tra l’altro “includerebbe anche quella dei demoni, e negare l’esistenza dei demoni significherebbe non percepire la drammaticità della lotta tra il bene e il male che connota sostanzialmente la storia del mondo e la nostra storia personale, e in ultima analisi misconoscere la dimensione cosmica della redenzione operata da Cristo” (G. Biffi). L’Angelo si potrebbe allora descrivere come un falco in volo, il profumo di un gelsomino in fiore, un’onda che s’infrange delicatamente sulla spiaggia creando una lieve ma frizzante schiuma, un girotondo tra bambini. Ecco come si può spiegare cos’è un Angelo. Esso è il curatore dei nostri passi. I suoi insegnamenti sono diretti. La sua comunicazione è semplice e chiara. Il suo atteggiamento è fermo e delicato contemporaneamente. Ma soprattutto è vicino, molto vicino, pronto a svelarci in ogni istante cosa possiamo fare, cosa sappiamo fare, costringendoci a mostrarci per come siamo. Sempre pronto a ricordarci il nostro talento quando nell’emergenza appare. È come salire su uno scivolo molto alto, e una volta sopra, avere troppa paura di lasciarsi andare dimenticandosi perché si è saliti. L’angelo non fa altro che ricordartelo e ti trasmette la fiducia necessaria per buttarti, perché non c’è altra scelta che vivere.

Prosegue Andrea: “Il silenzio è ovunque, è presente tra una pausa e l’altra di una frase, tra una nota musicale e l’altra, è presente quando ci isoliamo dal mondo esterno per avventurarci dentro noi, negli abissi della coscienza. La quiete è necessaria quando dobbiamo riequilibrare la nostra energia. Nell’apparente calma, nulla è mai fermo, vi è in realtà un continuo fluire di energia... Questo perché l’universo è un sistema intelligente, sostenuto da una forza creatrice, nulla è casuale. I momenti bui, gli incidenti, le malattie hanno un loro posto ben preciso e ordinato nella storia della nostra vita. Comprenderlo, accettarlo permette la nostra trasformazione. La tranquillità è lo stato in cui avviene la manifestazione delle idee, dei processi creativi e della trasformazione, una via per ritornare a Dio, dal quale il peccato o la smemoratezza ci avevano allontanato. Percorrere questa via richiede uno sguardo intento alla meta, un farsi consapevoli della distanza che intercorre fra la suprema grandezza del Creatore e la fragile povertà della creatura. Non è questa l’umiltà? Dono della grazia di Dio, certo, ma anche conquista di una ascesi che vuole sgombrare il cammino da ogni ostacolo, che vuole salire, forse un po’ faticosamente, una scala che porta alla vetta. La scala dell’umiltà, appunto”.

Ascoltando l’autore a primo acchito mi verrebbe da dire che l’amore è un’illusione per convincere il cuore che amare ed essere amati è una pratica seria. Certamente l’amore è il bisogno più sacro di tutti, più ricercato, più abusato, più comprato. Fromm sintetizza il sentimento dell’amore come una unione che mantiene la propria identità in una unità di coppia, dove non vi è un consumo del sentimento ma una produzione di affetti e intese che coniugano interessi condivisi. Non è sempre così. Spesso il coniuge vive dell’altro in un dispendio di energie emozionali che denotano passività e debolezza. L’amore, invece, è donarsi per manifestare reciprocità e vitalità senza ambiguità ed egoismo. Dare se stessi non vuol dire cedere o sacrificarsi a qualcosa, significa riconoscere nell’altro la propria interiorità che si mostra e si svela in toto nell’abbattimento delle barriere personali e nella cognizione di donarsi nel regno dell’anima… proprio quello che sta verificandosi sotto gli occhi increduli ma indifferenti di tutti per l’autore Andrea Brusa nei confronti della sua dolcissima sposa Chiara strappatagli da un mondo ingiusto.

“Dunque, dove eravamo rimasti?” – si domanda Andrea a voce bassa e commossa – “Vorrei paragonare la mia esperienza di questi anni un ad un lungo viaggio attraverso la filosofia e la vita (i due termini si sono troppo strettamente intrecciati in me per poterli scindere): cerco le parole per descrivere questo viaggio: vorrei trovarne di univoche, ma non ci riesco; a volte mi è sembrato un cammino rapido e scorrevole, come quando, sull’autostrada di notte, mi è capitato di essere in compagnia solo dei miei pensieri e dell’asfalto, con la luna che mi guardava sorniona, e nulla mi fermava mentre correvo incontro alla mia meta; altre volte, al contrario, è stato duro, come una lunga coda innanzi a un casello sotto il sole cocente, oppure come una strada accidentata che non puoi assolutamente eludere per arrivare a casa. Rifarei questo viaggio? Senza dubbio sì. Come Odisseo di ritorno da Troia, mi sono capitati lungo il tragitto molti incontri: alcuni meravigliosi e dolci altri che sono iniziati come scontri ma si sono risolti in collaborazione e amicizia: ognuno di essi mi ha arricchito, mi ha accresciuto, e sono grato di aver avuto l’onore di viverlo. Ma ora, innanzi agli occhi, ho la mia meta. Sono arrivato. Omnia consummata sunt. Itaca è lì. A qualche pagina di distanza, aspetta solo di essere avvicinata, sfiorata, amata. La fine. A dire la verità, mi sento un po’ confuso; non posso, in sincerità, fare a meno di chiedermi: ma Odisseo, quando per la prima volta dopo anni vide innanzi a sé casa sua, come si sarà sentito? Angosciato come me? Non uso la parola angoscia a caso: l’angoscia è una paura di nulla che tuttavia ti vince come la vertigine sul ciglio del burrone: ed è appunto questo che sento io: la paura di niente. Di avere cioè ad attendermi, il niente. Che ne sarà di me? Riuscirò a vivere di quello che amo? Oppure, più banalmente, sarò felice? Questo viaggio che sta per finire, per quanti scossoni e traballamenti mi abbia (non raramente) riservato, è stato tuttavia, di per sé, tanto un mare quanto un porto sicuro. Mi svegliavo la mattina, mi lavavo la faccia, mi vestivo come un qualunque uomo fa, quindi con gusto. E così un giorno, un mese, quattro anni. Mi ero assuefatto. E da domattina? Mi sveglierò, mi laverò la faccia, mi vestirò. E dopo, che succederà? Il nulla si staglia prepotentemente innanzi al mio sguardo. Un nulla relativo, perché non farò più nulla di quello che ho fatto sin ora. E tuttavia mi spaventa. Che posso fare? Non so. Sarà Iddio a decidere per me. O forse sarò io, dipenderà se sarò riuscito (o meno) a dimostrare chi sono… l’ANGELO CUSTODE di mia moglie, cosa posso fare. Ma ho una certezza, l’ultimo appiglio che mi resta prima del salto alla ricerca delle mie tanto sospirate ALI perdute”.

Detto questo scompare davanti ai miei occhi increduli…. Che dire… Chiara… salvalo!!!!

ALBERTO DE PRA
Ghostwriter e Scrittore Freelance
CAPO UFFICIO STAMPA

  • 21 March 2017
  • 14

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Andrea Brusa

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